se la casa è tutto il tuo mondo, è vero anche il contrario…

il mondo è casa mia

il mio mondo è casa mia! pensava il tipo con orgoglio, e si lasciava cadere in poltrona, per ammirare con comodo i quadri alle pareti, il tappeto per terra, la forma del lampadario e la tazzina di caffè sul tavolino. ne andava tanto fiero, di quel mondo, che lo arredava con cura e buongusto, scegliendo il colore giusto per imbiancare, il numero necessario di seggiole intorno alla tavola in cucina, la morbidezza desiderata delle salviette nella stanza da bagno.

ogni tanto sbirciava fuori dal suo mondo, attraverso la finestra, nel giardino. era anche quello mondo suo, nessun dubbio, fino al cancello e alla cassetta delle lettere. per ben delimitarlo aveva piantato una siepe con le foglie molto verdi e molto fitte, che quando crebbe per bene pareva la parete di una stanza in più, con il sole a far da lampadario.

ma non riuscendo a vedere oltre la siepe, un pomeriggio d’autunno gli venne voglia di sapere cosa mai ci fosse al di là. infilò il naso tra i rametti, fino a fare un po’ di spazio allo sguardo verso la strada, che sfrecciava lì accanto, col semaforo un po’ rosso e un po’ verde e tutto il resto. preso coraggio, decise di farsi un giro nel quartiere, lasciando il suo mondo alle spalle, ma non era proprio così, perché anche il quartiere stava diventando parte del suo mondo e quando se ne rese conto si tranquillizzò e fece un sospiro di sollievo. era bello davvero, il suo mondo, fino al negozio del lattaio e alla biblioteca, aperta anche di domenica. terminava qualche passo più in là, dove cominciava il quartiere accanto.

anzi no. un mattino, di buonora, il tipo pensò bene di allargare il suo giro, ampliando così anche il mondo intero. in poco più di tre ore aveva perlustrato gran parte della città. la sua città! ed era bella, con le strade che si incrociavano, i tetti che spiovevano e i passanti che passavano. saltò allora in bicicletta e pedalò fino in periferia, dove i cartelli della città dicevano arrivederci e il suo mondo arrivava fin lì.

l’indomani il tipo comprò un biglietto del bus e si lasciò scarrozzare docilmente tra le valli della regione, che era mondo suo pure quella, come la città, il quartiere e la casa col giardino. dall’autobus saltò su un treno e il suo viaggio cominciò per davvero, alla scoperta di quel bel mondo che era la nazione intera. ogni tanto, nelle stazioni più grandi, scendeva per sgranchirsi e bersi un tè alla fragola o mangiarsi un panino col salame.

riuscì persino a delimitare i confini del suo stato, tracciandoli con cura con la matita sul tovagliolo e proprio questo disegno gli montò la voglia di varcarli, quei confini, altrimenti a cosa servivano? fu così che il mondo del tipo diventò grande come un continente intero, con tutte le lingue diverse che si parlano tra la gente. ma non bastava: prese una nave e un aereo e finalmente, dopo giri su giri, il suo mondo era il mondo intero e se ne tornò a casa soddisfatto.

non passò molto tempo, che il tipo alzò il naso verso il cielo. allora, inevitabilmente, pensò che il suo mondo era anche lassù, perché no? e provò con un razzo a raggiungerlo, il cielo, per guardare il suo mondo quaggiù, dal suo mondo lassù. arrivò persino sulla luna ed era mondo suo pure lei. mondo di tutti – è vero – ma proprio per questo anche suo. e non gli passò per la mente di piantare una siepe anche lì, o di fissare un cancello e tracciare confini, perché pure la luna era un mondo di passaggio.

il tipo fece un respiro profondo, chiuse gli occhi per un istante per concentrarsi meglio, quindi prese il volo verso marte e se ne andò, forse anche oltre, chissà.

© andrea valente