e dopo san valentino, è il giorno di valentina...

questo racconto è tratto dal libro piccola mappa delle paure

valentina e valentina

valentina e valentina se ne stavano faccia a faccia, guardandosi negli occhi in silenzio, aspettando che fosse l’altra a parlare per prima. pareva una sfida, la loro: se una accennava un sorriso, sorrideva anche l’altra; se una sospirava, sospiravano in due; se valentina guardava in alto o in basso, guardava verso l’alto o verso il basso anche valentina; se una alzava una mano, lo faceva pure l’altra, ma la sinistra anziché la destra o viceversa.

si conoscevano ormai da anni – quasi da sempre – valentina e valentina: si volevano bene, pur senza darlo troppo a vedere; ogni tanto si odiavano, ma non durava per molto; altre volte si amavano alla follia, ma durava ancor meno. per lo più non ci pensavano nemmeno a quale sentimento provare l’una per l’altra e vivevano in una sorta di involontaria simbiosi, a volte cogliendosi di sorpresa nello scoprirsi così simili, altre sopportandosi di malavoglia.

tanto erano simili, valentina e valentina, che si vestivano allo stesso modo, si pettinavano, si atteggiavano, si esprimevano allo stesso modo, e l’una si specchiava negli occhi dell’altra, non sempre vedendo belle cose, ma pur sempre vedendo qualcosa.

«sei brutta» disse d’un tratto valentina, rompendo il silenzio.

tanto si aspettava quelle parole, valentina, che mentre le sentiva, le sue labbra parevano muoversi e pronunciarle all’unisono, un po’ per confermarle, un po’ per respingerle, un po’ per scongiurarle.

spense la luce e valentina sparì.

quel giorno valentina decise di tagliarsi i capelli, incurante degli anni che aveva impiegato per farli crescere così lunghi: un taglio netto, non troppo alla moda, che a volte ci vuole. li tagliò e non si guardò nemmeno allo specchio, per timore di incontrare nel riflesso una ragazza sconosciuta, e non aveva nessuna voglia, quel giorno, di conoscere altra gente. si coricò e buona notte.

al mattino valentina accese la luce all’improvviso e valentina era già lì, pronta per cominciare una nuova giornata con un incontro che era quasi uno scontro. le due si scambiarono un’occhiata e un sorriso di sfida, si sistemarono in fretta, poi si passarono le dita tra i capelli ormai corti.

«li hai tagliati anche tu?» sussurrò valentina, sorpresa, un po’ piacevolmente e un po’ no. e valentina sorrise di rimando, con quegli insoliti capelli arruffati, che la facevano quasi carina. quasi. ma non lo disse e non voleva sentirselo dire, perché carino è l’aggettivo meno carino di tutti e avrebbe piuttosto preferito continuare a sentirsi brutta, valentina, e a sentirselo dire, anche se così brutta non si sentiva più.

«sei brutta!» le disse allora, quasi ad anticiparla.

«brutta come me.»

fu una giornata strana, la prima di valentina con i nuovi capelli, o senza quelli vecchi. si sforzò di non sentire tutti quelli che la definivano carina o definivano carini i capelli, lasciando che il suono delle parole si perdesse nell’aria.

poi se ne andò a spasso da sola, in città, senza meta, come le capitava di fare quando aveva bisogno di risistemare l’umore.

camminava in equilibrio sul bordo del marciapiede, saltava sulle panchine, girava intorno ai lampioni e ai semafori, ogni tanto esclamava buongiorno a qualche passante che, colto di sorpresa, non faceva in tempo a rispondere che lei se ne era già andata.

di fronte a una vetrina valentina si fermò. di là dal vetro c’era un vestito che le piaceva e, a ben guardare, dentro quel vestito appariva l’immagine di valentina e quella maglietta stava bene anche a lei.

«sei bella» bisbigliò, e lei altrettanto.

«trovi davvero?»

era la prima volta che qualcuno la trovava un po’ più che carina, e che fosse stata valentina a dirlo, per valentina aveva ancora più valore.

tornate a casa, valentina e valentina salirono insieme in ascensore. si sorrisero, ma non fu necessario dire alcunché.

belle o brutte, poco importava: quel che contava era che entrambe, davvero, erano un po’ più che carine.

© andrea valente