era il 14 di dicembre del 1911 e roald amundsen, con i suoi uomini e i suoi cani, fu il primo a metter piede sui ghiacci del polo sud

questo racconto è tratto dal libro chi viene e chi va

se non è nord è sud

la nave fram salpò con il sole a poche spanne dall’orizzonte e poteva essere di mattina oppure di sera, visto che in quella stagione la luce la faceva comunque da padrona. era agosto e secondo le voci messe in giro, la nave salpò per una rapida esplorazione di qualche fiordo non troppo lontano, oppure per pescare tre aringhe e un merluzzo per la cena, infatti nessuno ci badò più di tanto e tornò a dormire sotto sette piumini e quattro coperte. ma dopo aver circumnavigato un paio di iceberg, il comandante amundsen diede un rapido colpo al timone e indirizzò la prua verso sud, così a sud, che il nord dietro alle spalle si allontanava in fretta e il clima si faceva via via meno frizzante.

fu una scelta intrigante e interessante, quella del comandante, perché i compagni di viaggio e di avventura fecero sì con la testa e decisero insieme di non fermarsi ai primi tepori, bensì di proseguire senza timore fino all’equatore, dove il caldo è torrido e il freddo non c’è mai. ma – sorpresa delle sorprese – senza lasciar tempo all’abbronzatura di farsi uniforme, la nave che li trasportava proseguì ancora: proseguì verso sud, sempre e solo verso sud, che a vederla sul mappamondo sembrava veleggiare a testa ingiù.

difficile pensare che non si siano accorti di aver ormai oltrepassato entrambi i tropici, soprattutto quando i primi pinguini spuntarono, curiosi, a sbirciare quei viaggiatori boreali venuti da così lontano.

tanto a sud era ormai arrivato, l’esploratore roald engelbregt gravning amundsen, con la sua ciurma alta e bionda, che il clima tornò inesorabilmente a farsi fresco, come quando è estate lassù al nord.

ma certo, ma sì: forse perché i poli opposti si attraggono, come nelle calamite, o semplicemente per il gusto di vedere il mondo alla rovescia, la meta del loro lungo viaggio era evidentemente il polo sud, terra ancora inesplorata, coperta da metri e metri di ghiaccio. ecco, allora, a cosa servivano le slitte e i cani, fidi compagni di viaggio.

finché la nave non fu ormeggiata alla baia delle balene, punto navigabile più vicino – o meno lontano – dal centro geografico del continente antartico.

sulla costa si costruì una casa in legno, calda e confortevole che, in onore della nave fram, fu battezzata framheim e avrebbe fatto da base per la spedizione alla conquista del polo, ma l’estate era alle porte e l’estate alla rovescia voleva dire inverno, tant’è che il sole salutò il ventuno di aprile e non si presentò più per mesi interi.

come a volte accade ai naufraghi sulle isole deserte – pur con un clima meno glaciale – e nei romanzi d’avventura, un giorno fu avvistata un’altra nave nella penombra, all’orizzonte, e poteva essere di mattina oppure di sera, visto che in quella stagione il buio la faceva comunque da padrone. con fuochi e segnalazioni i norvegesi accampati si fecero vedere e la nave li raggiunse, per due chiacchiere, un invito a cena con tre aringhe e un merluzzo e poi pure, chissà, un torneo di scacchi o una partita a tressette. nel lungo inverno al chiuso, infatti, il problema maggiore era tenersi impegnati senza perdere il buonumore o darsi noia a vicenda. nulla di meglio, quindi, di una visita inattesa.

la nave terra nova attraccò tra i ghiacci e i marinai raggiunsero i nuovi amici intorno al camino, per farsi intiepidire la punta del naso. componevano anche loro una spedizione alla conquista del polo sud, agli ordini dell’esploratore inglese robert scott e la loro intenzione, per nulla nascosta, era quella di arrivare primi. altro che tressette o scacchi: la sfida si sarebbe svolta fuori dalla base, tra foche e trichechi, con il freddo più sotto zero che mai. ma il rispetto e l’amicizia rimase, che certe sfide sono eroiche ed epiche anche per quello: non si è nemici, bensì avversari; non si è concorrenti, bensì colleghi.

con il ritorno della bella stagione, non bella come ai caraibi o a riccione, comunque molto migliore di quando si stava due metri sotto il ghiaccio, il comandante amundsen preparò ogni cosa per arrivare primo, con tanti saluti a scott e al re di’inghilterra.

mandò in avanscoperta gruppetti di esploratori, con il compito di abbandonare lungo il cammino scorte di cibo, di indumenti e altre cose utili per l’avventura, che sarebbero serviti alla spedizione finale, permettendo a tutti di partire con un po’ meno bagaglio. si cercarono piste tra i crepacci e si aprirono passaggi tra i monti antartici, finché l’impazienza diede il via e un gruppo di impavidi partì.

troppo presto, però, perché il clima non si rivelò particolarmente favorevole e respinse il tentativo, consigliando ad amundsen di non esagerare con la fortuna e riprovarci più in là, precisamente il diciannove di ottobre, con baci e abbracci a tutti e l’invito a non preoccuparsi troppo, che questa volta sarebbe andata meglio.

partirono in cinque, quel mattino, su altrettante slitte, con cinquantadue cani a tirare, correndo sulla neve e chi immagina enormi piste ghiacciate come quelle di pattinaggio si sbaglia di grosso. furono necessari quasi due mesi di cammino e fatica, prima che la bussola cominciasse a impazzire, indicando di essere ormai giunti nel punto esatto dove transita l’asse terrestre, che se ti fermi per un giorno intero ti fa fare una piroetta. alle tre del pomeriggio del quattordici di dicembre del 1911 il comandante roald amundsen piantò nel ghiaccio la bandiera norvegese in segno di trionfo. e scrisse due righe per l’amico robert, fiero avversario, che aveva appena sconfitto.

il re d’inghilterra fu tra i primi a congratularsi sportivamente con i norvegesi, che avevano battuto sul tempo la sua spedizione e il comandante scott, che infatti raggiunse anche lui il polo, ma un mese dopo e, al contrario degli altri, non riuscì mai a raccontarlo e morì sulla via del ritorno, inghiottito dai ghiacci dell’amata antartide.

© andrea valente