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INCIPIT

Era il mio primo giorno di scuola e lo avevo atteso per tutta l’estate. In realtà di più, perché lo immaginavo sin dal primo giorno di scuola di mio fratello, poi quello di mia sorella, che invidiavo un sacco, con i loro libri e i quaderni a righe e a quadretti.

Ora era il mio turno e quella mattina mi alzai ben prima dell’alba. Chissà se tutte le ore prima dell’alba sono come quelle, oppure solamente nel primo giorno di scuola...

Quando mamma entrò per svegliarmi avevo già indosso l’abito scelto per l’occasione. Lei passò le dita tra i miei capelli e mi sistemò l’ultimo bottone. La colazione era pronta e anche il nonno era accorso in cucina, per non mancare a quell’appuntamento. Credo che anche i nonni attendano con impazienza il primo giorno di scuola dei nipotini.

Fu papà a posare il caffè e, guardandomi affettuosamente negli occhi, provò a spiegarmi che quel giorno non ci sarebbe stata lezione per me. Né per mia sorella e mio fratello. Il nonno sarebbe rimasto con noi.

Mentre fuori la strada cominciava a farsi trafficata, io mi sedetti senza saper cosa dire. Il mio primo giorno di scuola fu il primo giorno in cui a scuola non andai.

CAPITOLO 1

È strano come certi momenti della vita abbiano il potere di fissare nella memoria una serie di particolari, come se nella testa scattasse una fotografia.

Di quella mattina, infatti, ricordo ogni dettaglio: la luce che filtra dalle tendine ricamate a punto croce, la tovaglia a quadretti azzurri, la tazzina di porcellana con un dito di caffè sul fondo, il cucchiaino che tentenna nel piattino mentre papà lo posa.

Mi guardavano come se aspettassero una mia reazione, perfino la credenza sembrava impettita a scrutarmi attraverso i suoi ripiani fitti di bicchieri, ma io mi ero limitata a fissare la scodella con il latte che si intiepidiva.

Nonno Aurelio si era avvicinato a papà e faceva cenni col capo come a dire: Va tutto bene, Miriam, va tutto bene, ma a parte un sorriso stentato sotto la barba, il suo sguardo era così triste che tradiva ogni tentativo di rassicurarmi. Sfilò dal taschino della camicia una caramella toffee e la posò sul tavolo davanti a me.

«Scendo un momento» disse poi, dopo un fragoroso colpo di tosse, e io capii subito che sarebbe andato in giardino ad accudire l’orto, come faceva ogni volta che desiderava stare da solo.

Non toccai la colazione. Strinsi nella mano la caramella e, abbozzando un sorriso a nonna Sara che mi fissava preoccupata, mi allontanai dalla cucina.

In camera mi tolsi l’abito, indossai la camiciola di cotone e rimasi a piedi nudi: capivo perfettamente nonno Aurelio, perché in quel momento anche io sentivo il bisogno di stare da sola. Per questo non ebbi dubbi e salii le scale che conducevano al piano di sopra.

La mansarda era il mio piccolo rifugio. Lo avevo deciso quando, in primavera, nonna Sara aveva smesso di occuparla: era la sua stanza da cucito, ma: «Ci sono troppe scale!» aveva ripetuto incessantemente per settimane: così il nonno aveva traslocato tutto al pian terreno, dove lei aveva ripreso a rammendargli i pantaloni davanti alla grande finestra del soggiorno.

Io adoravo quella mansarda. Innanzitutto era rivestita con travi di rovere: il legno avvolgeva soffitto e pavimento in un abbraccio dorato. C’era poi una piccola cassapanca su cui nonno Aurelio, che era stato un falegname, aveva intagliato una coppia di rose prima ancora di sposarsi: io mi ci potevo accoccolare come un gatto, ma soprattutto, se ci salivo sollevandomi appena sulle punte dei piedi, riuscivo a scorgere dall’abbaino i rami più alti del nostro tiglio e il profilo delle montagne all’orizzonte.

Anche quella mattina, non appena ne varcai la porta, sentii alle mie spalle il ticchettio delle zampe di Cannella. Consideravo Cannella il mio gemello a quattro zampe: aveva sei anni come me e doveva il suo nome all’avidità con cui, fin da quando era un bassotto ancora cucciolo, divorava i biscotti speziati preparati da nonna Sara.

Presi la caramella che avevo conservato e provai a dividerla.

«Tieni, Cannella, facciamo a metà.» Ma sembrava che anche lui avesse perso improvvisamente l’appetito. Si acciambellò sul tappeto vicino ai miei piedi scalzi e io restai lì ad accarezzargli la schiena, con la caramella stretta di nuovo nella mano.

Tutta la famiglia sapeva che mi rifugiavo in mansarda, ma solo una persona aveva il permesso illimitato per entrarci insieme a me: mia sorella Ester.

Ester aveva tredici anni e voleva diventare una maestra. Me lo ripeteva spesso e a volte giocavamo alla scuola: lei mi preparava dei disegni e io li coloravo. Ester e io ci assomigliavamo molto: entrambe avevamo ereditato gli occhi verdi e i capelli mossi da nonna Sara. Inoltre, a differenza di mio fratello Stefano, Ester mi capiva sempre.

Mi raggiunse poco dopo e come al solito bussò alla porta prima di affacciarsi.

«Posso entrare Miriam?» Cannella sollevò il naso. Quella volta però mia sorella non attese la mia risposta: avanzò, chiuse la porta dietro di sé e si sedette con la schiena appoggiata alla cassapanca, vicino a me.

«Sei triste?» mi rivolse la parola, cercando di dare un nome a ciò che provavo. Era difficile per me capirlo, mi sentivo confusa e tristissima. Ester mi capiva sempre.

«Mi sento tristissima, Ester. Perché non possiamo andare a scuola?»

«Ci sono delle nuove leggi, Miriam.» Ester parlava con calma e le sue parole erano più semplici di quelle di papà. Ribadì: «In Italia adesso esistono delle nuove leggi, che vietano agli ebrei come noi di andare a scuola. Per questo oggi non ci andremo né io, né tu, né Stefano. Per noi è proibito.»

Io non riuscivo di nuovo a dire nulla. Mi sentivo troppo piccola e impotente; pensavo che avrei tanto voluto imparare a scrivere almeno il mio nome, ma questo pensiero mi parve anche così sciocco che mi venne finalmente da piangere.

Non so per quanto tempo restammo lì sedute in silenzio; quando ci rialzammo si mosse anche Cannella e mi seguì con devozione: io volevo raggiungere nonno Aurelio.

Sentivo uno strano formicolio corrermi lungo le gambe, perciò scesi le scale a fatica e quasi inciampai davanti alla porta di ingresso.

Nonno Aurelio era seduto in giardino ai piedi del tiglio e mi invitò ad avvicinarmi. In mano aveva la sua pipa ed ero certa che a breve nonna Sara sarebbe scesa a rimproverarlo.

«Si sta bene qui, non trovi tesoro mio?» il nonno mi indicò la chioma dell’albero, ancora rigogliosa sopra le nostre teste. «Non ci crederai ma questo tiglio ha più anni di me! Era già qui prima ancora che io nascessi.» Tirò una boccata profonda dalla pipa e proseguì: «Era qui durante la guerra ed era qui quando tuo padre e tua madre decisero di sposarsi, nel 1920. Ne ha passate tante, eppure non si stanca di stare in piedi, né di farci ombra, sia quando c’è il sole, sia quando il tempo è brutto.» Mentre il nonno parlava, il mio pensiero correva al ritratto dei miei genitori, incorniciato in argento, e al profumo dei fiori di tiglio che inondava l’intera mansarda all’inizio dell’estate.

«Dovremmo imparare dal nostro albero, cara Miriam. Dovremmo cercare di essere simili a lui. Restiamo sempre ben saldi alle nostre radici. Tutto passerà.»

In effetti il vecchio tiglio, con la corteccia ispessita dall’età e dalle vicissitudini, con la sua chioma protettiva che arrivava a lambire il tetto di casa, mi sembrava uguale a nonno Aurelio.

Io, al contrario, continuavo a sentirmi minuscola.

Ero come la fogliolina che iniziava timidamente a ingiallire sulla punta di un ramo sopra le mie spalle, diversa da tutte le altre.

CAPITOLO 2

Se potessi avere

mille lire al mese,

senza esagerare,

sarei certo di trovare

tutta la felicità...

Suonava ogni giorno, la sua era diventata un’abitudine, e mi piaceva. La mamma mi aveva raccontato che Stefano amava la musica fin da quando era piccolo: a due anni aveva sfiorato per la prima volta i tasti del pianoforte nel salotto di casa e da allora non se ne era più allontanato. Era diventato il suo mondo, e le sue note ogni volta riempivano la casa di soave leggerezza:

...Un modesto impiego,

io non ho pretese,

voglio lavorare

per poter alfin trovare

tutta la tranquillità.

Era una cura per la noia. Io e Ester ballavamo spesso seguendo il ritmo di quella melodia che ormai conoscevamo a memoria.

Anche quel pomeriggio Stefano era al piano. Stefano era molto più grande di me, ma era sempre lui che dava una spiegazione alle mie domande (e ne facevo tante!): fu lui ad insegnarmi ad osservare ciò che mi circonda e come avviene. Fu lui a raccontarmi, in modo semplicissimo e chiaro, di come ogni cosa sia formata da minuscole palline segnate da un + e un - che girano velocissime, come se giocassero a inseguirsi. Il mio genio, lui, un mago della chimica, ma bravo anche in  tutto il resto.

Aveva appena dato la maturità classica, con un anno di anticipo, ma anche lui alla scuola nuova non poteva andarci. Forse anche Stefano era triste, e forse, ripensandoci ora, quelle note suonate con tanta forza e decisione erano la sua unica via di fuga da una realtà che in seguito si sarebbe rivelata ancora più impietosa.

Stefano aveva da fare, in quel settembre del ‘38: la sera suonava in un piccolo bar in fondo alla via con qualche compagno e la mattina la trascorreva col nonno, a fare lavori di falegnameria. Ma il pomeriggio era tutto per noi, e mi piaceva tantissimo.

Forse avrebbe avuto una risposta per me anche quel pomeriggio: lui sapeva tutto! Perché non potevo andare a scuola?

Quella volta però fu diverso: Stefano smise per un attimo di suonare, mi guardò... e ricominciò.

Non ebbi la mia risposta, ma mi successe una cosa strana: per la prima volta pensai che anche io avrei potuto suonare, fare magie con quello strumento che da sempre conoscevo ma che parlava una lingua a me sconosciuta; era enorme, di legno nerissimo, ed ero sicura che dentro quella sua pancia si nascondessero tutti i suoni a me così familiari che saltavano fuori quando Stefano li chiamava.

In quel momento decisi che avrei fatto di tutto per realizzare almeno quel mio sogno; ed infatti insistetti con la mamma e con il papà, tormentai Stefano e nonno Aurelio e alla fine ottenni l’aiuto di nonna Sara che mi promise che avrebbe chiamato un’insegnante tutta per me. Io ero entusiasta e il mio cuore un pochino più leggero.

Anche il giorno seguente mi svegliai con grande anticipo; probabilmente dentro di me non avevo ancora realizzato che a scuola non ci sarei proprio potuta andare.

Scesi lentamente le scale, cercando di non farle scricchiolare: il papà e la mamma stavano parlando in cucina. Mi nascosi dietro la porta, anche se mi avevano detto che non si fa e che è grande maleducazione, e li sentii dire che avrebbero trovato una soluzione, magari una scuola per bambini come me, ebrei. Ebrei, di nuovo. Avevo già sentito quella parola da Ester. Ma cosa voleva dire? Cos’erano? Possibile che avessimo una malattia di cui non mi ero mai accorta?

Ero confusa, mi sentivo sempre di più come la fogliolina gialla sul ramo di tiglio. Ma magari non ero poi così tanto diversa, forse ce n’erano altre di foglie ingiallite e piccoline proprio come me.

Ritornai nella mia cameretta e mi riaccoccolai sotto le coperte.

Qualche giorno dopo arrivò Tamar, la mia insegnante di musica. Già solo grazie al nome mi stava molto simpatica: nonno Aurelio mi aveva detto, infatti, che Tamar significa palma da dattero, ed entrambi avevamo sempre amato mangiare quei frutti dolcissimi davanti al caminetto, mentre fuori scendeva la neve, in inverno.

«Vengono dalla Libia, sono prodotti coloniali» diceva il nonno.

Era bella come la mamma, Tamar, con i capelli scurissimi raccolti all’indietro e gli occhi grandi e gentili. Portava vestiti tutti colorati e cappelli stravaganti. Nonna Sara mi raccontò di lei che aveva la mia età quando era arrivata in Italia dalla città greca di Salonicco.

La prima lezione fu una noia mortale. Tutto solfeggi e scale. Mi toccò anche imparare a memoria i nomi delle note e la loro posizione sulla tastiera. Tamar mi dovette spiegare tutto moltissime volte: non mi entravano proprio in testa!

Passai due mesi a suonare, giocare, annoiarmi: mi sembrarono due anni. Non ero allegra, ma neppure troppo triste. Tutti erano gentili con me, anche più di prima. Gli adulti erano molto preoccupati, come smarriti: persino Stefano, il mio eroe. Ma io non me ne accorgevo. Solo dopo, ripensandoci, ho visto, capito, compreso.

Poi, tutto cambiò di nuovo.

Me lo ricordo come fosse ieri: ero con il nonno in cortile, avevamo appena diviso l’ultima caramella rimastagli in tasca. Sentii la mamma chiamarmi a voce alta. Entrai in casa un po’ spaventata: credevo di aver combinato qualche pasticcio, ma trovai mamma e papà seduti al tavolo sorridenti, mano nella mano. Dopo un attimo di silenzio che fece aumentare la mia impazienza, mi annunciarono che finalmente il giorno dopo sarei potuta andare a scuola.

«Alla scuola ebraica» dissero.

Io non ci potevo credere: ero contentissima! Mi avviai di corsa su per le scale, non stavo più nella pelle.

Il cuore batteva, batteva sempre più forte, nella mente si accumulavano immagini dai colori accesi che mi riempivano gli occhi e poi sbiadivano, rapide, veloci.

Sbattei le palpebre un paio di volte ed ecco prendere forma, chiaro chiaro, il mio grembiule lungo fino alle ginocchia, poi ecco la cartella con i libri, e qualche risata in sottofondo.

Un battito di ciglia ed ecco apparire la maestra che spiegava la lezione e scriveva alla lavagna.

Una frazione di secondo, e poi la punta delle dita fresca.

Solo allora mi accorsi di Cannella. Mi aveva raggiunto in cima alle scale e aveva appoggiato il muso sulla mia mano, il suo naso umido mi bagnava le dita.

Respirai a fondo, poi mi sbrigai: volevo prepararmi per bene per il mio secondo primo giorno di scuola.

CAPITOLO 3

La notte non dormii molto. Ero ancora eccitata per quella fantastica notizia. Il mattino seguente, prima di partire con il nonno, mi precipitai in cucina, dove mi stava aspettando la mamma: per l’occasione si era svegliata all’alba e mi aveva cucinato delle frittelle di mele, le mie preferite. Intanto nonno Aurelio, premuroso, andò a prendere il mio cappotto rosso, quello della festa, e, sedutosi accanto, mi attese pazientemente. Quando ebbi terminato di mangiare, corsi in camera mia, indossai il grembiule, presi la cartella con i libri, poi raggiunsi il nonno e insieme ci incamminammo verso la scuola.

L’autunno era la mia stagione preferita e quella mattina, nonostante facesse freddo e il vento gelido mi pungesse le guance, mi divertii a calpestare le ultime foglie che cadevano dagli alberi e a prenderle al volo prima che toccassero terra. In poco tempo ci trovammo davanti alla scuola: la struttura ad angolo era circondata dalla strada, nella quale i bambini e i ragazzi si ritagliavano uno spazio dove divertirsi prima delle lezioni. Il nonno mi prese da parte, si abbassò e mi diede un bacio sulla guancia. Lo abbracciai forte forte, non volevo più lasciarlo andare, perché il cuore aveva iniziato a battere all’impazzata ed io mi sentivo piccolina di fronte a tutte quelle persone a me sconosciute. All’improvviso una folata di vento portò via il cappello del nonno, così lui gli corse dietro per prenderlo, salutandomi precipitosamente. Rimasi sola nel cortile, ma ben presto gli schiamazzi degli altri bambini richiamarono la mia attenzione. Cercai di controllare tutti i sentimenti che si agitavano dentro di me e, a piccoli passi, iniziai ad avvicinarmi all’entrata. Il maestro, un uomo anziano, piuttosto smilzo, con una folta barba bianca ed un paio di occhialini rotondi, ci stava aspettando sorridendo, ma solo adesso, ripensandoci, mi rendo conto che era un sorriso strano, come forzato, però quel giorno ero talmente agitata che non ci feci caso.

La mattinata fu molto divertente: il maestro ci fece fare un giro della scuola e tornati in classe, dopo aver fatto l’appello, ognuno si presentò e parlò di sé. Le ore di lezione passarono velocemente, perché le storie dei miei compagni erano talmente interessanti che ne rimanevo affascinata. Al suono della campanella uscii da scuola, salutando allegramente tutti i miei nuovi amici. Il sole mi illuminò il viso e dovetti alzare il braccio sulla fronte per riuscire a scorgere Ester che, appoggiata al muretto, mi stava aspettando insieme a Cannella. Le corsi subito incontro per abbracciarla: ero felicissima. Anche lei, appena mi vide, mi sorrise, mentre Cannella si mise a scodinzolare. Nel tragitto le raccontai tutta la mia giornata, lei cercò più e più volte di farmi qualche domanda, ma io non le lasciavo neanche finire la frase, che ricominciavo a parlare del mio primo e meraviglioso giorno di scuola. Arrivata a casa, lanciai la cartella a terra e corsi dai miei genitori, desiderosa di ricominciare daccapo a narrare la storia di cui ero stata protagonista quella mattinata.

Mi aspettavano entrambi seduti da un lato del tavolo della cucina. Avevano un'aria abbattuta e tormentata a cui non sapevo dare una spiegazione. Il lampadario che pendeva al centro della stanza evidenziò l'espressione cupa di mio padre, quando mi chiese di andare a sedermi di fianco a lui e il tono basso della sua voce mi suggerì che non c'erano buone notizie. Per qualche motivo mi venne subito in mente la scuola: ebbi paura che mi dicessero che non ci sarei più potuta andare, ma evidentemente la cosa non riguardava solo me, perché la mamma chiamò anche Stefano ed Ester. Ero molto preoccupata per la tensione che percepivo.

«Ragazzi – disse la mamma con quel tono dolce che solo lei aveva – ci sono stati dei problemi a lavoro: il papà ha... litigato con il capo e... ora non può più andare in banca.»

Io la guardai senza parole e papà aggiunse lentamente:

«Dato che non posso più lavorare, non potremo più restare in questa casa.»

Mio fratello si alzò e se ne andò sbattendo la porta, poi iniziò a suonare Mille lire al mese, ma in quel momento mi sembrava tutta un'altra canzone. La forza con cui premeva i tasti del pianoforte, le parole che rimanevano sospese tra una nota e l'altra e tra gli sguardi persi dei miei genitori: in tutto quel rumore c'era un vuoto incombente. Ester si mise a piangere. Ero confusa, non capivo perché tutti fossero così agitati... ero sicura che papà sarebbe riuscito a trovare una soluzione che sarebbe andata bene a tutti, ma, guardandolo, notai che nei suoi occhi era comparso un velo di smarrimento. Ester cominciò una discussione che si fece via via sempre più accesa, ma io continuavo a non capire, lei parlava di soldati e di ebrei e diceva che aveva paura di cosa sarebbe successo alla nostra famiglia. A quel punto cominciai ad aver paura anche io e sgattaiolai di sopra nel mio rifugio dove potevo sfuggire al mondo reale e mi accoccolai sul pavimento, appoggiata alla cassapanca. Sentii Cannella zampettare verso di me, la alzai delicatamente da terra e la strinsi tra le braccia. Lei come risposta si mise a leccarmi il palmo della mano. Rimanemmo appoggiate a quel legno ruvido per parecchio tempo e presto Cannella si addormentò. Io rimasi sola a chiedermi cosa avessero fatto di male gli ebrei per essere così al centro dell’attenzione di tutti; in fondo anche io e la mia famiglia eravamo ebrei, ma ero certa che nessuno di noi avrebbe mai fatto del male a nessuno.

Ero ancora immersa nei miei pensieri, quando il suono del campanello mi riportò alla realtà e mi ricordai che era quasi arrivata l’ora della lezione di pianoforte. Di solito mi fiondavo alla porta ansiosa di cominciare a suonare, ma quel giorno scesi le scale lentamente, soffermandomi su ogni scalino per ritardare il più possibile il mio presunto ultimo incontro con Tamar. Quando aprii la porta e vidi la sua espressione, pensai subito che anche lei avesse ricevuto quella brutta notizia.

CAPITOLO 4

Ci comunicò che non avrebbe più potuto insegnarmi a suonare il piano. I miei genitori e i nonni, a capo chino, annuirono, conoscendone il motivo, ma io ero sempre più confusa e arrabbiata mentre una strana agitazione mista a una sorta di paura si stava impadronendo di me.

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo alla mia famiglia, intorno a noi: io, Ester e Stefano che non potevamo più frequentare la scuola, papà che non poteva più andare a lavorare in banca e noi tutti che avremmo dovuto cambiare casa. Infine Tamar che non sarebbe più venuta a impartirmi lezioni di musica.

Sentimenti contrastanti si agitavano nel mio animo: incertezza, confusione, malessere, rabbia, paura, insicurezza. Cosa poteva ancora capitare? Volevo che qualcuno mi spiegasse il perché di tutti questi cambiamenti.

Ricordavo ancora bene le parole di Ester quando mi aveva detto che adesso c’erano delle nuove leggi che vietavano agli ebrei come noi di andare a scuola e ora la storia di papà...

Lasciai tutti lì sulla porta di casa e andai alla ricerca di Stefano, forse lui mi avrebbe aiutato a capire e così sarebbe sparita anche la paura che sembrava non volersene andare. Girai tutta la casa, senza riuscire a trovarlo. Probabilmente la notizia appena ricevuta da mamma e papà lo aveva scosso profondamente ed era uscito.

Nei giorni successivi l’atmosfera familiare s’incupì sempre più: il ricordo più vivo che mi è rimasto è quello dei volti preoccupati dei miei genitori e dei miei nonni. Una mattina sentii Ester domandare a Stefano:

«Se papà non può più andare a lavorare, chi porterà i soldi a casa? Con cosa compreremo il cibo per mangiare? Dove andremo a vivere?» Queste domande, ascoltate di nascosto, mi frullavano in testa e non ero in grado di dare una risposta a nessuna.

Il nonno e papà, nei giorni seguenti uscivano presto al mattino per andare in cerca di una nuova abitazione rimanendo poi fuori tutto il giorno. Io al mattino frequentavo la scuola ebrea, ma l’entusiasmo dei primi giorni era passato e, tornata a casa, restavo incollata alla finestra ad aspettare il loro ritorno, sempre più depressa e angosciata... sembrava che per noi ebrei non ci fosse una casa libera da affittare.

I giorni trascorrevano lenti senza nessuna novità: in casa parlavamo poco, l’atmosfera serena e tranquilla era solo uno sbiadito ricordo.

Dopo alcuni giorni, vidi papà e nonno rientrare con passo più veloce del solito e con un viso meno turbato e accigliato. Mi parve strano, ultimamente non li avevo più visti così rilassati, quasi sorridenti. Entrati ci comunicarono la notizia: una famiglia ebrea ci avrebbe ospitati fino a quando non avessimo trovato una nuova sistemazione. I giorni successivi, taciturni e con le lacrime agli occhi preparammo le valigie, chiudendo in scatole e scatoloni tutti i nostri ricordi vissuti in quella casa.

Una sera, particolarmente stanca e con una tristezza che non mi abbandonava mai, andai a rifugiarmi nella mia stanza, quella piccola mansarda in cui avevo trascorso gran parte della mia infanzia. Iniziarono subito a riaffiorare vecchi ricordi, indimenticabili: me, Cannella, i miei fratelli e tutte le bravate vissute lì dentro. Ora mi sembrava cupa e paurosa anche se era sempre la mia solita cameretta, quella in cui passavo interi pomeriggi tenendo compagnia alla nonna mentre cuciva. Forse ero io che stavo cominciando a cambiare, forse per colpa di tutti questi avvenimenti che mi stavano circondando ai quali non ero abituata. Ero sempre più confusa, non capivo più niente di quello che stava succedendo, non capivo l’atteggiamento della mia famiglia che era sempre più distaccata e, quando chiedevo il perché di certe cose che non comprendevo, loro mi guardavano solamente con occhi persi nel vuoto e un’aria triste e cupa.

La notte non riuscivo più a dormire, spesso andavo a cercare rifugio e calore nel lettone di mamma e papà, che provavano a calmarmi, abbracciandomi stretta e dicendomi che presto tutto si sarebbe risolto.

«Devi solo pensare ad andare bene a scuola, a divertirti con i tuoi nuovi compagni, al resto pensiamo noi grandi.» Ma anche queste parole di rassicurazione non bastavano a spegnere l’inquietudine che mi divampava dentro.

Spaventosi incubi popolavano i miei risvegli notturni. Mi vedevo sola, in una casa che non riconoscevo, insieme a persone sconosciute che urlavano costringendomi ai lavori più umili. Mangiavo solo una volta al giorno, intrugli privi di qualsiasi gusto e, quando osavo porre delle domande, venivo rinchiusa in un sottoscala umido e infestato dai topi... e lì mi svegliavo urlante e terrorizzata. Le mie grida strazianti inevitabilmente svegliavano Ester, che saltava velocemente fuori dal suo letto posto di fianco al mio e, cullandomi dolcemente, mi accarezzava i capelli pregandomi di smetterla, che era stato solo un brutto sogno, che ero nella nostra cameretta, al sicuro. A poco servivano anche le rassicurazioni e le parole amorevoli dei miei genitori, che accorrevano trafelati. I singhiozzi che squassavano il mio piccolo petto erano incontrollabili. Solo quando papà o mamma mi prendevano in braccio per portarmi nella loro camera, il pianto lentamente diminuiva, finalmente riuscivo ad allontanare il terrore che faceva battere forte il mio cuore.

Ritardavo l’ora di infilarmi sotto le lenzuola perché sapevo cosa mi aspettava e non volevo si ripetesse. Il pensiero di dover andare a dormire, il sapere di doverlo fare e la consapevolezza di ciò che si sarebbe ripetuto anche quella notte, era per me fonte di un’angoscia continua e costante.

Poi, finalmente. arrivò la sera precedente al trasloco. Tutta la famiglia, come in un corteo funebre, feci il giro di tutte le stanze. Anche i mobili erano già stati portati via, accatastati in una cantina di un amico di papà. Era l’ultima volta che avremmo visto quella casa.

La mattina del trasloco, carichi come muli, attraversammo la città passando davanti a quel negozietto in cui con il nonno compravamo sempre le caramelle mou, che tanto piacevano a entrambi e notammo, appeso alla serranda, un cartello. Chiesi a Ester di leggermi cosa ci fosse scritto e lei rispose con voce afflitta: vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani.

© andrea valente