il 7 di dicembre è il giorno della prima alla scala. tutto merito di guido d’arezzo, anche se lui non lo sa...

do come doccia

non era facile, intorno all’anno mille, cavarsi i vestiti e farsi una bella doccia. non era facile per nulla.

i vestiti sì, te li potevi togliere facilmente, ma finivi per rimanere nudo come un branzino e non ti restava che fischiettare e far finta di niente, mentre la gente passava, sbirciava, borbottava, sorrideva, ridacchiava e finalmente se ne andava.

era la doccia il problema più grande, perché non esisteva per nulla, nemmeno nei bagni delle regine e delle principesse, che preferivano la vasca, anche perché era cosa l’unica che avevano. certo, potevi farti rovesciare un secchio d’acqua sulla testa, ma non era la stessa cosa... potevi riempire un otre, bucherellarlo e lasciarlo sgocciolare, ma anche quello non era agevole. la doccia con l’acqua calda e quella fredda, che scorre finché vuoi, che ti sciacqua via lo sporco, le fatiche e i malumori, quella nell’anno mille non c’era per nulla e non ci sarebbe stata per ottocentosettantadue anni ancora, quando un ingegnoso medico francese la inventò. aspettare otto secoli e più per farsi una bella doccia sarebbe stato troppo per chiunque...

non era facile farsi la doccia e ancor meno era possibile cantare sotto la doccia, magari a squarciagola, perché se eri stonato come una campana non c’era il rumore dell’acqua a coprire ogni cosa.

pare, però, che il monaco guido d’arezzo non fosse stonato per nulla, anzi. pare pregasse cantando e che la musica riempisse l’aria che era un piacere. canticchiava e fischiettava e ogni tanto componeva nella sua mente una nuova melodia, allora correva nella sua cella, prendeva un pezzo di carta e una penna d’oca, quindi provava a scriverla per non dimenticarsela più. con il risultato di riempire il foglio di scarabocchi e finire per non capirci nulla.

finché un giorno, colto da ispirazione e ancor più da disperazione, disegnò sette pallini neri, uno accanto all’altro, ma uno un po’ più in alto dell’altro. poi si coricò soddisfatto e trascorse la notte sognando chissà cosa. c’è pure chi dice che, nel sonno, abbia cantato, come sempre, più intonato che mai.

al mattino, fresco come una rosa, radunò a sé gli altri monaci del convento e spiegò loro la grande novità.

«il RE è un re!» esclamò «lo dice la parola stessa. re del cielo e della terra, della musica e delle melodie, il RE è il re.»

nessuno osò contraddire.

«MI...» continuò «come minuetto, come mistero, come mirabolante...»

«come minestrone!» lo interruppe uno dei frati.

«MI... mi piace!» concordò un altro, ma non si capì mai se intendeva il minuetto o il minestrone.

«FA come fare.» borbottò il monaco guido, perché ogni giorno c’era un sacco di cose da fare e farle cantando sarebbe stato più soave.

«SOL come il sole.» e magicamente un tenue raggio si infilò dalla finestra più in alto e illuminò l’ambiente e la punta del naso dell’abate priore, mettendo tutti di buonumore.

«LA come...»

«lavandino!» strillò uno.

«lavatrice!» si aggiunse un altro, che nemmeno sapeva cosa fosse una lavatrice, e che sarebbe stata inventata anche lei molti secoli più in là... però aveva un nome simpatico che, soprattutto, cominciava per la.

«LA come trallallà!» tagliò corto il monaco guido.

«e SI come sì.» sentenziò «perché un sì è sempre meglio di un no.»

tutti i monaci fecero sì con la testa e finalmente si poté servire la colazione, con pane, marmellata, latte, caffè e un ovetto appena fatto dalla pollastra di turno.

«un momento...» borbottò l’abate priore, deglutendo un boccone di pane «queste note sono sei, ma i sette nani sono sette! i giorni della settimana sono sette... i colori dell’arcobaleno, le meraviglie del mondo, i peccati capitali...»

pure questo racconto è stato scritto il giorno sette...

«perché mai le note musicali dovrebbero essere sei» continuò, predicando «quando tutto il resto al mondo è diviso per sette?!»

«e come faccio a cantare un DO di petto» concluse «se il DO, per esempio, non c’è?»

impossibile affermare il contrario. una nota che non c’è non può essere cantata nemmeno dagli usignoli sull’albero, né da un gruppo rock, tanto più che intorno all’anno mille pure il rock era una cosa a dir poco sconosciuta.

il monaco guido ci pensò un po’ su, sorseggiò il suo caffè, gustò l’ovetto sbattuto, quindi aggiunse diligentemente il DO alle sue note, che da sei diventarono sette, per la gioia di tutti e soprattutto dell’abate priore.

«DO come doccia!» decise.

«come cosa?!» bofonchiò uno.

«come domenica, vorrai dire!» suggerì un altro.

«o come dopodomani, che di DO ne ha addirittura due!» esclamò un terzo.

«DO come doccia!» confermò. e guai a chi avesse osato contraddire o provato ad aggiungere alcunché.

fu così che, uno dopo l’altro, posate le tazze e i cucchiai nel lavandino, i monaci si recarono al fiume per cominciare la giornata con una bel bagno, visto che la doccia era di là da venire. e cantarono insieme, usando le sette note così e cosà, che era una meraviglia. un po’ come si fa oggigiorno che la doccia esiste in tutte le case e se si inciampa in qualche stonatura impertinente, l’acqua porta via anche quella.

© andrea valente