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INCIPIT

Era il mio primo giorno di scuola e lo avevo atteso per tutta l’estate. In realtà di più, perché lo immaginavo sin dal primo giorno di scuola di mio fratello, poi quello di mia sorella, che invidiavo un sacco, con i loro libri e i quaderni a righe e a quadretti.

Ora era il mio turno e quella mattina mi alzai ben prima dell’alba. Chissà se tutte le ore prima dell’alba sono come quelle, oppure solamente nel primo giorno di scuola...

Quando mamma entrò per svegliarmi avevo già indosso l’abito scelto per l’occasione. Lei passò le dita tra i miei capelli e mi sistemò l’ultimo bottone. La colazione era pronta e anche il nonno era accorso in cucina, per non mancare a quell’appuntamento. Credo che anche i nonni attendano con impazienza il primo giorno di scuola dei nipotini.

Fu papà a posare il caffè e, guardandomi affettuosamente negli occhi, provò a spiegarmi che quel giorno non ci sarebbe stata lezione per me. Né per mia sorella e mio fratello. Il nonno sarebbe rimasto con noi.

Mentre fuori la strada cominciava a farsi trafficata, io mi sedetti senza saper cosa dire. Il mio primo giorno di scuola fu il primo giorno in cui a scuola non andai.

CAPITOLO 1

Arrivò in cucina, per farmi le feste, il mio cagnolino Cioppy, come accadeva tutti i giorni a colazione, ma quella era la mattinata più triste della mia vita. Una delle cose che amavo di più era sentire il cinguettio degli uccellini e vedere sorgere l’aurora; in quel momento, però, nulla sembrava più avere lo stesso fascino.

Con le lacrime agli occhi, decisi di salire fino al solaio, la mia stanza preferita: vi era una finestrella circolare grazie alla quale potevo osservare la collina di Saluzzo e lo splendido Monviso. Guardando fuori, mi immersi sempre più nei miei pensieri e iniziai a fantasticare su quel primo giorno di scuola, atteso con tanta ansia. Era stato tutto inutile: il mio grembiulino inamidato sarebbe rimasto appeso all’attaccapanni, la cartella con quaderni e libri nuovi, appoggiata sul mio letto, le matite colorate tristemente sistemate nell’astuccio. Nella mia testa si affollavano mille pensieri e mille domande: Come sarebbero state le maestre, severe o simpatiche? Avrei trovato dei compagni con i quali fare amicizia? Avrei sentito la mancanza dei genitori e dei nonni?

I miei dubbi vennero bruscamente interrotti dalla voce di nonno Mauro, che stava chiamando a raccolta me, mio fratello Marco e mia sorella Ludovica, per andare a fare una passeggiata con lui fino all’azienda di famiglia. L’azienda era una delle più grandi del Saluzzese e aveva annessa una fattoria con degli animali fantastici.

In generale, la strada era molto trafficata, vari mezzi pubblici e, soprattutto, tantissimi bambini mano nella mano con i genitori, che attraversavano la via, alla volta della piccola scuola elementare del quartiere. Mi fece particolarmente male vedere la nostra vicina di casa Margherita – una bella bambina bionda, dell’età di Ludovica – mentre si faceva accompagnare alla volta di quell’edificio colorato. Solitamente Margherita era solare, mi sorrideva sempre e si fermava per fare due chiacchiere; in quell’occasione, invece, non mi rivolse neanche uno sguardo gentile. Molto presto avrei anche capito il perché. Nel frattempo, nella mia mente, girava un turbinio di domande: Che costa sta succedendo oggi? Perché nessuno mi vuole spiegare? È vero, sono piccola, ho soltanto sei anni, ma voglio sapere perché non posso andare a scuola come tutti i ragazzini del vicinato!

Grazie al nonno, arrivammo in azienda e ci dirigemmo verso la stalla che, in realtà, era il mio posto preferito nonché rifugio segreto. La stalla era rettangolare, non molto grande, suddivisa in tre parti: la prima era adibita ai vitellini in lattazione, la seconda alle vacche e la terza ai vitelli messi all’ingrasso. In un angolo c’era un mucchio di paglia sul quale giocava sempre la nostra gattina, attentissima ai topi, era una predatrice nata. Ogni nostra vacca aveva un nome che le davamo noi bambini alla nascita, ad esempio quella mattina c’era un nuovo musetto che ci guardava con tenerezza aspettando il latte. Tutti insieme iniziammo a pensare al nome più adatto... Molly! Almeno una piccola gioia c’era stata, in quella stranissima giornata. I brutti pensieri si dissolsero in un lampo, quando nonno mi propose di andare a vedere il cavallo Gigi, il mio migliore amico in quella fattoria: Gigi era un cavallo da tiro di color marroncino, con una piccola stella bianca in testa. Solitamente lo tenevamo in un recinto, ma aveva anche modo di scorrazzare libero per i campi circostanti e spesso toccava proprio a me pulirlo. Occuparmi di Gigi e degli altri animali della fattoria era la mia passione, mi bastava stare a contatto con la natura per sentirmi libera e felice. Da grande, sarei diventata la miglior veterinaria del quartiere.

La mattinata era passata in un lampo e quasi non pensavo più all’episodio accaduto poche ore prima. Decisi di tornare a casa, verso mezzogiorno, per salutare la mamma e aiutarla con le faccende domestiche. Per la seconda volta, la visione dei bambini, che uscivano da scuola ridendo e saltando, mi riportò addosso una grande tristezza e un vento di malinconia sferzò la calda aria di settembre. Era l’anno 1938 e io, piccola Liliana, ero l’unica bambina al mondo a non potere imparare cose nuove, mi era perfino vietato stare con i miei compagni.

Entrai in casa con le lacrime agli occhi e mia madre Loredana, senza stupirsi, mi cinse in un lungo abbraccio di conforto. Le chiesi:

«Perché non parli? Voglio sapere tutto! Perché Margherita e gli altri bambini sono a scuola, mentre io in giro con il nonno, Marco e Ludovica ad accudire gli animali? Neanche loro possono stare con i loro amici... Perché siete così cattivi con noi?»

Mia madre a stento trattenne la grande tristezza che la divorava dentro e provò a restare calma:

«Liliana cara, non starò qui a raccontarti bugie, sei ancora piccola per certe cose, ma qualcuno pretende che tu cresca più in fretta del dovuto. Oggi non sono andata a lavorare, da una settimana la fabbrica mi ha licenziata. Non ci sono delle grandi spiegazioni, semplicemente la nostra famiglia non è più la benvenuta qui. Non possiamo andare a scuola o al lavoro come facevamo prima, ci sono delle persone molto cattive che vogliono toglierci la nostra quotidianità. Liliana, non permettere a nessuno di toglierti il tuo bel sorriso, sii forte come cerchiamo di esserlo tutti, ti prego!»

Dopo questa risposta rimasi di sasso, con più dubbi di prima, e arrabbiatissima uscii sbattendo la porta. Tutto quello che mi aveva detto mia madre non aveva alcun senso, non trovavo un filo logico, non volevo crescere in fretta, ero semplicemente una bambina di sei anni.

Il fatto che vivessi in un’epoca tragica e sbagliata e che la mia vita fosse cambiata per sempre in quel mite 15 settembre del 1938, lo scoprii purtroppo a mie spese soltanto settimane dopo.

Dopo una lunga corsa, mi rifugiai nuovamente in fattoria, dove incontrai mio padre, al quale chiesi di raccontarmi una bella storia, lontana nel tempo, che non parlasse di cose brutte e dove tutti i bambini potessero andare a scuola felici.

CAPITOLO 2

Nonostante fossi stanca, avessi il fiatone e le gambe mi facessero male, mi sentivo protetta e al sicuro nella stalla. Mi strinsi al suo braccio e, avvicinando il viso al suo petto, sentii subito l’odore di tabacco dell’inseparabile pipa d’ebano. Con molta calma si tolse il cappello e mise la mano sulla mia testa. Cercai conforto nei suoi occhi stanchi, mentre una lacrima scendeva sul mio viso. Continuavo a non capire perché non potessi andare a scuola e chi fossero le persone cattive di cui mi aveva parlato la mamma. Mio padre mi prese in braccio e mi disse:

«Sai ho avuto un’idea, vieni, torniamo a casa, ti devo dare una cosa.»

Così dicendo, si alzò e mi prese per mano. Tornando, mi narrava di quando lui era bambino e andava a scuola, ma, quando finì di parlare, gli chiesi nuovamente di raccontarmi una storia. Sorrise e mi disse:

«Abbi un attimo di pazienza. Le mie storie sono noiose, eppure sono sicuro che quello che ho in mente non ti deluderà.»

Ormai eravamo a casa e mio padre mi promise di accontentarmi dopo cena. A tavola ci ritrovammo tutti: nonno Mauro aveva un’aria triste ed era silenzioso, come se avesse appena litigato con qualcuno, mamma Loredana pareva molto indaffarata, ma capii subito che era assorta nei suoi pensieri, anche Marco e Ludovica, mentre apparecchiavano, in certi momenti faticavano a nascondere un’espressione venata di malinconia. Pareva un giorno come tutti gli altri, ma in ogni cosa, come nella preghiera, c’era un po’ meno di allegria e di convinzione.

La cena passò lenta e silenziosa, le teste si alzavano raramente dai piatti e si udiva solo il rumore delle posate. Questo clima freddo fece sì che finissi in fretta la cena, sempre più ansiosa di scoprire che cosa mio padre avesse in serbo per me. Mandato giù l’ultimo boccone e dopo aver sparecchiato, con il permesso della famiglia mi prese con sé e ci avviammo nello studio.

Non ero entrata molte volte in quella stanza, colma di libri vecchissimi, che tanto speravo di leggere un giorno. Si avvicinò a uno dei molti scaffali ed estrasse un libro, in modo così sicuro che mi stupii che si ricordasse la posizione di ciascuno di essi. Con un soffio levò la polvere dalla copertina di un blu profondo, consumato dal tempo, lo posò sulla scrivania al centro della stanza e mi invitò ad avvicinarmi.

«Ecco a te: questo è quello che avevo pensato.» Dicendo così mi diede in mano il libro. Lo presi con stupore, restai ad osservare ammirata la sua copertina e le pagine ingiallite dal tempo, sembrava di toccare un oggetto magico, qualcosa di unico. Finalmente ne avevo uno anch’io. Mio padre sorrise guardandomi e, quando mi fermai dubbiosa sulla scritta, mi spiegò:

«C’è scritto Le avventure di Pinocchio, è il titolo del libro. Mi ha aiutato a crescere e mi ha insegnato molte cose, per anni ho letto questo libro per staccarmi dal mondo. Ora, però, ne hai più bisogno tu, vorrei che fosse il tuo compagno di sogni e viaggi, come lo è stato per me. Ti assicuro che è un libro molto bello, ti leggo solo una frase e, poi, da questa sera è tutto tuo.»

Lo sfogliò e lesse con voce calma e solenne:

«La coscienza è quella vocina interna che la gente ascolta così di rado. Per questo il mondo va così male oggi.»

Ero confusa, chissà cosa voleva dire?

«È normale che tu non comprenda, ma vedrai che un giorno capirai». Sorrisi e corsi nel solaio, eccitata dal mio nuovo regalo. Quando chiusi la porta, mi ritrovai sola, nel mio mondo fantastico, il regno delle mie fantasie. Con fatica spostai la poltrona vicino alla finestra. Fuori la notte stava avanzando. Osservai per qualche istante la copertina, poi, finalmente, quasi con soggezione, mi decisi ad aprirlo. L’odore era di muffa e di inchiostro, tipico dei libri vecchi. Nonostante non capissi cosa ci fosse scritto, quelle lettere mi affascinavano. La mia immaginazione volava e, mentre sfogliavo le pagine, mi inventavo io una storia in cui tutti potevano andare a scuola; creavo un posto bellissimo, con maestri gentili e compagni allegri, non come i bambini che, improvvisamente, mi evitavano. Mi tornò in mente la frase che aveva detto mio padre: io, però, non sentivo nessuna vocina, chissà se anche i bambini ce l’avevano? Mentre pensavo a cosa volesse significare, mi addormentai, stanca, un po’ meno delusa e con pensieri più belli.

Nonno Mauro mi accarezzò il viso con dolcezza per svegliarmi. Mi stropicciai gli occhi e ci impiegai un attimo a rendermi conto di dove fossi. Il nonno prese il libro e ridacchiando disse:

«Vedo che non hai perso tempo.»

Suonarono le campane della torre Civica e non riuscii a non sbirciare fuori dalla finestra. Quello avrebbe dovuto essere il mio secondo giorno di scuola, ma io avevo qualcosa che gli altri non avevano. Ci volle poco perché le strade si riempissero di bambini felici di andare a scuola. Pensierosa sollevai lo sguardo e qualcosa della casa di fronte attirò la mia attenzione. Forse non ero l’unica a non poter andare a scuola. Un’altra bambina osservava fuori dalla finestra. Anche lei alzò la testa e ci guardammo negli occhi.

CAPITOLO 3

Avrei tanto voluto conoscerla, ma, secondo mamma Loredana, era meglio non uscire di casa in quel momento. Dalla finestra udivo degli spari e mi domandavo da dove provenissero e soprattutto perché stessero sparando.

Il giorno seguente, mamma e io decidemmo di recarci nella fattoria, accompagnate da Cioppy e, scese da casa, incontrammo la famiglia della misteriosa bimba alla finestra.

Io portavo con me il libro regalatomi dal nonno e appena gli occhi della bimba caddero sulla copertina blu profondo, le si dipinse un sorriso felice sul volto, che ricambiai.

Arrivate in fattoria, andai subito a salutare il cavallo Gigi e, vicino a lui, mi misi a guardare le figure della storia.

Dopo un po' di tempo arrivò mamma Loredana, si sedette accanto a me e disse:

«Noto con piacere che il libro che il nonno ti ha regalato ti appassiona!»

«Sì! – risposi entusiasta – le figure sono bellissime anche se vorrei tanto poterlo leggere...» Finii la frase con una nota di amarezza nella voce.

«Liliana, tesoro mio, c'è una persona che è venuta a trovarti e credo che sarebbe molto felice di aiutarti; seguimi e vedrai.»

Tornammo dentro la fattoria e subito vidi la bambina che mi aveva sorriso.

«Liliana, lei è Giuditta, ha sei anni come te, i suoi genitori sono dei librai e lei sa leggere.»

«Davvero sai leggere?» Domandai a Giuditta, che mi rispose in modo affermativo.

«Se ti va posso insegnarti, così poi possiamo giocare insieme, almeno avrò un'amica con cui divertirmi!» Esclamò entusiasta Giuditta.

Tornammo tutte insieme in città ed ero la bimba più felice del mondo: avrei imparato a leggere! Sarei riuscita a leggere il libro che mi aveva regalato nonno Mauro!

Il giorno seguente Giuditta ed io ci incontrammo sempre in fattoria e, nella stalla di Gigi, iniziammo le nostre lezioni: duravano sempre tutto il pomeriggio, anche se, il più delle volte ci mettevamo a giocare e perdevamo il senso del dovere.

Ogni sera ci davamo appuntamento alla finestra in modo da poter stare insieme, anche se eravamo distanti. Piano piano, lezione dopo lezione, riuscivo a leggere sempre più parole ed ero entusiasta dei miglioramenti. Lo era anche Giuditta che, nel frattempo, era diventata la mia migliore amica. Varie volte mi aveva invitato a casa sua ed io ero rimasta senza parole quando per la prima volta avevo visto tutti i libri che la sua famiglia possedeva.

«Sono tutti tuoi?» Chiesi.

«Sì, anche se la mia mamma molti non me li lascia leggere, dice che parlano di cose da grandi e che io sono troppo piccola per comprenderli...» Rispose Giuditta.

«Non importa ora, dai dimmi qual è il tuo libro preferito, così possiamo leggerlo insieme!» Proposi.

«Ottima idea Liliana! Sei un'ottima migliore amica!» Replicò Giuditta.

Andammo in camera sua e lei prese un libro grande, dalla copertina rossa in velluto: era davvero molto bello esteriormente; si intitolava Biancaneve ed aveva un disegno di una giovane fanciulla circondata da sette strani ometti.

«Allora, che ne dici di iniziare a leggere?» Domandò lei.

Stavo per rispondere quando sentii degli spari in lontananza, non solo alcuni, ma tanti colpi di pistola a raffica. Io e lei eravamo spaventatissime, avevamo tanta paura e non sapevamo cosa fare. Ad un tratto, così come tutto era iniziato, tutto finì.

La mamma di Giuditta si precipitò nella sua stanza e ci proibì severamente di uscire di casa in quel momento. Dal suo tono di voce intuii che era successo qualcosa di grave.

Giuditta ed io rimanemmo in silenzio: la voglia di leggere era passata ed ora all'interno della stanza si percepiva aria di paura. Fu Giuditta a rompere il silenzio:

«La mia mamma una volta mi ha detto che non dobbiamo uscire di casa quando sentiamo questi colpi, li fanno le persone cattive. Mamma dice che hanno paura di noi e per questo cercano di intimorirci con le armi.»

«Anche la mia mamma me lo ha detto, anzi mi ha detto che delle persone ci vogliono fare del male, ma che non dobbiamo farci togliere il sorriso!»

In un secondo, la nostra paura svanì ed iniziammo a leggere Biancaneve. Era un libro molto coinvolgente, soprattutto perché parlava di una principessa, ma anche perché aveva delle figure magnifiche.

«Ti piace?»

«Molto. È un libro fantastico, anche se, devo essere sincera, il mio libro preferito rimarrà per sempre Le Avventure di Pinocchio; mio nonno mi ha letto una frase di quel libro che diceva: La coscienza è quella vocina interna che la gente ascolta così di rado. Per questo il mondo va così male oggi

«Che cosa significa questa frase?» Mi chiese Giuditta.

«Sinceramente non saprei, magari lo capiremo quando cresceremo.» Risposi decisa.

«Dai Liliana, dobbiamo continuare con la lettura, sono ansiosa di conoscere il finale!» Esclamò Giuditta.

Il pomeriggio a casa di Giuditta volgeva al termine e mamma Loredana era venuta a prendermi. Mi disse che per quella sera avremmo dormito in fattoria. Nella nostra casa era successo qualcosa di strano.

Salutai Giuditta e mi incamminai con la mamma verso la fattoria, dove ci aspettava tutta la mia famiglia. Portavo con me il libro dalla copertina blu ed avevo deciso che quella sera, sarei andata avanti nella lettura.

Il giorno seguente tornammo a casa e la prima cosa che notai furono i vetri: erano spariti. Entrammo. Ciò che vidi davanti ai miei occhi era terrificante: piatti rotti in cucina, cassetti scoperchiati ovunque, libri nello studio del nonno sparsi sul pavimento... Tutto era in disordine!

Marco e Ludovica mi abbracciarono attoniti. Casa mia, la mia casetta ridotta in quello stato! Avevo paura.

In quel momento in casa nostra entrarono degli uomini in divisa che iniziarono a gridare dicendoci di scendere in piazza.

Nonno Mauro mi prese per mano e mi disse di tenere stretto a me il libro. Mentre ci dirigevamo in piazza vidi la mia amica Giuditta che non mi rivolse uno dei suoi soliti sorrisi. Stava per accadere qualcosa che mi avrebbe stravolto la vita.

CAPITOLO 4

Il libro era stretto tra le mie mani. Il cielo era grigio. Le nuvole sembravano cariche di pioggia. Gli uomini in divisa, che erano venuti a prenderci, ora ci circondavano, senza lasciarci via di fuga; uno di loro cominciò a parlare, zittendoci tutti: disse che tutto ciò che era di nostra proprietà non sarebbe stato più nostro e che entro la sera del giorno successivo avremmo dovuto registrarci e dichiarare la nostra appartenenza alla razza ebraica, così come prescrivevano le nuove leggi.

Le parole dell’uomo in divisa erano per me incomprensibili.

Cosa voleva dire? Cosa significava razza ebraica? Mamma e papà, Marco e Ludovica, nonno Mauro, io e Giuditta avevamo qualcosa di diverso dagli altri? Il colore dei nostri capelli era forse strano? Oppure i nostri vestiti erano così brutti?

Mi sentivo confusa e impaurita; mi sembrava che il mondo che avevo avuto attorno fino a quel momento non sapesse più chi fossi. Qualcuno aveva deciso che non potevamo più andare a scuola, che mamma e papà non potevano più lavorare e, ora, come se non bastasse, che le nostre cose non erano più nostre.

Il mio sguardo si diresse immediatamente verso nonno Mauro, il quale mi strinse a sé, accarezzandomi la testa.

A questo punto, i soldati ci lasciarono andare e noi tornammo a casa.

Nel più completo silenzio, senza dire una parola, iniziammo a mettere in ordine. I miei genitori si comportavano come se nulla fosse accaduto ma, in realtà, dalle occhiate che si scambiavano, capii che qualcosa non andava e che erano preoccupati.

Marco si chiuse in camera sua, sbattendo la porta; Ludovica, invece, cercò, a modo suo, di riparare il vaso di fiori preferito della mamma, regalo di nozze di un lontano parente.

Papà aveva la stessa espressione che di solito gli spuntava sul viso quando io e mia sorella litigavamo per chi dovesse giocare per prima con Sara, la nostra bambola preferita, oppure quando mio fratello metteva in disordine lo studio.

Avevo tante domande che mi frullavano in testa ma, dal rientro a casa, non ero più riuscita a pronunciare una sola parola.

Con il libro di Pinocchio sempre con me mi rifugiai in solaio, cercando di non pensare a ciò che era successo, ma era impossibile. Sentivo i miei genitori al piano di sotto discutere; mi sembrava anche che la mamma piangesse e che papà cercasse di calmarla, ripetendole che tutto si sarebbe sistemato.

Decisi così di scendere, a piedi nudi, stando attenta a non fare alcun rumore; mi fermai subito, dietro la porta della cucina per ascoltare i loro discorsi.

«L’unica soluzione è andarsene il prima possibile – disse mio padre – questo posto non è più sicuro per noi.»

Le sue parole furono per me un colpo al cuore: andar via? E dove? Per quanto tempo? Saremmo tornati un giorno? E che fine avrebbe fatto la nostra casa? I nostri giochi? I libri di papà? E il servizio da tè della mamma? E gli attrezzi del nonno? Chi avrebbe badato ai nostri animali? Che ne sarebbe stato di Giuditta e della sua famiglia? Avrei potuto ancora giocare con lei?

Tante, tantissime domande che ronzavano nella testa senza fermarsi, e soprattutto senza risposta. Domande che non facevano che accrescere la confusione e la paura dentro di me.

Di una cosa però ero certa: l’idea di lasciare per sempre il luogo in cui ero nata e cresciuta non mi piaceva affatto.

Provai la stessa sensazione di quella volta in cui, tornata a casa, mi avevano detto che Choppy era scomparso: non sapevo cosa fare e piansi disperatamente per un pomeriggio intero, fino a quando Marco non ritrovò il nostro cagnolino vicino al parco comunale.

Arrivò l’ora di cena e a tavola, mi accorsi subito che l’aria era molto tesa. Papà interruppe il silenzio dicendoci:

«So che quello che è successo oggi ha sconvolto tutti e sembra assurdo, ma non dobbiamo perderci d’animo. Penso che per il momento sia necessario trasferirci in fattoria. E lo dobbiamo fare prima che il sole sorga.»

Le labbra della mamma si strinsero in un sorriso forzato, mentre nonno Mauro annuiva con la testa, nel tentativo di rassicurarci. Nessuno di noi, però, ebbe il coraggio di chiedere nulla, anche se io avrei voluto urlare con tutta la forza che avevo: perché sta succedendo tutto questo?!

Ognuno andò a preparare la propria valigia. Io presi subito il mio libro, qualche vestito e alcuni giochi. Una volta pronti, ci radunammo in salotto e rivolgemmo un saluto, forse l’ultimo, alla casa dove avevamo trascorso i momenti più importanti della nostra vita, a volte felici, a volte tristi.

Ci mettemmo in cammino; dopo circa mezz’ora di strada, arrivammo alla fattoria. Mentre mamma e papà erano occupati a sistemare le nostre cose, noi, insieme a nonno Mauro, andammo di corsa da Gigi e dagli altri animali. Rivederli e stare con loro mi rese per un momento un po’ più serena, anche se il senso di angoscia e di inadeguatezza, provato fin dal mattino, non accennava a scomparire.

Dopo aver preparato letti di fortuna, esausti, andammo a dormire, o meglio ci provammo. Tante erano state le emozioni della giornata e tanti i pensieri. Non riuscivo proprio a prendere sonno: ogni rumore che sentivo, dal fruscio del vento ai versi degli animali, allo scricchiolio delle travi di legno del tetto, mi trasmettevano inquietudine e ansia. Avevo l’impressione che gli uomini in divisa che ci avevano condotti in piazza al mattino ci avessero seguiti e fossero pronti ad entrare da un momento all’altro, per portarci via, lontano, chissà dove. Il buio della notte accresceva la tristezza che provavo; desideravo tornare immediatamente a casa, nella mia stanza, nel mio letto. La paura prese il sopravvento e scoppiai a piangere.

CAPITOLO 5

Lacrime fredde rigavano le mie guance, bagnandomi le labbra tremanti e scendendo giù, verso il collo. Sapevo che, non appena mi fossi addormentata, sarei stata catapultata nel mondo degli incubi. Sentivo il bisogno di essere stretta, rassicurata, di ascoltare la voce melodiosa di mia madre e i nomignoli con cui mi chiamava mio padre. Quindi non c'è da meravigliarsi se mi alzai e, pur avendo paura del buio, camminai lentamente, attenta a non fare scricchiolare le assi del pavimento. Arrivata alla porta, scorsi mamma e papà sul letto parlare a voce molto bassa e notai che papà la teneva stretta a sé, come se avesse paura che gli sfuggisse. Dal piccolo spiraglio, sentii papà dire:

«Nel caso le cose andassero male, nell'ultimo cassetto del comò troverai...»

Non riuscii ad ascoltare altro, perché distrattamente mi appoggiai alla porta che si aprì. Vidi gli occhi verdi di mio padre spalancarsi, disegnando un'espressione preoccupata sul suo viso:

«Cos'hai, principessa? Stai male?»

«Posso stare qui con voi, papi?»

«Certo amore, vieni qui.»

Mi infilai nel letto e caddi in un sonno profondo, privo di incubi; non ricordo se sognai, ma ricordo bene come mi risvegliai. Ero nel letto, vuoto, ancora frastornata, perciò non mi resi subito conto di cosa stesse accadendo: dal basso provenivano rumori, urla e brutte parole che mamma e papà mi avevano detto di non ripetere, mai. Mi alzai nel momento in cui sentii la voce di mio nonno risuonare; iniziai a correre, cercando di non cadere, perché solo le prime luci dell'alba mi guidavano. Arrivai in cucina proprio dietro a Marco e Ludovica: tutti erano spaventati. Una mano si appoggiò sulla mia spalla e, voltandomi, vidi il viso stanco di mio nonno che si inginocchiò davanti a me e sussurrò:

«Ti va di giocare a nascondino, principessa? Ricorda, non uscire dal nascondiglio, perché ti troverei subito e tu perderesti... ma a te non piace perdere, non è così?»

Io annuii, mentre si sentivano altre urla fuori.

Papà Davide venne verso di me e mi prese in braccio:

«Non sottovalutare nessun nascondiglio, tesoro. Rimani ferma lì e non muoverti. Sei la bambina più forte e coraggiosa che abbia mai visto.» Poi mi regalò uno dei suoi baci sulla fronte e mi mise a terra. Non persi tempo e iniziai a correre più velocemente che potevo. Non mi accorsi nemmeno che Marco e Ludovica erano alle mie spalle. Ci nascondemmo nel fienile, passando attraverso una piccola porta fino ad una scala a pioli su, sul soppalco polveroso, dal quale, tra le assi sconnesse, si poteva vedere il cortile. Un gruppo di uomini vestiti di nero imbracciava dei fucili e strattonava qualcuno: mio papà! Perché erano così violenti con le brave persone?

Papà, con il nonno e la mamma, discuteva animatamente con tre prepotenti uomini in divisa. Notai lo strano cappello portato di traverso, la nera camicia infilata in un lungo cinturone, i pantaloni e gli stivali alti fino al ginocchio. Non molto lontano da loro una quarta figura si teneva in disparte: era Giuseppe Castelletti, il nostro scorbutico vicino di casa, proprietario della fattoria adiacente alla nostra e, a detta dei miei genitori, invidioso dei nostri possedimenti.

«Prendete le vostre cose e andatevene! – Tuonò quello che sembrava il capo – Voi, voi ebrei, vi credete sempre furbi! Questa proprietà è requisita e non vi appartiene più!»

Mio padre, allibito, tentò di ribattere, ma non fece in tempo ad aprir bocca che il più alto dei tre con violenza lo scaraventò bruscamente al suolo.

«Voi due! – Ordinò poi indicando il nonno ed il papà – venite con noi e non tentate di opporvi: non servirebbe a nulla.»

Il nonno si avviò per primo, sebbene con riluttanza. La mamma, nel tentativo di trattenere papà, si gettò fra le sue braccia, ma fu tutto inutile. Una volta allontanatasi la camionetta, i miei fratelli decisero di abbandonare il nascondiglio. Raggiungemmo in cortile la mamma che piangeva:

«Mamma, mamma, cosa è successo? Dove sono il nonno e il papà?»

Lei restò immobile per qualche istante, poi, rientrando in casa, corse in camera sua; noi la seguimmo. Aprì l’ultimo cassetto del comò e trovò un biglietto: Dottor Giosuè Gori, via San Giovanni, vicino alla chiesa.

Era quasi mattina quando ci ritrovammo sulla stessa strada che avevamo percorso per rifugiarci alla fattoria. Marco e Ludovica, come me, erano spaventati: chi erano quegli uomini cattivi?

La mamma ci spiegò che si chiamavano camicie nere, ma che non ci saremmo dovuti allarmare: lei sapeva cosa fare. Finalmente arrivammo a Saluzzo. Sul portone dello studio medico c’era la scritta giudeo. La sala d’attesa era molto spaziosa; ampie finestre la illuminavano e lunghe panche erano disposte su tutto il perimetro. In periodi normali doveva ospitare molti pazienti, ma quella mattina era vuota: il dottore, infatti, non poteva più curare gli ariani. In un angolo vidi con sorpresa la mia amica Giuditta. Ci abbracciammo.

«Anche tu qui?»

Compresi il motivo della sua presenza quando sentii le nostre mamme:

«Hanno portato gli uomini in carcere, alla Castiglia.»

Ci sedemmo in un angolo e Giuditta mi mostrò un nuovo libro, Piccole donne crescono. Il titolo mi incuriosiva molto: sembrava rispecchiare proprio la nostra storia. Fummo interrotte dal cigolio di una porta: apparve un uomo non molto alto, calvo, con un grosso naso a patata e una barba bianca come quella di Dotto, uno dei nani di Biancaneve. Era il dottor Gori.

«Signore, accomodatevi e datemi notizie dei vostri uomini, ma se siete qui suppongo... voi ragazzi abbiate ancora un po’ di pazienza. Potete aspettarci qui.»

Quindi fece entrare le nostre mamme nel suo studio e si chiuse la porta alle spalle. Io pensai che dovesse avere qualcosa di molto importante da rivelare. Lo scoprii qualche minuto dopo: il dottore aveva un caro amico con cui aveva studiato a Torino. Si erano laureati nel 1899 ed erano sempre rimasti in contatto: Carlo Angela dirigeva una clinica psichiatrica a san Maurizio Canavese, villa Turina Amione, ed era pronto a falsificare qualche cartella pur di mettere noi ragazzi al sicuro. Era il 27 gennaio 1939, giorno in cui diventai una piccola donna.

© andrea valente