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INCIPIT

Era il mio primo giorno di scuola e lo avevo atteso per tutta l’estate. In realtà di più, perché lo immaginavo sin dal primo giorno di scuola di mio fratello, poi quello di mia sorella, che invidiavo un sacco, con i loro libri e i quaderni a righe e a quadretti.

Ora era il mio turno e quella mattina mi alzai ben prima dell’alba. Chissà se tutte le ore prima dell’alba sono come quelle, oppure solamente nel primo giorno di scuola...

Quando mamma entrò per svegliarmi avevo già indosso l’abito scelto per l’occasione. Lei passò le dita tra i miei capelli e mi sistemò l’ultimo bottone. La colazione era pronta e anche il nonno era accorso in cucina, per non mancare a quell’appuntamento. Credo che anche i nonni attendano con impazienza il primo giorno di scuola dei nipotini.

Fu papà a posare il caffè e, guardandomi affettuosamente negli occhi, provò a spiegarmi che quel giorno non ci sarebbe stata lezione per me. Né per mia sorella e mio fratello. Il nonno sarebbe rimasto con noi.

Mentre fuori la strada cominciava a farsi trafficata, io mi sedetti senza saper cosa dire. Il mio primo giorno di scuola fu il primo giorno in cui a scuola non andai.

CAPITOLO 1

È strano come certi momenti della vita abbiano il potere di fissare nella memoria una serie di particolari, come se nella testa scattasse una fotografia.

Di quella mattina, infatti, ricordo ogni dettaglio: la luce che filtra dalle tendine ricamate a punto croce, la tovaglia a quadretti azzurri, la tazzina di porcellana con un dito di caffè sul fondo, il cucchiaino che tentenna nel piattino mentre papà lo posa.

Mi guardavano come se aspettassero una mia reazione, perfino la credenza sembrava impettita a scrutarmi attraverso i suoi ripiani fitti di bicchieri, ma io mi ero limitata a fissare la scodella con il latte che si intiepidiva.

Nonno Aurelio si era avvicinato a papà e faceva cenni col capo come a dire: Va tutto bene, Miriam, va tutto bene, ma a parte un sorriso stentato sotto la barba, il suo sguardo era così triste che tradiva ogni tentativo di rassicurarmi. Sfilò dal taschino della camicia una caramella toffee e la posò sul tavolo davanti a me.

«Scendo un momento» disse poi, dopo un fragoroso colpo di tosse, e io capii subito che sarebbe andato in giardino ad accudire l’orto, come faceva ogni volta che desiderava stare da solo.

Non toccai la colazione. Strinsi nella mano la caramella e, abbozzando un sorriso a nonna Sara che mi fissava preoccupata, mi allontanai dalla cucina.

In camera mi tolsi l’abito, indossai la camiciola di cotone e rimasi a piedi nudi: capivo perfettamente nonno Aurelio, perché in quel momento anche io sentivo il bisogno di stare da sola. Per questo non ebbi dubbi e salii le scale che conducevano al piano di sopra.

La mansarda era il mio piccolo rifugio. Lo avevo deciso quando, in primavera, nonna Sara aveva smesso di occuparla: era la sua stanza da cucito, ma: «Ci sono troppe scale!» aveva ripetuto incessantemente per settimane: così il nonno aveva traslocato tutto al pian terreno, dove lei aveva ripreso a rammendargli i pantaloni davanti alla grande finestra del soggiorno.

Io adoravo quella mansarda. Innanzitutto era rivestita con travi di rovere: il legno avvolgeva soffitto e pavimento in un abbraccio dorato. C’era poi una piccola cassapanca su cui nonno Aurelio, che era stato un falegname, aveva intagliato una coppia di rose prima ancora di sposarsi: io mi ci potevo accoccolare come un gatto, ma soprattutto, se ci salivo sollevandomi appena sulle punte dei piedi, riuscivo a scorgere dall’abbaino i rami più alti del nostro tiglio e il profilo delle montagne all’orizzonte.

Anche quella mattina, non appena ne varcai la porta, sentii alle mie spalle il ticchettio delle zampe di Cannella. Consideravo Cannella il mio gemello a quattro zampe: aveva sei anni come me e doveva il suo nome all’avidità con cui, fin da quando era un bassotto ancora cucciolo, divorava i biscotti speziati preparati da nonna Sara.

Presi la caramella che avevo conservato e provai a dividerla.

«Tieni, Cannella, facciamo a metà.» Ma sembrava che anche lui avesse perso improvvisamente l’appetito. Si acciambellò sul tappeto vicino ai miei piedi scalzi e io restai lì ad accarezzargli la schiena, con la caramella stretta di nuovo nella mano.

Tutta la famiglia sapeva che mi rifugiavo in mansarda, ma solo una persona aveva il permesso illimitato per entrarci insieme a me: mia sorella Ester.

Ester aveva tredici anni e voleva diventare una maestra. Me lo ripeteva spesso e a volte giocavamo alla scuola: lei mi preparava dei disegni e io li coloravo. Ester e io ci assomigliavamo molto: entrambe avevamo ereditato gli occhi verdi e i capelli mossi da nonna Sara. Inoltre, a differenza di mio fratello Stefano, Ester mi capiva sempre.

Mi raggiunse poco dopo e come al solito bussò alla porta prima di affacciarsi.

«Posso entrare Miriam?» Cannella sollevò il naso. Quella volta però mia sorella non attese la mia risposta: avanzò, chiuse la porta dietro di sé e si sedette con la schiena appoggiata alla cassapanca, vicino a me.

«Sei triste?» mi rivolse la parola, cercando di dare un nome a ciò che provavo. Era difficile per me capirlo, mi sentivo confusa e tristissima. Ester mi capiva sempre.

«Mi sento tristissima, Ester. Perché non possiamo andare a scuola?»

«Ci sono delle nuove leggi, Miriam.» Ester parlava con calma e le sue parole erano più semplici di quelle di papà. Ribadì: «In Italia adesso esistono delle nuove leggi, che vietano agli ebrei come noi di andare a scuola. Per questo oggi non ci andremo né io, né tu, né Stefano. Per noi è proibito.»

Io non riuscivo di nuovo a dire nulla. Mi sentivo troppo piccola e impotente; pensavo che avrei tanto voluto imparare a scrivere almeno il mio nome, ma questo pensiero mi parve anche così sciocco che mi venne finalmente da piangere.

Non so per quanto tempo restammo lì sedute in silenzio; quando ci rialzammo si mosse anche Cannella e mi seguì con devozione: io volevo raggiungere nonno Aurelio.

Sentivo uno strano formicolio corrermi lungo le gambe, perciò scesi le scale a fatica e quasi inciampai davanti alla porta di ingresso.

Nonno Aurelio era seduto in giardino ai piedi del tiglio e mi invitò ad avvicinarmi. In mano aveva la sua pipa ed ero certa che a breve nonna Sara sarebbe scesa a rimproverarlo.

«Si sta bene qui, non trovi tesoro mio?» il nonno mi indicò la chioma dell’albero, ancora rigogliosa sopra le nostre teste. «Non ci crederai ma questo tiglio ha più anni di me! Era già qui prima ancora che io nascessi.» Tirò una boccata profonda dalla pipa e proseguì: «Era qui durante la guerra ed era qui quando tuo padre e tua madre decisero di sposarsi, nel 1920. Ne ha passate tante, eppure non si stanca di stare in piedi, né di farci ombra, sia quando c’è il sole, sia quando il tempo è brutto.» Mentre il nonno parlava, il mio pensiero correva al ritratto dei miei genitori, incorniciato in argento, e al profumo dei fiori di tiglio che inondava l’intera mansarda all’inizio dell’estate.

«Dovremmo imparare dal nostro albero, cara Miriam. Dovremmo cercare di essere simili a lui. Restiamo sempre ben saldi alle nostre radici. Tutto passerà.»

In effetti il vecchio tiglio, con la corteccia ispessita dall’età e dalle vicissitudini, con la sua chioma protettiva che arrivava a lambire il tetto di casa, mi sembrava uguale a nonno Aurelio.

Io, al contrario, continuavo a sentirmi minuscola.

Ero come la fogliolina che iniziava timidamente a ingiallire sulla punta di un ramo sopra le mie spalle, diversa da tutte le altre.

© andrea valente