titolo da decidere

sottotitolo da decidere

INCIPIT

Era il mio primo giorno di scuola e lo avevo atteso per tutta l’estate. In realtà di più, perché lo immaginavo sin dal primo giorno di scuola di mio fratello, poi quello di mia sorella, che invidiavo un sacco, con i loro libri e i quaderni a righe e a quadretti.

Ora era il mio turno e quella mattina mi alzai ben prima dell’alba. Chissà se tutte le ore prima dell’alba sono come quelle, oppure solamente nel primo giorno di scuola...

Quando mamma entrò per svegliarmi avevo già indosso l’abito scelto per l’occasione. Lei passò le dita tra i miei capelli e mi sistemò l’ultimo bottone. La colazione era pronta e anche il nonno era accorso in cucina, per non mancare a quell’appuntamento. Credo che anche i nonni attendano con impazienza il primo giorno di scuola dei nipotini.

Fu papà a posare il caffè e, guardandomi affettuosamente negli occhi, provò a spiegarmi che quel giorno non ci sarebbe stata lezione per me. Né per mia sorella e mio fratello. Il nonno sarebbe rimasto con noi.

Mentre fuori la strada cominciava a farsi trafficata, io mi sedetti senza saper cosa dire. Il mio primo giorno di scuola fu il primo giorno in cui a scuola non andai.

CAPITOLO 1

Arrivò in cucina, per farmi le feste, il mio cagnolino Cioppy, come accadeva tutti i giorni a colazione, ma quella era la mattinata più triste della mia vita. Una delle cose che amavo di più era sentire il cinguettio degli uccellini e vedere sorgere l’aurora; in quel momento, però, nulla sembrava più avere lo stesso fascino.

Con le lacrime agli occhi, decisi di salire fino al solaio, la mia stanza preferita: vi era una finestrella circolare grazie alla quale potevo osservare la collina di Saluzzo e lo splendido Monviso. Guardando fuori, mi immersi sempre più nei miei pensieri e iniziai a fantasticare su quel primo giorno di scuola, atteso con tanta ansia. Era stato tutto inutile: il mio grembiulino inamidato sarebbe rimasto appeso all’attaccapanni, la cartella con quaderni e libri nuovi, appoggiata sul mio letto, le matite colorate tristemente sistemate nell’astuccio. Nella mia testa si affollavano mille pensieri e mille domande: Come sarebbero state le maestre, severe o simpatiche? Avrei trovato dei compagni con i quali fare amicizia? Avrei sentito la mancanza dei genitori e dei nonni?

I miei dubbi vennero bruscamente interrotti dalla voce di nonno Mauro, che stava chiamando a raccolta me, mio fratello Marco e mia sorella Ludovica, per andare a fare una passeggiata con lui fino all’azienda di famiglia. L’azienda era una delle più grandi del Saluzzese e aveva annessa una fattoria con degli animali fantastici.

In generale, la strada era molto trafficata, vari mezzi pubblici e, soprattutto, tantissimi bambini mano nella mano con i genitori, che attraversavano la via, alla volta della piccola scuola elementare del quartiere. Mi fece particolarmente male vedere la nostra vicina di casa Margherita – una bella bambina bionda, dell’età di Ludovica – mentre si faceva accompagnare alla volta di quell’edificio colorato. Solitamente Margherita era solare, mi sorrideva sempre e si fermava per fare due chiacchiere; in quell’occasione, invece, non mi rivolse neanche uno sguardo gentile. Molto presto avrei anche capito il perché. Nel frattempo, nella mia mente, girava un turbinio di domande: Che costa sta succedendo oggi? Perché nessuno mi vuole spiegare? È vero, sono piccola, ho soltanto sei anni, ma voglio sapere perché non posso andare a scuola come tutti i ragazzini del vicinato!

Grazie al nonno, arrivammo in azienda e ci dirigemmo verso la stalla che, in realtà, era il mio posto preferito nonché rifugio segreto. La stalla era rettangolare, non molto grande, suddivisa in tre parti: la prima era adibita ai vitellini in lattazione, la seconda alle vacche e la terza ai vitelli messi all’ingrasso. In un angolo c’era un mucchio di paglia sul quale giocava sempre la nostra gattina, attentissima ai topi, era una predatrice nata. Ogni nostra vacca aveva un nome che le davamo noi bambini alla nascita, ad esempio quella mattina c’era un nuovo musetto che ci guardava con tenerezza aspettando il latte. Tutti insieme iniziammo a pensare al nome più adatto... Molly! Almeno una piccola gioia c’era stata, in quella stranissima giornata. I brutti pensieri si dissolsero in un lampo, quando nonno mi propose di andare a vedere il cavallo Gigi, il mio migliore amico in quella fattoria: Gigi era un cavallo da tiro di color marroncino, con una piccola stella bianca in testa. Solitamente lo tenevamo in un recinto, ma aveva anche modo di scorrazzare libero per i campi circostanti e spesso toccava proprio a me pulirlo. Occuparmi di Gigi e degli altri animali della fattoria era la mia passione, mi bastava stare a contatto con la natura per sentirmi libera e felice. Da grande, sarei diventata la miglior veterinaria del quartiere.

La mattinata era passata in un lampo e quasi non pensavo più all’episodio accaduto poche ore prima. Decisi di tornare a casa, verso mezzogiorno, per salutare la mamma e aiutarla con le faccende domestiche. Per la seconda volta, la visione dei bambini, che uscivano da scuola ridendo e saltando, mi riportò addosso una grande tristezza e un vento di malinconia sferzò la calda aria di settembre. Era l’anno 1938 e io, piccola Liliana, ero l’unica bambina al mondo a non potere imparare cose nuove, mi era perfino vietato stare con i miei compagni.

Entrai in casa con le lacrime agli occhi e mia madre Loredana, senza stupirsi, mi cinse in un lungo abbraccio di conforto. Le chiesi:

«Perché non parli? Voglio sapere tutto! Perché Margherita e gli altri bambini sono a scuola, mentre io in giro con il nonno, Marco e Ludovica ad accudire gli animali? Neanche loro possono stare con i loro amici... Perché siete così cattivi con noi?»

Mia madre a stento trattenne la grande tristezza che la divorava dentro e provò a restare calma:

«Liliana cara, non starò qui a raccontarti bugie, sei ancora piccola per certe cose, ma qualcuno pretende che tu cresca più in fretta del dovuto. Oggi non sono andata a lavorare, da una settimana la fabbrica mi ha licenziata. Non ci sono delle grandi spiegazioni, semplicemente la nostra famiglia non è più la benvenuta qui. Non possiamo andare a scuola o al lavoro come facevamo prima, ci sono delle persone molto cattive che vogliono toglierci la nostra quotidianità. Liliana, non permettere a nessuno di toglierti il tuo bel sorriso, sii forte come cerchiamo di esserlo tutti, ti prego!»

Dopo questa risposta rimasi di sasso, con più dubbi di prima, e arrabbiatissima uscii sbattendo la porta. Tutto quello che mi aveva detto mia madre non aveva alcun senso, non trovavo un filo logico, non volevo crescere in fretta, ero semplicemente una bambina di sei anni.

Il fatto che vivessi in un’epoca tragica e sbagliata e che la mia vita fosse cambiata per sempre in quel mite 15 settembre del 1938, lo scoprii purtroppo a mie spese soltanto settimane dopo.

Dopo una lunga corsa, mi rifugiai nuovamente in fattoria, dove incontrai mio padre, al quale chiesi di raccontarmi una bella storia, lontana nel tempo, che non parlasse di cose brutte e dove tutti i bambini potessero andare a scuola felici.

CAPITOLO 2

Nonostante fossi stanca, avessi il fiatone e le gambe mi facessero male, mi sentivo protetta e al sicuro nella stalla. Mi strinsi al suo braccio e, avvicinando il viso al suo petto, sentii subito l’odore di tabacco dell’inseparabile pipa d’ebano. Con molta calma si tolse il cappello e mise la mano sulla mia testa. Cercai conforto nei suoi occhi stanchi, mentre una lacrima scendeva sul mio viso. Continuavo a non capire perché non potessi andare a scuola e chi fossero le persone cattive di cui mi aveva parlato la mamma. Mio padre mi prese in braccio e mi disse:

«Sai ho avuto un’idea, vieni, torniamo a casa, ti devo dare una cosa.»

Così dicendo, si alzò e mi prese per mano. Tornando, mi narrava di quando lui era bambino e andava a scuola, ma, quando finì di parlare, gli chiesi nuovamente di raccontarmi una storia. Sorrise e mi disse:

«Abbi un attimo di pazienza. Le mie storie sono noiose, eppure sono sicuro che quello che ho in mente non ti deluderà.»

Ormai eravamo a casa e mio padre mi promise di accontentarmi dopo cena. A tavola ci ritrovammo tutti: nonno Mauro aveva un’aria triste ed era silenzioso, come se avesse appena litigato con qualcuno, mamma Loredana pareva molto indaffarata, ma capii subito che era assorta nei suoi pensieri, anche Marco e Ludovica, mentre apparecchiavano, in certi momenti faticavano a nascondere un’espressione venata di malinconia. Pareva un giorno come tutti gli altri, ma in ogni cosa, come nella preghiera, c’era un po’ meno di allegria e di convinzione.

La cena passò lenta e silenziosa, le teste si alzavano raramente dai piatti e si udiva solo il rumore delle posate. Questo clima freddo fece sì che finissi in fretta la cena, sempre più ansiosa di scoprire che cosa mio padre avesse in serbo per me. Mandato giù l’ultimo boccone e dopo aver sparecchiato, con il permesso della famiglia mi prese con sé e ci avviammo nello studio.

Non ero entrata molte volte in quella stanza, colma di libri vecchissimi, che tanto speravo di leggere un giorno. Si avvicinò a uno dei molti scaffali ed estrasse un libro, in modo così sicuro che mi stupii che si ricordasse la posizione di ciascuno di essi. Con un soffio levò la polvere dalla copertina di un blu profondo, consumato dal tempo, lo posò sulla scrivania al centro della stanza e mi invitò ad avvicinarmi.

«Ecco a te: questo è quello che avevo pensato.» Dicendo così mi diede in mano il libro. Lo presi con stupore, restai ad osservare ammirata la sua copertina e le pagine ingiallite dal tempo, sembrava di toccare un oggetto magico, qualcosa di unico. Finalmente ne avevo uno anch’io. Mio padre sorrise guardandomi e, quando mi fermai dubbiosa sulla scritta, mi spiegò:

«C’è scritto Le avventure di Pinocchio, è il titolo del libro. Mi ha aiutato a crescere e mi ha insegnato molte cose, per anni ho letto questo libro per staccarmi dal mondo. Ora, però, ne hai più bisogno tu, vorrei che fosse il tuo compagno di sogni e viaggi, come lo è stato per me. Ti assicuro che è un libro molto bello, ti leggo solo una frase e, poi, da questa sera è tutto tuo.»

Lo sfogliò e lesse con voce calma e solenne:

«La coscienza è quella vocina interna che la gente ascolta così di rado. Per questo il mondo va così male oggi.»

Ero confusa, chissà cosa voleva dire?

«È normale che tu non comprenda, ma vedrai che un giorno capirai». Sorrisi e corsi nel solaio, eccitata dal mio nuovo regalo. Quando chiusi la porta, mi ritrovai sola, nel mio mondo fantastico, il regno delle mie fantasie. Con fatica spostai la poltrona vicino alla finestra. Fuori la notte stava avanzando. Osservai per qualche istante la copertina, poi, finalmente, quasi con soggezione, mi decisi ad aprirlo. L’odore era di muffa e di inchiostro, tipico dei libri vecchi. Nonostante non capissi cosa ci fosse scritto, quelle lettere mi affascinavano. La mia immaginazione volava e, mentre sfogliavo le pagine, mi inventavo io una storia in cui tutti potevano andare a scuola; creavo un posto bellissimo, con maestri gentili e compagni allegri, non come i bambini che, improvvisamente, mi evitavano. Mi tornò in mente la frase che aveva detto mio padre: io, però, non sentivo nessuna vocina, chissà se anche i bambini ce l’avevano? Mentre pensavo a cosa volesse significare, mi addormentai, stanca, un po’ meno delusa e con pensieri più belli.

Nonno Mauro mi accarezzò il viso con dolcezza per svegliarmi. Mi stropicciai gli occhi e ci impiegai un attimo a rendermi conto di dove fossi. Il nonno prese il libro e ridacchiando disse:

«Vedo che non hai perso tempo.»

Suonarono le campane della torre Civica e non riuscii a non sbirciare fuori dalla finestra. Quello avrebbe dovuto essere il mio secondo giorno di scuola, ma io avevo qualcosa che gli altri non avevano. Ci volle poco perché le strade si riempissero di bambini felici di andare a scuola. Pensierosa sollevai lo sguardo e qualcosa della casa di fronte attirò la mia attenzione. Forse non ero l’unica a non poter andare a scuola. Un’altra bambina osservava fuori dalla finestra. Anche lei alzò la testa e ci guardammo negli occhi.

CAPITOLO 3

Avrei tanto voluto conoscerla, ma, secondo mamma Loredana, era meglio non uscire di casa in quel momento. Dalla finestra udivo degli spari e mi domandavo da dove provenissero e soprattutto perché stessero sparando.

Il giorno seguente, mamma e io decidemmo di recarci nella fattoria, accompagnate da Cioppy e, scese da casa, incontrammo la famiglia della misteriosa bimba alla finestra.

Io portavo con me il libro regalatomi dal nonno e appena gli occhi della bimba caddero sulla copertina blu profondo, le si dipinse un sorriso felice sul volto, che ricambiai.

Arrivate in fattoria, andai subito a salutare il cavallo Gigi e, vicino a lui, mi misi a guardare le figure della storia.

Dopo un po' di tempo arrivò mamma Loredana, si sedette accanto a me e disse:

«Noto con piacere che il libro che il nonno ti ha regalato ti appassiona!»

«Sì! – risposi entusiasta – le figure sono bellissime anche se vorrei tanto poterlo leggere...» Finii la frase con una nota di amarezza nella voce.

«Liliana, tesoro mio, c'è una persona che è venuta a trovarti e credo che sarebbe molto felice di aiutarti; seguimi e vedrai.»

Tornammo dentro la fattoria e subito vidi la bambina che mi aveva sorriso.

«Liliana, lei è Giuditta, ha sei anni come te, i suoi genitori sono dei librai e lei sa leggere.»

«Davvero sai leggere?» Domandai a Giuditta, che mi rispose in modo affermativo.

«Se ti va posso insegnarti, così poi possiamo giocare insieme, almeno avrò un'amica con cui divertirmi!» Esclamò entusiasta Giuditta.

Tornammo tutte insieme in città ed ero la bimba più felice del mondo: avrei imparato a leggere! Sarei riuscita a leggere il libro che mi aveva regalato nonno Mauro!

Il giorno seguente Giuditta ed io ci incontrammo sempre in fattoria e, nella stalla di Gigi, iniziammo le nostre lezioni: duravano sempre tutto il pomeriggio, anche se, il più delle volte ci mettevamo a giocare e perdevamo il senso del dovere.

Ogni sera ci davamo appuntamento alla finestra in modo da poter stare insieme, anche se eravamo distanti. Piano piano, lezione dopo lezione, riuscivo a leggere sempre più parole ed ero entusiasta dei miglioramenti. Lo era anche Giuditta che, nel frattempo, era diventata la mia migliore amica. Varie volte mi aveva invitato a casa sua ed io ero rimasta senza parole quando per la prima volta avevo visto tutti i libri che la sua famiglia possedeva.

«Sono tutti tuoi?» Chiesi.

«Sì, anche se la mia mamma molti non me li lascia leggere, dice che parlano di cose da grandi e che io sono troppo piccola per comprenderli...» Rispose Giuditta.

«Non importa ora, dai dimmi qual è il tuo libro preferito, così possiamo leggerlo insieme!» Proposi.

«Ottima idea Liliana! Sei un'ottima migliore amica!» Replicò Giuditta.

Andammo in camera sua e lei prese un libro grande, dalla copertina rossa in velluto: era davvero molto bello esteriormente; si intitolava Biancaneve ed aveva un disegno di una giovane fanciulla circondata da sette strani ometti.

«Allora, che ne dici di iniziare a leggere?» Domandò lei.

Stavo per rispondere quando sentii degli spari in lontananza, non solo alcuni, ma tanti colpi di pistola a raffica. Io e lei eravamo spaventatissime, avevamo tanta paura e non sapevamo cosa fare. Ad un tratto, così come tutto era iniziato, tutto finì.

La mamma di Giuditta si precipitò nella sua stanza e ci proibì severamente di uscire di casa in quel momento. Dal suo tono di voce intuii che era successo qualcosa di grave.

Giuditta ed io rimanemmo in silenzio: la voglia di leggere era passata ed ora all'interno della stanza si percepiva aria di paura. Fu Giuditta a rompere il silenzio:

«La mia mamma una volta mi ha detto che non dobbiamo uscire di casa quando sentiamo questi colpi, li fanno le persone cattive. Mamma dice che hanno paura di noi e per questo cercano di intimorirci con le armi.»

«Anche la mia mamma me lo ha detto, anzi mi ha detto che delle persone ci vogliono fare del male, ma che non dobbiamo farci togliere il sorriso!»

In un secondo, la nostra paura svanì ed iniziammo a leggere Biancaneve. Era un libro molto coinvolgente, soprattutto perché parlava di una principessa, ma anche perché aveva delle figure magnifiche.

«Ti piace?»

«Molto. È un libro fantastico, anche se, devo essere sincera, il mio libro preferito rimarrà per sempre Le Avventure di Pinocchio; mio nonno mi ha letto una frase di quel libro che diceva: La coscienza è quella vocina interna che la gente ascolta così di rado. Per questo il mondo va così male oggi

«Che cosa significa questa frase?» Mi chiese Giuditta.

«Sinceramente non saprei, magari lo capiremo quando cresceremo.» Risposi decisa.

«Dai Liliana, dobbiamo continuare con la lettura, sono ansiosa di conoscere il finale!» Esclamò Giuditta.

Il pomeriggio a casa di Giuditta volgeva al termine e mamma Loredana era venuta a prendermi. Mi disse che per quella sera avremmo dormito in fattoria. Nella nostra casa era successo qualcosa di strano.

Salutai Giuditta e mi incamminai con la mamma verso la fattoria, dove ci aspettava tutta la mia famiglia. Portavo con me il libro dalla copertina blu ed avevo deciso che quella sera, sarei andata avanti nella lettura.

Il giorno seguente tornammo a casa e la prima cosa che notai furono i vetri: erano spariti. Entrammo. Ciò che vidi davanti ai miei occhi era terrificante: piatti rotti in cucina, cassetti scoperchiati ovunque, libri nello studio del nonno sparsi sul pavimento... Tutto era in disordine!

Marco e Ludovica mi abbracciarono attoniti. Casa mia, la mia casetta ridotta in quello stato! Avevo paura.

In quel momento in casa nostra entrarono degli uomini in divisa che iniziarono a gridare dicendoci di scendere in piazza.

Nonno Mauro mi prese per mano e mi disse di tenere stretto a me il libro. Mentre ci dirigevamo in piazza vidi la mia amica Giuditta che non mi rivolse uno dei suoi soliti sorrisi. Stava per accadere qualcosa che mi avrebbe stravolto la vita.

CAPITOLO 4

Il libro era stretto tra le mie mani. Il cielo era grigio. Le nuvole sembravano cariche di pioggia. Gli uomini in divisa, che erano venuti a prenderci, ora ci circondavano, senza lasciarci via di fuga; uno di loro cominciò a parlare, zittendoci tutti: disse che tutto ciò che era di nostra proprietà non sarebbe stato più nostro e che entro la sera del giorno successivo avremmo dovuto registrarci e dichiarare la nostra appartenenza alla razza ebraica, così come prescrivevano le nuove leggi.

Le parole dell’uomo in divisa erano per me incomprensibili.

Cosa voleva dire? Cosa significava razza ebraica? Mamma e papà, Marco e Ludovica, nonno Mauro, io e Giuditta avevamo qualcosa di diverso dagli altri? Il colore dei nostri capelli era forse strano? Oppure i nostri vestiti erano così brutti?

Mi sentivo confusa e impaurita; mi sembrava che il mondo che avevo avuto attorno fino a quel momento non sapesse più chi fossi. Qualcuno aveva deciso che non potevamo più andare a scuola, che mamma e papà non potevano più lavorare e, ora, come se non bastasse, che le nostre cose non erano più nostre.

Il mio sguardo si diresse immediatamente verso nonno Mauro, il quale mi strinse a sé, accarezzandomi la testa.

A questo punto, i soldati ci lasciarono andare e noi tornammo a casa.

Nel più completo silenzio, senza dire una parola, iniziammo a mettere in ordine. I miei genitori si comportavano come se nulla fosse accaduto ma, in realtà, dalle occhiate che si scambiavano, capii che qualcosa non andava e che erano preoccupati.

Marco si chiuse in camera sua, sbattendo la porta; Ludovica, invece, cercò, a modo suo, di riparare il vaso di fiori preferito della mamma, regalo di nozze di un lontano parente.

Papà aveva la stessa espressione che di solito gli spuntava sul viso quando io e mia sorella litigavamo per chi dovesse giocare per prima con Sara, la nostra bambola preferita, oppure quando mio fratello metteva in disordine lo studio.

Avevo tante domande che mi frullavano in testa ma, dal rientro a casa, non ero più riuscita a pronunciare una sola parola.

Con il libro di Pinocchio sempre con me mi rifugiai in solaio, cercando di non pensare a ciò che era successo, ma era impossibile. Sentivo i miei genitori al piano di sotto discutere; mi sembrava anche che la mamma piangesse e che papà cercasse di calmarla, ripetendole che tutto si sarebbe sistemato.

Decisi così di scendere, a piedi nudi, stando attenta a non fare alcun rumore; mi fermai subito, dietro la porta della cucina per ascoltare i loro discorsi.

«L’unica soluzione è andarsene il prima possibile – disse mio padre – questo posto non è più sicuro per noi.»

Le sue parole furono per me un colpo al cuore: andar via? E dove? Per quanto tempo? Saremmo tornati un giorno? E che fine avrebbe fatto la nostra casa? I nostri giochi? I libri di papà? E il servizio da tè della mamma? E gli attrezzi del nonno? Chi avrebbe badato ai nostri animali? Che ne sarebbe stato di Giuditta e della sua famiglia? Avrei potuto ancora giocare con lei?

Tante, tantissime domande che ronzavano nella testa senza fermarsi, e soprattutto senza risposta. Domande che non facevano che accrescere la confusione e la paura dentro di me.

Di una cosa però ero certa: l’idea di lasciare per sempre il luogo in cui ero nata e cresciuta non mi piaceva affatto.

Provai la stessa sensazione di quella volta in cui, tornata a casa, mi avevano detto che Choppy era scomparso: non sapevo cosa fare e piansi disperatamente per un pomeriggio intero, fino a quando Marco non ritrovò il nostro cagnolino vicino al parco comunale.

Arrivò l’ora di cena e a tavola, mi accorsi subito che l’aria era molto tesa. Papà interruppe il silenzio dicendoci:

«So che quello che è successo oggi ha sconvolto tutti e sembra assurdo, ma non dobbiamo perderci d’animo. Penso che per il momento sia necessario trasferirci in fattoria. E lo dobbiamo fare prima che il sole sorga.»

Le labbra della mamma si strinsero in un sorriso forzato, mentre nonno Mauro annuiva con la testa, nel tentativo di rassicurarci. Nessuno di noi, però, ebbe il coraggio di chiedere nulla, anche se io avrei voluto urlare con tutta la forza che avevo: perché sta succedendo tutto questo?!

Ognuno andò a preparare la propria valigia. Io presi subito il mio libro, qualche vestito e alcuni giochi. Una volta pronti, ci radunammo in salotto e rivolgemmo un saluto, forse l’ultimo, alla casa dove avevamo trascorso i momenti più importanti della nostra vita, a volte felici, a volte tristi.

Ci mettemmo in cammino; dopo circa mezz’ora di strada, arrivammo alla fattoria. Mentre mamma e papà erano occupati a sistemare le nostre cose, noi, insieme a nonno Mauro, andammo di corsa da Gigi e dagli altri animali. Rivederli e stare con loro mi rese per un momento un po’ più serena, anche se il senso di angoscia e di inadeguatezza, provato fin dal mattino, non accennava a scomparire.

Dopo aver preparato letti di fortuna, esausti, andammo a dormire, o meglio ci provammo. Tante erano state le emozioni della giornata e tanti i pensieri. Non riuscivo proprio a prendere sonno: ogni rumore che sentivo, dal fruscio del vento ai versi degli animali, allo scricchiolio delle travi di legno del tetto, mi trasmettevano inquietudine e ansia. Avevo l’impressione che gli uomini in divisa che ci avevano condotti in piazza al mattino ci avessero seguiti e fossero pronti ad entrare da un momento all’altro, per portarci via, lontano, chissà dove. Il buio della notte accresceva la tristezza che provavo; desideravo tornare immediatamente a casa, nella mia stanza, nel mio letto. La paura prese il sopravvento e scoppiai a piangere.

CAPITOLO 5

Lacrime fredde rigavano le mie guance, bagnandomi le labbra tremanti e scendendo giù, verso il collo. Sapevo che, non appena mi fossi addormentata, sarei stata catapultata nel mondo degli incubi. Sentivo il bisogno di essere stretta, rassicurata, di ascoltare la voce melodiosa di mia madre e i nomignoli con cui mi chiamava mio padre. Quindi non c'è da meravigliarsi se mi alzai e, pur avendo paura del buio, camminai lentamente, attenta a non fare scricchiolare le assi del pavimento. Arrivata alla porta, scorsi mamma e papà sul letto parlare a voce molto bassa e notai che papà la teneva stretta a sé, come se avesse paura che gli sfuggisse. Dal piccolo spiraglio, sentii papà dire:

«Nel caso le cose andassero male, nell'ultimo cassetto del comò troverai...»

Non riuscii ad ascoltare altro, perché distrattamente mi appoggiai alla porta che si aprì. Vidi gli occhi verdi di mio padre spalancarsi, disegnando un'espressione preoccupata sul suo viso:

«Cos'hai, principessa? Stai male?»

«Posso stare qui con voi, papi?»

«Certo amore, vieni qui.»

Mi infilai nel letto e caddi in un sonno profondo, privo di incubi; non ricordo se sognai, ma ricordo bene come mi risvegliai. Ero nel letto, vuoto, ancora frastornata, perciò non mi resi subito conto di cosa stesse accadendo: dal basso provenivano rumori, urla e brutte parole che mamma e papà mi avevano detto di non ripetere, mai. Mi alzai nel momento in cui sentii la voce di mio nonno risuonare; iniziai a correre, cercando di non cadere, perché solo le prime luci dell'alba mi guidavano. Arrivai in cucina proprio dietro a Marco e Ludovica: tutti erano spaventati. Una mano si appoggiò sulla mia spalla e, voltandomi, vidi il viso stanco di mio nonno che si inginocchiò davanti a me e sussurrò:

«Ti va di giocare a nascondino, principessa? Ricorda, non uscire dal nascondiglio, perché ti troverei subito e tu perderesti... ma a te non piace perdere, non è così?»

Io annuii, mentre si sentivano altre urla fuori.

Papà Davide venne verso di me e mi prese in braccio:

«Non sottovalutare nessun nascondiglio, tesoro. Rimani ferma lì e non muoverti. Sei la bambina più forte e coraggiosa che abbia mai visto.» Poi mi regalò uno dei suoi baci sulla fronte e mi mise a terra. Non persi tempo e iniziai a correre più velocemente che potevo. Non mi accorsi nemmeno che Marco e Ludovica erano alle mie spalle. Ci nascondemmo nel fienile, passando attraverso una piccola porta fino ad una scala a pioli su, sul soppalco polveroso, dal quale, tra le assi sconnesse, si poteva vedere il cortile. Un gruppo di uomini vestiti di nero imbracciava dei fucili e strattonava qualcuno: mio papà! Perché erano così violenti con le brave persone?

Papà, con il nonno e la mamma, discuteva animatamente con tre prepotenti uomini in divisa. Notai lo strano cappello portato di traverso, la nera camicia infilata in un lungo cinturone, i pantaloni e gli stivali alti fino al ginocchio. Non molto lontano da loro una quarta figura si teneva in disparte: era Giuseppe Castelletti, il nostro scorbutico vicino di casa, proprietario della fattoria adiacente alla nostra e, a detta dei miei genitori, invidioso dei nostri possedimenti.

«Prendete le vostre cose e andatevene! – Tuonò quello che sembrava il capo – Voi, voi ebrei, vi credete sempre furbi! Questa proprietà è requisita e non vi appartiene più!»

Mio padre, allibito, tentò di ribattere, ma non fece in tempo ad aprir bocca che il più alto dei tre con violenza lo scaraventò bruscamente al suolo.

«Voi due! – Ordinò poi indicando il nonno ed il papà – venite con noi e non tentate di opporvi: non servirebbe a nulla.»

Il nonno si avviò per primo, sebbene con riluttanza. La mamma, nel tentativo di trattenere papà, si gettò fra le sue braccia, ma fu tutto inutile. Una volta allontanatasi la camionetta, i miei fratelli decisero di abbandonare il nascondiglio. Raggiungemmo in cortile la mamma che piangeva:

«Mamma, mamma, cosa è successo? Dove sono il nonno e il papà?»

Lei restò immobile per qualche istante, poi, rientrando in casa, corse in camera sua; noi la seguimmo. Aprì l’ultimo cassetto del comò e trovò un biglietto: Dottor Giosuè Gori, via San Giovanni, vicino alla chiesa.

Era quasi mattina quando ci ritrovammo sulla stessa strada che avevamo percorso per rifugiarci alla fattoria. Marco e Ludovica, come me, erano spaventati: chi erano quegli uomini cattivi?

La mamma ci spiegò che si chiamavano camicie nere, ma che non ci saremmo dovuti allarmare: lei sapeva cosa fare. Finalmente arrivammo a Saluzzo. Sul portone dello studio medico c’era la scritta giudeo. La sala d’attesa era molto spaziosa; ampie finestre la illuminavano e lunghe panche erano disposte su tutto il perimetro. In periodi normali doveva ospitare molti pazienti, ma quella mattina era vuota: il dottore, infatti, non poteva più curare gli ariani. In un angolo vidi con sorpresa la mia amica Giuditta. Ci abbracciammo.

«Anche tu qui?»

Compresi il motivo della sua presenza quando sentii le nostre mamme:

«Hanno portato gli uomini in carcere, alla Castiglia.»

Ci sedemmo in un angolo e Giuditta mi mostrò un nuovo libro, Piccole donne crescono. Il titolo mi incuriosiva molto: sembrava rispecchiare proprio la nostra storia. Fummo interrotte dal cigolio di una porta: apparve un uomo non molto alto, calvo, con un grosso naso a patata e una barba bianca come quella di Dotto, uno dei nani di Biancaneve. Era il dottor Gori.

«Signore, accomodatevi e datemi notizie dei vostri uomini, ma se siete qui suppongo... voi ragazzi abbiate ancora un po’ di pazienza. Potete aspettarci qui.»

Quindi fece entrare le nostre mamme nel suo studio e si chiuse la porta alle spalle. Io pensai che dovesse avere qualcosa di molto importante da rivelare. Lo scoprii qualche minuto dopo: il dottore aveva un caro amico con cui aveva studiato a Torino. Si erano laureati nel 1899 ed erano sempre rimasti in contatto: Carlo Angela dirigeva una clinica psichiatrica a san Maurizio Canavese, villa Turina Amione, ed era pronto a falsificare qualche cartella pur di mettere noi ragazzi al sicuro. Era il 27 gennaio 1939, giorno in cui diventai una piccola donna.

CAPITOLO 6

Sentii la mamma dire alla madre di Giuditta, la signora Anna, che il dottor Gori si fidava ciecamente del suo amico Carlo Angelo e che lui ci avrebbe aiutato come aveva già fatto con altri ebrei; dovevamo soltanto arrivare alla clinica.

«Ma come potrà aiutarci?» Disse la signora Anna. Mia madre rispose che avrebbe falsificato le nostre cartelle cliniche, facendoci passare per malati e ricoverandoci nell’ospedale.

«Ma siamo sicuri che questo dottor Angela sia disposto a passare dei guai, a rischiare la vita, pur di salvare quattro ragazzini ebrei e due donne?»

La mamma le replicò che il dottor Angela era una brava persona, che aveva già aiutato altri ebrei nello stesso modo.

Ad un certo punto, vidi il dottor Gori dirigersi verso la signora Anna e stringerla tra le braccia.

«Non temere! Vi dovete fidare di lui, sappiate che quando venne ucciso il Ministro del Partito socialista, Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924, il dottor Angela accusò pubblicamente i fascisti sul settimanale Tempi Nuovi, utilizzando letteralmente queste parole: per il nefando delitto che ha macchiato indelebilmente l’onore nazionale, senza preoccuparsi di ritorsioni, pertanto non abbiate paura: è un uomo di cui ci si può fidare! Procederemo allora come abbiamo deciso: partirete questa mattina all’alba. Alle quattro vi aspetterà un mio amico, un certo Giovanni Ferraris, un commerciante di bestiame, quando lo vedrete ditegli che vi manda il dottor Gori, lui saprà cosa fare.»

Il medico abbracciò mamma e la signora Anna e ci augurò buona fortuna.

Sentii che erano tutti agitati: Giuditta, mio fratello, mia sorella e io ci guardammo fissi negli occhi senza dire nulla.

«Non preoccupatevi, ragazzi, ce la faremo; adesso torniamo alla fattoria e riposiamo ancora un po’, poi partiremo!» Disse la mamma. Salutato il Dottor Gori ci incamminammo.

«Che dici Giuditta, ce la faremo?»

«Stai tranquilla Liliana, vedrai che andrà tutto bene!»

«Sono contenta che tu e tua madre veniate con noi, così potremmo parlare del nuovo libro Piccole donne

«Hai ragione Liliana, anch’io sono contenta di stare con te e i tuoi fratelli!»

Arrivammo alla fattoria per riposare ancora alcune ore, ma nessuno riusciva a dormire, così Giuditta, per cercare di tranquillizzare tutti, chiese alla madre di leggere il libro.

«Ottima idea figliola, mettiamoci tutti in cerchio e iniziamo a leggere: Natale non sembrerà più Natale senza regali...»

L’attenzione dei ragazzi, però, non durò molto a causa del sonno.

«Speriamo di farcela!» Disse la mamma di Giuditta.

«Stai tranquilla, Anna, vedrai che tutto andrà bene e riusciremo ad arrivare sane e salve; prendiamo le coperte e le provviste rimaste.» Rispose la mamma di Liliana.

Non era nemmeno l’alba, quando sentii mia madre chiamarci.

«Forza ragazzi, svegliatevi, oggi è un giorno importante, dobbiamo raggiungere in fretta il signor Ferraris che ci porterà a San Maurizio Canavese. Copritevi bene con gli scialli di lana, perché farà freddo; io e Anna ci occuperemo delle provviste. Mi raccomando ragazzi, durante il tragitto non dobbiamo farci sentire, quindi giocheremo al gioco del silenzio.»

Nel cuore della notte, quando l’unica luce era quella della luna e tutto intorno regnava il silenzio, io e Giuditta, mano nella mano, i miei fratelli, mamma e Anna ci incamminammo verso il signor Ferraris. Mentre ci allontanavamo dalla vista della fattoria mi assalì un po’ di malinconia e di tristezza.

«Mamma, ritorneremo un giorno a casa nostra? E che ne sarà dei nostri cari animali? Di Gigi? Di Chioppy? E Molly?»

«Stai tranquilla, un giorno ritorneremo e potrai rivederli.»

«Come faranno a sopravvivere? Chi darà loro da mangiare?»

«Pensavo di chiedere al signor Ferraris: lui ha già una stalla e si occupa di animali, quindi, forse, riuscirà anche ad accudire i nostri. Non li farà soffrire e vorrà loro bene.»

Mi tranquillizzai e continuai a camminare con gli altri. Dopo circa mezz’ora vedemmo in lontananza la stalla del signor Ferraris e un piccolo lume acceso: era lui che ci aspettava; sembrava un po’ agitato. C’erano due camion con il motore accesso, pronti per la partenza. Su uno intravidi tra le sbarre il dolce musetto di un vitellino, in quel momento mi sparì tutta la paura e d’istinto corsi verso il cucciolo nel tentativo di accarezzarlo e lui mi leccò la mano.

«Ben arrivati! Non abbiamo tempo da perdere! Salite in fretta, si parte subito! Mi raccomando, durante il tragitto rimanete in silenzio, ci saranno diversi posti di blocco dove ci potrebbero controllare.»

«Grazie signor Ferraris per il suo prezioso aiuto, le saremo per sempre debitori!»

«Stia tranquilla signora Loredana, tra meno di un’ora saremo arrivati a Beinasco dove vi scaricherò poco distanti dal mercato, per non rischiare di essere scoperti, lì incontrerete una persona fidata del dottore Angela che vi accompagnerà fino alla clinica. Buona fortuna e coraggio!»

«Avrei bisogno ancora di chiederle un favore: durante la nostra assenza, potreste accudire gli animali della nostra fattoria?»

«Certo, chiederò a mio figlio più grande di aiutarmi, stia tranquilla. Adesso facciamo in fretta, dobbiamo partire!»

Così il signor Ferraris ci invitò a salire sul camion in cui c’era del fieno, ci nascondemmo lì dentro e la mamma invitò tutti a chiudere gli occhi e a dormire. La strada era piena di buche, il camion sobbalzava sulle pietre, non riuscivo proprio ad addormentarmi, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi per la paura; speravamo di arrivare presto.

Ad un certo punto il camion iniziò a rallentare e si fermò. Pensai fossimo giunti alla meta, ma in realtà sentimmo delle forti voci che ci fecero rabbrividire.

«Ferma! Spegni il motore e apri il camion, voglio vedere cosa trasporti!»

Il signor Ferraris era spaventato, ma riuscì a mascherare la sua paura.

Ludovica, presa dal panico esclamò:

«Oddio, ci hanno fermato, e adesso cosa facciamo?!»

La mamma cercò di tranquillizzarla:

«Stai tranquilla, ce la faremo, è importante stare zitti e calmi, così non si accorgeranno che siamo qui.»

La mano del soldato tedesco si avvicinò in maniera decisa alla maniglia per aprire il portellone del camion; mi sentivo battere il cuore in gola, tremavo e avevo le mani sudate.

Mi girai verso lo sguardo di Giuditta, che era terrorizzata quanto me, lo capii dalla sua espressione. Fortunatamente in quel momento di panico assoluto e di poca speranza, ecco che sentimmo una voce autoritaria e dura provenire da un altro soldato tedesco:

«Lascia stare quei camion! Ho visto un gruppo di ebrei scappare fra i campi, dobbiamo inseguirli!»

Il soldato tedesco, che stava per aprire il portellone si bloccò e lo sentimmo andare via di corsa. Il battito del mio cuore iniziò a rallentare poco alla volta, ci guardammo tutti spaventati con la consapevolezza che avevamo appena superato una dura prova, ma che il nostro traguardo si stava avvicinando.

CAPITOLO 7

Villa Turina si ergeva dinanzi a noi con tutta la sua severità: un edificio di colore bianco con delle persiane di legno marrone. Sulla facciata una grande scritta in rilievo: Villa Turina Amione; al di sotto, un portone in legno con le rifiniture in ferro battuto.

Durante il tragitto ci avevano avvisato che l’ingresso principale era meglio evitarlo, perché troppo rischioso, quindi decidemmo di percorrere il selciato che costeggiava la struttura e ci dirigemmo verso la seconda entrata più piccola e discreta.

Avvicinandoci, vedemmo una figura appostata alla porta che, guardandosi attorno, ci fece nervosamente segno di avvicinarci:

«Veloci, da questa parte!»

La luce che illuminava il corridoio era lattiginosa, il silenzio irreale.

L’infermiera davanti a noi, con un lungo camice bianco, camminava furtiva parlando a mamma e Anna; cercavo di ascoltare, ma riuscii a capire solamente che ci stavamo dirigendo al secondo piano.

Fummo condotti fino a una porticina di legno.

Quando l’infermiera la aprì, ci trovammo in una grande stanza che pullulava di fogli volanti e cartelline sparse su una scrivania, a ridosso un uomo che si presentò a noi come dottor Carlo Angela; notai subito un’immensa libreria davanti a me, era alta fino al soffitto, lunga tutta la parete e piena di libri di medicina, come mi aveva fatto notare subito Giuditta.

Lui, invece, era un uomo di mezza età, brizzolato, poche rughe sul volto scavato e uno stetoscopio attorno al collo. Una volta entrati e richiusa la porta alle nostre spalle, i miei occhi incrociarono i suoi, velati da una sorta di consapevole timore.

Feci per sedermi accanto alla mamma, la quale si girò sorridendo.

«Tesoro, potresti cedere il posto ad Anna così parliamo tranquillamente con il dottor Angela? – Mi disse – Che ne pensi di andare a sederti più in là, vicino a Giuditta?»

Annuii silenziosamente e mi diressi prima verso Ludovica, che stava seduta con gli occhi bassi su una poltroncina di pelle scura. Lei, come Marco, era un po’ più grande di me, entrambi sapevano, o comunque era stato spiegato loro cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Io lo capii solo dopo molti anni.

Andando verso Giuditta, che stava leggendo il suo nuovo libro, mi venne in mente Marco, che dall’entrata non aveva ancora aperto bocca.

Cambiando per la terza volta direzione, mi incamminai alla finestra, da dove Marco guardava meditabondo in cortile.

Mi appoggiai titubante al davanzale di marmo freddo, che mi provocò un brivido inaspettato.

Dopo qualche istante capii cosa avesse attirato l'attenzione di mio fratello: una maestosa vettura, dallo stile tradizionale, che aveva una verniciatura nera brillante e larghe portiere. In quel momento, come un fulmine, mi passò per la mente una scena in compagnia di mio padre e dei miei fratelli: si trattava di un giorno come tutti gli altri: passeggiavamo in via Sant’Agostino, a Saluzzo, quando a fianco ci passò una Fiat 508 C Balilla.

Ricordo che appena la vidi ne rimasi ammaliata, come i miei fratelli. Papà, per nutrire il nostro entusiasmo, decise allora di raccontarci qualcosa sulla sua storia.

«Il modello di questa macchina – spiegò – è stata chiamata Balilla in onore del regime fascista. Sapete chi sono i Balilla? È il nome che viene dato ai bambini dagli otto ai quattordici anni, che possono essere considerati piccoli militari.»

Compresi poco dopo il perché Marco non avesse ancora distolto lo sguardo per un secondo da quella macchina.

«...Marco?» Lo chiamai sussurrando. Egli sembrò non sentirmi, ma dopo qualche secondo, finalmente, si girò verso di me, con gli occhi vitrei.

«Vedi, cara sorellina, come dice il tuo Pinocchio, la coscienza è quella vocina che la gente ascolta così di rado...»

«Che significa? Non capisco» gli chiesi ingenuamente.

«Significa che quell’auto mi ha aperto gli occhi. L’ammiravamo, ricordi? Invece è uno di quei tanti simboli di questo regime, che ci sta impedendo di vivere e che ci ha portato via papà e il nonno! Ormai mi sento abbastanza grande per non restare qui nascosto a guardare. Sono un adolescente, ed è giunto il momento di prendersi le proprie responsabilità.»

Oggi posso dire che mio fratello cambiò proprio in quell’istante di quel giorno, ma allora non sapevo in che senso.

«Come il dottor Gori vi avrà già anticipato – esordì il dottor Angela – cerco di dare protezione ad ebrei e antifascisti.»

Appena Marco udì queste ultime parole la sua attenzione cadde su quell’uomo gentile e risoluto, che tentò di tranquillizzare le nostre madri, dando loro istruzioni precise sulla condotta che avremmo dovuto tenere da quel momento in poi, all’interno della clinica. Malati psichici: questo eravamo diventati. Noi.

L’infermiera, poco dopo, ci condusse verso la nostra camera. Giunte dinanzi alla porta notammo che Marco non era con noi. Mamma sbiancò, ma Ludovica la rassicurò dicendole che era un ragazzino responsabile e che non si sarebbe mai allontanato dalla struttura.

E io? In quanto a me, papà e il nonno mancavano terribilmente e la biblioteca di Villa Turina era ormai la mia sola, magra consolazione.

Le settimane trascorsero rapide e ci traghettarono verso una quieta primavera. Le giornate passavano sempre uguali, era impossibile e soprattutto sconsigliato uscire fuori da quella che ormai, nella fantasia mia e di Giuditta, era diventata la nostra fortezza incantata. Mio fratello, invece, giorno dopo giorno sembrava come allucinato, Giustizia e libertà, non faceva che ripetere. Si intratteneva con ragazzi più grandi di lui, si isolava, leggeva. Non faceva che parlare di stampa clandestina, opposizione: a sei anni non avevo idea di cosa significassero quelle parole. Lui, appena adolescente, cosa aveva in testa?

Poi successe che un venerdì la notizia arrivò come una bomba: papà non era sopravvissuto alle torture. Era morto alla Castiglia.

Eravamo stati tutti radunati nello studio del dottor Angela, quando all’improvviso ci vedemmo comparire davanti il signor Ferraris, accorso in tutta fretta: aveva il viso paonazzo e teneva gli occhi bassi; dalla tasca destra del lungo giubbotto ormai logoro, sporgeva un pezzo di carta, che passò successivamente nelle mani di mia madre.

La mamma era distrutta, tremante teneva quel foglio ingiallito ormai bagnato dalle lacrime. Inizialmente non capii, avvicinandomi riconobbi la curva calligrafia del nonno.

Ero confusa, mi girai e vidi il volto di Marco impietrito e Ludovica molto pallida. Cadde nella stanza un silenzio soffocante, si sentivano solo i singhiozzi trattenuti di mamma.

Mi soffermai ancora su Marco, che aveva le pupille dilatate e la bocca semi spalancata, fibrillante dall’incredulità. Lasciò la stanza sbattendo la porta e dalla finestra lo vidi abbandonare Villa Turina e incamminarsi verso la piazza, fino a che la sua sagoma non sbiadì completamente.

CAPITOLO 8

Non vedemmo Marco per giorni, che diventarono settimane, mesi, anni... Eravamo molto preoccupati, soprattutto la mamma. Non potevamo immaginare che ciò che stava per fare lo avrebbe reso un eroe.

Il pensiero che mio padre fosse stato ucciso, che non lo avrei più rivisto, mi alienava il cervello. L'immagine di mia madre in lacrime con quel pezzo di carta fra le mani, leggero ma contenente parole che pesavano come macigni, mi fece decidere senza bisogno di riflettere a lungo: dovevo arrivare a Cuneo. Sapevo che lì un gruppo si riuniva già da anni per organizzare una resistenza all'ideologia fascista. Mi era capitato fra le mani, più volte, nel periodo trascorso a villa Turina, uno stralcio di giornale dal titolo La sentinella delle Alpi. Ecco. Dovevo trovare loro.

L'indefinito periodo che trascorse lento, sempre uguale per Liliana, Giuditta e il resto degli ospiti di villa Turina, nella finta malattia, per Marco invece, corse come il vento in una giornata di burrasca e fu una vera palestra di vita ricca di emozioni e colpi di scena. Da San Maurizio Canavese a Saluzzo, aveva viaggiato nascosto su un camioncino in mezzo a damigiane e quelle vuote ogni tanto gli rotolavano sui piedi freddi. Era salito di soppiatto, perché aveva sentito il proprietario salutare festosamente l'amico barista che gli aveva urlato, canzonandolo:

«Quando arrivi a Saluzzo, non fermarti dalla biondina, consegna prima la merce!»

Viaggio faticoso, noioso e con un borbottio terribile nello stomaco vuoto. Quando il camioncino rallentò quasi a voler dire che si stava fermando, si buttò fuori. Non voleva che il proprietario si accorgesse di lui. Ruzzolò su una strada polverosa e capì subito di essere proprio alla periferia di Saluzzo. Il grosso del tragitto era fatto! Staccò una mela da un albero, la addentò e quel dolce sapore, che non provava ormai da tempo, lo accompagnò per il breve tragitto fino alla piazza del mercato. Fu semplice trovare un passaggio, sulla piazzetta incontrò un vecchio amico del padre, che doveva proprio portare a Cuneo delle balle di fieno per il mercato del martedì. Viaggiò in mezzo a quella merce non proprio comoda, ma profumata, in compagnia di uno spagnolo: Jorge, di poco più grande di lui, che aveva vissuto a Torino con il padre, ambasciatore, quando per colpa delle leggi fascistissime si trovò a vagabondare da un nascondiglio all'altro solo perché aveva fatto l'errore di uscir di casa senza il permesso dei genitori che, in quel lasso di tempo, erano stati invitati dal Fascio a tornarsene in Spagna, di fretta e furia, subito caricati su una bella Balilla e fatti rimpatriare prima che potessero provare a proferir parola. L'aveva saputo dalla governante, che era rimasta attonita ed impaurita fra le mura della cucina ad aspettare il ritorno del ragazzo. Il padre le aveva fatto promettere che se ne sarebbe occupata. Per un po' aveva accettato di essere nascosto da lei, poi, per evitarle di vivere in pericolo, Jorge aveva deciso di cercare il gruppo cuneese che si riuniva clandestinamente. Lui e Jorge, su quel carro, si guardarono e subito capirono che potevano fidarsi l'uno dell'altro.

«Ho paura.» Ruppe il ghiaccio Marco guardando Jorge dritto negli occhi.

«!Mientras estemos juntos, todo irà bien, no te preocupes!

Saluzzo, Villafalletto, Tarantasca, San Benigno... questi i cartelli stradali che i due ragazzi lessero durante il tragitto. A Madonna dell'Olmo una terribile scritta – DUCE – provocò nei due fuggiaschi un brivido lungo la schiena.

Gli anni successivi videro Marco vivere ai margini della città, in luoghi freddi, ma sicuri, aiutato dai contadini e da alcune ragazze di città, che in bicicletta portavano notizie sugli incontri clandestini, cibo e vestiti a casa di un certo Duccio. Marco e Jorge, sempre insieme come fratelli, diventarono più forti, consapevoli di ciò che avrebbero potuto e dovuto fare. Impararono a usare un fucile, a pulirlo, a caricarlo, a sparare... Condivisero tutti questi insegnamenti.

Jorge spesso diceva, nel suo idioma di nascita:

«Hermano, unidos ganaremos la guerra.»

 

Arrivò così l'estate del 1943. Eravamo in piena guerra mondiale. Durante gli incontri con il gruppo capeggiato da Duccio iniziavo a mettere insieme tutti i tasselli di quel conflitto. Hitler e Mussolini, nel mio immaginario, erano due pazzi infelici, indiavolati e sadici che odiavano il mondo e avrebbero voluto essere osannati come degli dei, ma forse il mio immaginario non era tanto lontano dalla realtà.

Qualche volta riuscivo ad accaparrarmi una pagina di giornale che, complice il vento serale, svolazzava via da qualche balcone e un giorno rimasi impressionato da una frase in tedesco che però riconobbi nella sua durezza: Nieder mit den Juden.

Quando ecco che accadde ciò che Duccio attendeva da tempo: eravamo tutti insieme quel giorno, con l'orecchio attento alle notizie che Radio Londra proclamava e quando sentimmo la parole che sostenevano la dimissione di Benito Mussolini, io e Jorge ci abbracciammo e poi tornammo al nostro rifugio ai margini della città.

Il giorno dopo ci trovammo in piazza Vittorio, in mezzo a una folla prima disordinata, poi disciplinata, sotto il balcone di quella casa che tante volte ci aveva clandestinamente ospitato e fatto sentire il calore umano di persone che lottano per un bene comune. Era il 26 luglio.

«Vaya, !por Dios!» Disse Jorge. Io sorrisi. Quando era agitato, Jorge si esprimeva in lingua madre!

Vedemmo la tenda del terrazzino muoversi e Duccio, quel Duccio che tante volte, a lume di candela, nelle lunghe notti degli anni precedenti avevamo sentito parlare, uscire. Si affacciò e spiegò, in modo semplice, ma dal tono deciso ed autoritario, che la guerra non era affatto finita. Che bisognava essere forti e combattere fino alla cacciata dell'ultimo nazista e dell'ultimo fascista.

Nelle settimane che seguirono, organizzammo la nostra battaglia al fascismo e finalmente una sera ci trovammo in frazione San Rocco, poco fuori Cuneo, con altri ragazzi poco più grandi di noi, pronti a camminare verso la montagna. Ci avevano dato una sorta di mappa, disegnata su un pezzo di carta poi frantumato in modo disordinato: io avevo la prima parte, Jorge la terza. Le altre erano divise fra i nostri tre nuovi compagni di avventura. Se ci avessero fermato i fascisti, dovevamo ingoiare la nostra parte di carta.

«Je suis Adrien. – Ci accolse il capogruppo – Alors, porquoi veux-tu devenir un partisan?» Lo chiedeva a ognuno di noi, guardandoci fisso negli occhi, con una luce dura nelle pupille. Il mio cuore accelerava sempre di più.

«Porce que mon père a été tué par les tortures des fascistes – risposi, pieno di rabbia – et donc je dois quelque chose en son honneur. Je sais que je pourrais continuer ma vie de clandestin, mais je voudrais contribuer.» Non parlavo francese dai tempi della scuola ebraica, mi complimentai con me stesso, perché avevo superato l'esame della diffidenza del mio interlocutore. Ci incamminammo, io e Jorge chiudevamo la piccola fila. Il cielo stellato mi ricordava tanto le gite in montagna negli anni felici della mia infanzia.

Il capogruppo dava il passo e non era facile stargli dietro. Conosceva ogni meandro del sottobosco che stavamo percorrendo, sentieri nascosti dalla folta vegetazione estiva in un luogo ricco d'acqua e quindi verdeggiante.

«Qué angustia. Sarà ancora lungo il tragitto?» Chiese Jorge. Io non proferivo parola: ero concentrato sui miei passi e spaventato dall'imminente futuro, sebbene convinto di aver fatto la scelta giusta. Camminammo diverse ore e, in piena notte, giungemmo alla borgata di Paraloup: un ammasso di case, l'una vicina all'altra e uno spettacolare scorcio di pianura sotto di noi, illuminato fievolmente dalla stellata che già ci aveva accompagnato lungo il tragitto.

I giorni successivi furono una palestra di vita militare: ci distribuirono i foulard verdi, da tenere al collo, simbolo di appartenenza alla brigata. Duccio era molto attento a noi ragazzi giovani, scherzava, in un certo senso ci coccolava con le parole. Voleva far sentire, forse, una presenza paterna, quella che per molti di noi era solo un ricordo sbiadito.

La mia esperienza da partigiano iniziò bruscamente e tragicamente, con uno scontro con dei fascisti in una radura poco più a valle. Tedeschi e fascisti insieme, volevano stanarci: qualcuno probabilmente aveva fatto la spia e detto loro che in queste zone c'erano dei partigiani. Avevo il cuore in gola, Jorge sempre al mio fianco ed io al suo.

«Dios mío.» Disse Jorge e io mi appellai a quell'ultima parola, Dios, nella speranza che aiutasse tutti noi a restare in vita. Non riuscii a sparare addosso a nessuno, non ero ancora pronto a usare un'arma... ma ero in guerra e sicuramente avrei dovuto imparare a superare questa paura.

Al termine dello scontro, per fortuna, c'eravamo tutti e non c'erano feriti da arma da fuoco, solo qualche escoriazione qua e là dovuta a rami e pietre sulle quali eravamo ruzzolati.

La voce di Jorge distolse i miei pensieri:

«?Me podéis ayudar, por favor?» Aveva un lungo strappo sul pantalone all'altezza della coscia e si intravvedevano escoriazioni sanguinolente. Era scivolato su un masso appuntito e non si era mosso, non aveva urlato, per il bene di tutti. Fui assalito da un senso di nausea, ma sapevo che avrei dovuto superare la mia fobia per il sangue ed aiutarlo. Mi mossi verso di lui, ma fui fermato dal braccio di Adrien.

«Je m'en occupe – disse – j'ai fait des études d'infirmier.»

Mi avvicinai comunque a Jorge, perchè ci eravamo promessi e ripromessi, talvolta tacitamente, di restare sempre insieme.

CAPITOLO 9 - finale a due voci

MARCO

Jorge mi teneva stretta la mano, mentre Adrien lo curava. Rimanemmo poco tempo ancora in quel posto, perché non potevamo permetterci che ci fossero altri feriti. Giusto il tempo che Jorge si rimettesse e saremmo partiti. Il cammino fu lungo e faticoso, ma finalmente raggiungemmo l'accampamento partigiano della valle stura, a Paraloup.

Nei mesi successivi i compagni anziani ci insegnarono le tecniche militari più efficaci e imparai poco a poco a vincere la mia paura nei confronti delle armi e del sangue. Mi resi conto all'improvviso che l’infanzia era finita da tempo e in me non c'erano più tracce del bambino che ero stato. In quel momento mi venne un po’ di malinconia di casa e di mia madre, delle mie sorelle... Era da tanto, anzi da tantissimo che non le vedevo.

Era il 18 settembre del 1943, quando Adrien decise di spostarci a Boves. Alle nove di sera ci preparammo e partimmo, passando sempre tra i boschi, per evitare i posti di blocco sulle strade.

Arrivammo a Boves e ci rifugiammo nei boschi della Bisalta. Alle dieci del mattino ci dirigemmo verso la piazza del paese, con un autocarro, per un rifornimento di pane. Quando arrivammo, due tedeschi stavano scendendo da un’autovettura. I miei compagni presero la macchina e i due soldati come ostaggi, senza usare nei loro confronti violenza e li portammo sulle montagne con noi.

Verso mezzogiorno stavamo andando verso la borgata Teit Sergent per controllare la zona, quando sentimmo dei passi in avvicinamento. Poi il silenzio. Ci mettemmo in guardia e poco dopo sentii sparare: erano arrivati i fascisti! Il mio istinto mi fece girare e sparare. L’uomo cadde riverso nei cespugli. Non potevo crederci, avevo ucciso una persona. Uno dopo l’altro iniziammo a sparare a raffica contro quelli e quelli contro di noi. Poi, velocemente come erano arrivati, i fascisti si ritirarono: sul terreno rimase il corpo di un giovane soldato.

Tutti rimanemmo in silenzio per qualche minuto; io, incredulo, caddi in ginocchio, sconvolto. Tutti mi ringraziarono per aver salvato la vita ai membri della brigata, ma non ero felice, mi sentivo strano. Ci incamminammo per il sentiero e quella la sera ci rifugiammo nel fienile di Dariu D’Belu, un vecchietto che era stato gentile e ci aveva ospitati, l’unico nel paese, perché la gente aveva paura delle ritorsioni dei fascisti.

L’indomani vennero un parroco e un industriale inviati da Peiper, tenente colonnello delle SS, per farsi restituire i due soldati e riavere la macchina. Io dissi di no, poiché quegli ostaggi erano una garanzia, ma pochi erano d’accordo. Ci dissero che se non avessimo restituito il tutto, i tedeschi avrebbero iniziato una rappresaglia a Boves. Non avevamo scelta. Consegnammo gli ostaggi.

La sera scesi verso valle per capire come si mettevano le cose: Boves stava bruciando.

LILIANA

Era il 29 settembre, quando il Dottor Angela radunò tutti nella sala principale, accese l’unica lampadina presente sopra il tavolo e ci disse che in un paese vicino a Cuneo, Boves, un gruppo di partigiani aveva salvato numerosi bambini durante una rappresaglia, dei veri e propri eroi.

Ero sempre più cosciente di ciò che stava succedendo, ma i fatti intorno a me erano misteriosi e molto confusi.

Mi domandavo se tra quegli eroi ci fosse anche Marco, il mio fratellone. Prima di addormentarmi guardai Ludovica, mia sorella: nei suoi occhi c’era lo stesso sguardo che avevo visto negli occhi di Marco prima che fuggisse. Allora avevo pensato che fossa rabbia, ma non era rabbia: era determinazione.

La mattina seguente mi svegliai di soprassalto, era l’alba; mi guardai attorno, il letto di mia era sorella vuoto, capii subito tutto. Non svegliai Giuditta: questa cosa riguardava solo noi. Indossai frettolosamente il maglione più caldo e gli scarponi e mi diressi verso la porta; in un attimo mi ritrovai a inseguire Ludovica sotto le prime luci del giorno. Stavo attenta a non farmi vedere. Non ci misi molto a raggiungerla.

«Cosa ci fai qui?» Mi disse.

«Non potevo lasciarti andare via da sola.» Le risposi.

«Abbassa la voce.» Mi disse, portandosi l’indice alle labbra. Ludovica mi prese per mano e cominciammo a correre come non avevamo mai fatto.

Fu così che arrivammo a Cuneo, dopo giorni di cammino nei campi, nascondendoci, percorrendo stradine isolate e mangiando quello che capitava. Il nostro scopo era trovare Marco, ma a me cominciava a mancare la mamma... Dopo aver perso papà e non avendo più rivisto nonno, le rimanevamo solo noi. Mi dispiaceva essermene andata così... ma non avevamo alternative.

MARCO

Il 31 dicembre ci fu una seconda ondata di violenza.

Dopo essermi vestito, scesi per la mia solita colazione quando sentii bussare violentemente alla porta.

«I tedeschi stanno arrivando di nuovo!» Urlava una donna. Mi girai verso i compagni e vidi di nuovo il terrore nei loro occhi.

«Dobbiamo fermarli, pensiamo in fretta!» Dissi.

Più di ottocento soldati armati stavano venendo a catturare persone innocenti. Eravamo troppo pochi e mal armati per affrontarli a viso aperto. Decidemmo di appiccare un fuoco, che impedisse loro di proseguire la strada.

Avevamo però sottovalutato i fascisti: una parte di loro salirono verso San Giacomo per dirottarci.

Alcuni di noi dovettero andare verso i fascisti. Tra loro andare anche Jorge, che era capo, insieme a me, del nostro gruppo. Il nostro patto venne così infranto e non potevo sapere a cosa sarebbe andato incontro.

LILIANA

Quei mesi passati a nasconderci furono molto duri, ma oramai ero cresciuta e non dovevo far preoccupare Ludovica; come me anche lei aveva patito la fame.

Non sapevamo più nulla né di Marco, né della mamma o di Giuditta. Ci eravamo allontanate dal posto, che per tanto tempo ci aveva ospitato per andare in cerca di nostro fratello, non sapendo nemmeno se fosse ancora vivo. Il desiderio di rivedere quel viso determinato e confortante, ci impedì di fermarci e mollare la nostra ricerca.

Dopo giorni di cammino finalmente avevamo trovato Boves, ma non era facile mettersi in contatto con i partigiani. Poi, quel giorno, tutto precipitò.

MARCO

Il giorno era passato, ma le urla e i pianti mi rimbombavano nella testa. Famiglie distrutte e divise per sempre: un ricordo che non cancellerò mai più. Quella notte sognai di quando, insieme alle mie sorelle, giocavamo nella stanza di Gigi e il nonno, senza farsi beccare dalla mamma, aveva portato panini per noi e una mela per il cavallo. C'era il sole e, dopo che le mie sorelle avevano ricominciato a giocare, il nonno mi aveva detto che ero un bravo ragazzo e che avrei potuto aiutare la famiglia. Era stato uno dei giorni più felici della mia vita. Mi svegliai di colpo, capendo solo in quel momento cosa avesse voluto dirmi il nonno. Si insinuò in me una nuova forza: se non potevo salvare la mia famiglia, avrei salvato le famiglie degli altri!

La battaglia non era ancora finita. Era il primo gennaio: il rastrellamento da parte dei tedeschi continuava; avevano raggiunto Boves. Il numero delle vittime aumentava, non sopportavo più quel dolore.

Il 2 gennaio i tedeschi avanzarono, in modo da dominare la zona. Non c’era nessun attacco da parte delle forze di terra, ma nel cielo ormai grigio gli aerei volavano e il loro rombo assordante riempiva tutto.

Il 3 gennaio, quarto e ultimo giorno, i tedeschi incendiarono tutto il possibile: case, casotti, fienili, pagliai, legna e foglie. Non risparmiarono nemmeno il bestiame.

Ci furono più di cinquanta vittime, civili e partigiani. Tra questi anche il mio amico Jorge, che nell’intento di salvare una ragazza, venne colpito con più colpi di fucile alla schiena. Tutto si svolse velocemente: lo vidi vicino a una ragazza, la stava mettendo in salvo, la riparava. Poi gli spari, lui che cade…

Quando riuscii a raggiungerlo, vidi accanto a lui un altro corpo, di una ragazza, pieno di sangue. Mi avvicinai. C’era qualcosa di familiare in lei: era Ludovica! così cresciuta, ma così magra.

Alzai lo sguardo stralunato e solo allora vidi davanti a me Liliana, con il viso rigato dalle lacrime: era lei la ragazza che Jorge aveva salvato.

LILIANA

Ora mio fratello era in piedi davanti a me, le lacrime di tristezza si mischiarono con quelle di gioia.

Non avevo più forza, ma riuscii a stringerlo tra le mie braccia; ero circondata dalle sue, dalle braccia di un ragazzo ormai divenuto uomo.

Passammo i mesi seguenti nascosti tra le montagne della Bisalta, non lontano da Boves: io, Marco e i suoi amici; venimmo a sapere che nonno Mauro era morto pochi mesi dopo mio padre e io, nelle notti lunghe e buie della guerra, continuavo a ricordare i suoi insegnamenti: «Segui quella vocina, la tua coscienza…»

Il nostro dolore più grande era non sapere nulla della mamma: la situazione era sempre più confusa, impossibile avere notizie da Villa Turina. Finché un giorno, inaspettatamente, qualcuno ci disse che una signora di mezza età stava risalendo il sentiero, diretta alla nostra borgata. Non potevamo crederci... era lei!

«Mamma – le gridai andandole incontro – sei viva! Ma come hai fatto a trovarci?»

«Non è stato difficile – rispose lei, consegnandomi con le lacrime agli occhi il vecchio libro di Pinocchio – quando siete partite ho controllato attentamente la vostra camera e ho trovato il tuo libro. Sapevo che non te ne saresti mai separata, così l’ho sfogliato e mi sono accorta che, accanto alla tua frase preferita, quella sulla vocina della coscienza, c'era una piccola scritta: Boves.

Ci abbracciammo a lungo, io, Marco e la mamma. Erano passati ormai anni, dal giorno in cui non mi era stato permesso di andare a scuola; quello mi era sembrato il giorno più triste della mia vita. Poi gli eventi erano precipitati e nel giro ti poco non avevo più avuto una casa, la famiglia si era disgregata, avevo dovuto nascondermi e fuggire per salvarmi. Ora avevo di nuovo il mio libro, grazie al quale avevo imparato a leggere e a scrivere.

Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, prima che tutto tornasse alla normalità. L’esperienza di quegli anni mi aveva fatto capire quanto fossero importanti la libertà e la gioia delle piccole cose. Allora, solo allora capii la frase che le mi era stata letta quando aveva solo sei anni: La coscienza è quella vocina che la gente ascolta così di rado.

Solo allora mi accorsi che le vocine del papà e del nonno mi avevano guidato, ci avevano guidati, in tutta questa avventura.

© andrea valente