è dal 1970 che a new york, in autunno si corre la maratona. e domani di nuovo...

di corsa a new york

me l’avevano detto che, per prendere un taxi a new york, basta alzare il braccio e un’auto gialla arriva in un istante. se non due. auto, intendo, non istanti. così alzai la mia mano e...

e accanto a me decine di persone si misero tutte insieme in cammino di buon passo, quasi di corsa. più che decine: centinaia, o forse migliaia. tutti nella mia stessa direzione, tutti così di fretta che mi avrebbero fregato il taxi sotto il naso per i prossimi due mesi. così anch’io mi allacciai per bene le scarpe da tennis e mi misi a correre dietro tutti, con tutti, verso dove tutti se ne andavano.

attraversai di volata il ponte di verrazzano, ma davvero lo avrei fatto volentieri seduto comodamente nel taxi. magari tra quella gente qualcuno avrebbe condiviso la corsa, facendo risparmiare entrambi. invece no: a piedi, di corsa, e anche se ci fosse stato un taxi libero, con tutti quei pedoni saremmo stati bloccati fino a sera.

era ancora lontana, da lì, manhattan, ma quando si è in compagnia la fatica si sente di meno, per quanto non ce ne fosse uno, tra tutti, che rivolgesse la parola a un altro. tutti di corsa, tutti insieme, ognuno per conto proprio. e corri tu che corro anch’io, sbucando dall’ultimo vicolo di brooklyn, eccoti oltre il fiume i grattacieli in bell’ordine, alti e snelli, uno accanto all’altro come un codice a barre. il taxi, invece, avrebbe probabilmente percorso qualche highway e mi sarei perso lo spettacolo. mi asciugai il sudore e ammirai lo skyline.

non feci in tempo a scattare un paio di fotografie che mi ritrovai solo. più solo di quando ero in mezzo alla folla, ignorato da tutti. ero solo e basta, comunque senza un taxi a portata di alzata di mano, che chissà dov’erano tutti. mi rimisi in marcia e, già che avevo preso il passo, ricominciai a correre. e arrivai a manhattan.

«excuse me – balbettai, incrociando un tipo – central park?»

«go, go – mi rispose quello, con fare entusiasta – run, run!» ma da che parte fosse central park non me lo disse mai.

allora mi fermai a un baracchino degli hot dog. avevo sempre sognato di mangiare un hot dog a uno di quei baracchini, schizzando catchup qua e là e forse uno dei motivi del mio viaggio era proprio quel baracchino lungo il marciapiede.

«run, run! – esclamò il rosticciere – go, go!» e mi porse in gran fretta il panino e pure un bicchiere di qualcosa. ottimo!

già che ero dalle parti di wall street feci un salto in banca, che avere qualche dollaro in saccoccia può sempre tornare utile.

«go, go – strillò il cassiere – run, run!» e mi diede ventiquattro dollari contati.

eccomi sulla celebre fifth avenue, sempre molto trafficata, ma sempre in ordine, con gente che va di qua e gente che va di là, senza nemmeno dirsi hello, né goodbye.

passai dalle parti di broadway per due biglietti per il musical e la cassiera me li porse in un istante, incitandomi: «go, go! run, run!»

mi fermai al museo, ma la coda all’ingresso era troppo lunga per i miei gusti e pure tutti quegli appassionati d’arte in fila indiana e in coro fecero il tifo per me: «run, run! go, go!»

finché finalmente, girato l’angolo del plaza hotel, eccoti il verde di central park, con i suoi sentieri, i suoi prati, gli scoiattoli e le panchine. e sulla prima che trovai libera mi accomodai, per prendere fiato, che avevo corso quasi quaranta chilometri.

«run, run!» esclamò un vecchietto sulla panchina di fronte, vedendomi seduto. ma io feci finta di non sentirlo: tirai fuori da una tasca un libro e cominciai a leggere, che farlo appollaiato su una panchina di central park era il mio secondo sogno, dopo il baracchino degli hot dog.

non feci però in tempo a raggiungere la fine del paragrafo che, all’angolo del parco, la massa di corridori che avevo perso di vista a brooklyn veniva in gran fretta, di corsa come sempre, verso di me. cosa volessero non lo sapevo, ma un po’ mi preoccupai. riposi il libro in tasca, mi alzai e cercai di seminarli di nuovo, scappando alla ricerca di un po’ di tranquillità. corri di qua, corri di là, gli urli go, go! run run! aumentarono di intensità, o almeno così mi pareva, fino a esplodere in una vera e propria ovazione quando tagliai il traguardo della maratona, qualche passo prima di tutti gli altri.

me lo avevano detto che a new york accadono cose difficili da spiegare, come il taxi che si ferma al primo cenno, ma di arrivare primo non me lo sarei mai aspettato. sorrisi a cronisti e fotografi e ringraziai per la medaglia. non senza soddisfazione la avrei utilizzata come segnalibro, in pomeriggi un po’ meno frenetici, per tutte le mie letture sulle panchine di central park.

© andrea valente