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INCIPIT

Era il mio primo giorno di scuola e lo avevo atteso per tutta l’estate. In realtà di più, perché lo immaginavo sin dal primo giorno di scuola di mio fratello, poi quello di mia sorella, che invidiavo un sacco, con i loro libri e i quaderni a righe e a quadretti.

Ora era il mio turno e quella mattina mi alzai ben prima dell’alba. Chissà se tutte le ore prima dell’alba sono come quelle, oppure solamente nel primo giorno di scuola...

Quando mamma entrò per svegliarmi avevo già indosso l’abito scelto per l’occasione. Lei passò le dita tra i miei capelli e mi sistemò l’ultimo bottone. La colazione era pronta e anche il nonno era accorso in cucina, per non mancare a quell’appuntamento. Credo che anche i nonni attendano con impazienza il primo giorno di scuola dei nipotini.

Fu papà a posare il caffè e, guardandomi affettuosamente negli occhi, provò a spiegarmi che quel giorno non ci sarebbe stata lezione per me. Né per mia sorella e mio fratello. Il nonno sarebbe rimasto con noi.

Mentre fuori la strada cominciava a farsi trafficata, io mi sedetti senza saper cosa dire. Il mio primo giorno di scuola fu il primo giorno in cui a scuola non andai.

CAPITOLO 1

Arrivò in cucina, per farmi le feste, il mio cagnolino Cioppy, come accadeva tutti i giorni a colazione, ma quella era la mattinata più triste della mia vita. Una delle cose che amavo di più era sentire il cinguettio degli uccellini e vedere sorgere l’aurora; in quel momento, però, nulla sembrava più avere lo stesso fascino.

Con le lacrime agli occhi, decisi di salire fino al solaio, la mia stanza preferita: vi era una finestrella circolare grazie alla quale potevo osservare la collina di Saluzzo e lo splendido Monviso. Guardando fuori, mi immersi sempre più nei miei pensieri e iniziai a fantasticare su quel primo giorno di scuola, atteso con tanta ansia. Era stato tutto inutile: il mio grembiulino inamidato sarebbe rimasto appeso all’attaccapanni, la cartella con quaderni e libri nuovi, appoggiata sul mio letto, le matite colorate tristemente sistemate nell’astuccio. Nella mia testa si affollavano mille pensieri e mille domande: Come sarebbero state le maestre, severe o simpatiche? Avrei trovato dei compagni con i quali fare amicizia? Avrei sentito la mancanza dei genitori e dei nonni?

I miei dubbi vennero bruscamente interrotti dalla voce di nonno Mauro, che stava chiamando a raccolta me, mio fratello Marco e mia sorella Ludovica, per andare a fare una passeggiata con lui fino all’azienda di famiglia. L’azienda era una delle più grandi del Saluzzese e aveva annessa una fattoria con degli animali fantastici.

In generale, la strada era molto trafficata, vari mezzi pubblici e, soprattutto, tantissimi bambini mano nella mano con i genitori, che attraversavano la via, alla volta della piccola scuola elementare del quartiere. Mi fece particolarmente male vedere la nostra vicina di casa Margherita – una bella bambina bionda, dell’età di Ludovica – mentre si faceva accompagnare alla volta di quell’edificio colorato. Solitamente Margherita era solare, mi sorrideva sempre e si fermava per fare due chiacchiere; in quell’occasione, invece, non mi rivolse neanche uno sguardo gentile. Molto presto avrei anche capito il perché. Nel frattempo, nella mia mente, girava un turbinio di domande: Che costa sta succedendo oggi? Perché nessuno mi vuole spiegare? È vero, sono piccola, ho soltanto sei anni, ma voglio sapere perché non posso andare a scuola come tutti i ragazzini del vicinato!

Grazie al nonno, arrivammo in azienda e ci dirigemmo verso la stalla che, in realtà, era il mio posto preferito nonché rifugio segreto. La stalla era rettangolare, non molto grande, suddivisa in tre parti: la prima era adibita ai vitellini in lattazione, la seconda alle vacche e la terza ai vitelli messi all’ingrasso. In un angolo c’era un mucchio di paglia sul quale giocava sempre la nostra gattina, attentissima ai topi, era una predatrice nata. Ogni nostra vacca aveva un nome che le davamo noi bambini alla nascita, ad esempio quella mattina c’era un nuovo musetto che ci guardava con tenerezza aspettando il latte. Tutti insieme iniziammo a pensare al nome più adatto... Molly! Almeno una piccola gioia c’era stata, in quella stranissima giornata. I brutti pensieri si dissolsero in un lampo, quando nonno mi propose di andare a vedere il cavallo Gigi, il mio migliore amico in quella fattoria: Gigi era un cavallo da tiro di color marroncino, con una piccola stella bianca in testa. Solitamente lo tenevamo in un recinto, ma aveva anche modo di scorrazzare libero per i campi circostanti e spesso toccava proprio a me pulirlo. Occuparmi di Gigi e degli altri animali della fattoria era la mia passione, mi bastava stare a contatto con la natura per sentirmi libera e felice. Da grande, sarei diventata la miglior veterinaria del quartiere.

La mattinata era passata in un lampo e quasi non pensavo più all’episodio accaduto poche ore prima. Decisi di tornare a casa, verso mezzogiorno, per salutare la mamma e aiutarla con le faccende domestiche. Per la seconda volta, la visione dei bambini, che uscivano da scuola ridendo e saltando, mi riportò addosso una grande tristezza e un vento di malinconia sferzò la calda aria di settembre. Era l’anno 1938 e io, piccola Liliana, ero l’unica bambina al mondo a non potere imparare cose nuove, mi era perfino vietato stare con i miei compagni.

Entrai in casa con le lacrime agli occhi e mia madre Loredana, senza stupirsi, mi cinse in un lungo abbraccio di conforto. Le chiesi:

«Perché non parli? Voglio sapere tutto! Perché Margherita e gli altri bambini sono a scuola, mentre io in giro con il nonno, Marco e Ludovica ad accudire gli animali? Neanche loro possono stare con i loro amici... Perché siete così cattivi con noi?»

Mia madre a stento trattenne la grande tristezza che la divorava dentro e provò a restare calma:

«Liliana cara, non starò qui a raccontarti bugie, sei ancora piccola per certe cose, ma qualcuno pretende che tu cresca più in fretta del dovuto. Oggi non sono andata a lavorare, da una settimana la fabbrica mi ha licenziata. Non ci sono delle grandi spiegazioni, semplicemente la nostra famiglia non è più la benvenuta qui. Non possiamo andare a scuola o al lavoro come facevamo prima, ci sono delle persone molto cattive che vogliono toglierci la nostra quotidianità. Liliana, non permettere a nessuno di toglierti il tuo bel sorriso, sii forte come cerchiamo di esserlo tutti, ti prego!»

Dopo questa risposta rimasi di sasso, con più dubbi di prima, e arrabbiatissima uscii sbattendo la porta. Tutto quello che mi aveva detto mia madre non aveva alcun senso, non trovavo un filo logico, non volevo crescere in fretta, ero semplicemente una bambina di sei anni.

Il fatto che vivessi in un’epoca tragica e sbagliata e che la mia vita fosse cambiata per sempre in quel mite 15 settembre del 1938, lo scoprii purtroppo a mie spese soltanto settimane dopo.

Dopo una lunga corsa, mi rifugiai nuovamente in fattoria, dove incontrai mio padre, al quale chiesi di raccontarmi una bella storia, lontana nel tempo, che non parlasse di cose brutte e dove tutti i bambini potessero andare a scuola felici.

© andrea valente