il 29 di febbraio è un giorno in più, ma nel lontano anno 1582, per riallineare il calendario con le stagioni, dal giorno quattro di ottobre, a mezzanotte in punto, si saltò direttamente al quindici, con dieci bei giorni in meno...

questo racconto è tratto dal libro un'idea tira l'altra

oggi non esiste

quando il signor gregor – greg per gli amici, gregorius per i professori, beppe per i confusi, gigio per mamma e papà – si svegliò, là fuori era ancora più buio che no, ma le prime timide luci dell’alba cominciavano a filtrare tra le tende. sgusciò dalle lenzuola, aggiustò il baffo, poggiò il cappello sopra la testa, infilò il cappotto sopra il pigiama e, come tutte le mattine, si recò all’edicola all’angolo per acquistare il giornale.

non ti dico la sorpresa, quando sentì le inequivocabili parole del giornalaio: una cosa da rovinare non solo la colazione con tutti i suoi biscotti, ma l’intera giornata e probabilmente anche le dieci successive. tornare a letto non sarebbe stato sufficiente.

«niente giornale di oggi, caro signore.» borbottò l’edicolante, in vero pure lui piuttosto perplesso. e niente giornale voleva dire niente notizie del giorno prima, belle o brutte che fossero, niente oroscopo, niente pagina dello sport e niente programmazione del cinema, ma soprattutto niente necrologi, con il serio rischio di incappare in figure a dir poco imbarazzanti.

intanto il caffè si raffreddava.

«in realtà il giornale ci sarebbe anche... – continuò il giornalaio, vedendo che il signor gregor non pareva troppo convinto – quel che manca è l’oggi. e senza oggi, è ovvio, niente giornale di oggi.»

a ben guardare, in effetti, il calendario appeso alla parete aveva un grosso buco proprio quel giorno lì. gregor guardò l’orologio, con le lancette che se ne andavano girando in allegria senza un senso apparente e senza starsene ferme un minuto. o un secondo. però il sole era ormai sorto e, almeno quello, era lo stesso sole di tutte le mattine, a parte nei giorni di pioggia.

una strana sensazione cominciò a impossessarsi dei pensieri del signor gregor, ponendogli una dopo l’altra tutta una serie di domande da un milione di dollari. se mancava l’oggi sarebbe mai arrivato un domani? qualcuno, cancellando il presente, aveva fatto fuori anche il futuro? e che farsene di quel che restava del passato? e lui, gregor in persona, c’era oppure no?! si è mai saputo di qualcuno vissuto in un tempo mai esistito? a parte nella fantascienza, intendo. e come trascorrere il tempo, se il tempo non c’è? avrebbe ricevuto lo stipendio lo stesso, vero? non c’è dubbio che non si poteva essere presenti al lavoro ma, a rigor di logica, nemmeno assenti. e quei poveretti che si erano presi un giorno di ferie? e quelli, più poveretti ancora, che avevano scelto da mesi la data del loro matrimonio? e i neonati? quando avrebbero festeggiato il compleanno? e se anche tu hai una domanda, scrivimi, che la giro al signor gregor...

alla fine di tutti i pensieri e qualcuno ancora in arrivo, era ormai sera e le prime ombre cominciavano ad oscurare gli ambienti. senza nemmeno sgranocchiare qualcosa per cena il signor gregor, pur confuso come un beppe qualsiasi, appese il cappotto all’attaccapanni, posò il cappello sul tavolo, sorseggiò un tè alla malva, si infilò tra le lenzuola, spense la luce e buonanotte.

l’indomani il signor gregor – greg per gli amici, gregorius per i professori, beppe per i confusi, gigio per mamma e papà – si svegliò che là fuori era ancora più buio che no, ma di nuovo le prime timide luci dell’alba cominciavano a filtrare tra le tende. si guardò intorno con l’occhio destro, per accertarsi che ogni cosa fosse al proprio posto. poi con quello sinistro. l’orologio alla parete ticchettava con precisione e ritmo. greg sgusciò dalle lenzuola, aggiustò il baffo, poggiò il cappello sopra la testa, infilò il cappotto sopra il pigiama e, non senza un certo timore, si recò all’edicola all’angolo per acquistare il giornale.

l’edicolante lo accolse con un sorriso da qua a là e, con massima soddisfazione, gli porse un plico di giornali, che ce ne sarebbe stato da leggere per dieci giorni: pagine dello sport, spettacoli al cinema, nascite e morti, cronache, commenti ed elzeviri.

anzi no.

quei dieci giornaloni altro non erano che carta piegata. nessuna scritta, a parte la testata lassù. non un articolo di fondo, non un trafiletto, né un editoriale del direttore. la cronaca dei dieci giorni più vuoti della storia dell’uomo era tutta lì, pronta per il caffè e per l’inizio di un’altra mattina qualsiasi.

© andrea valente