maggio è il mese delle rose e degli apostrofi rosa

un'astronauta con l'apostrofo

al mattino la piccola valentina andava a scuola saltellando sulla neve in inverno e sull’erbetta in estate, quindi si accomodava sorridente al banco e riprendeva fiato, sbirciando dalla finestra la bella vista sul volga, che placido se ne scorre verso il mar caspio.

quando la lezione si faceva ingarbugliata o l’annoiava un po’, lei lasciava che lo sguardo se ne andasse lontano verso il caspio pure lui, oltre i ponti laggiù. succedeva di sovente, soprattutto quando, a inizio primavera, qualche timido raggio di sole le scaldava la fronte. succedeva che liberava la fantasia e allora c’era di che divertirsi.

e non ti dico cosa succedeva quando la fantasia la infilava nei compiti in classe...

un giorno, dovendo scrivere in bel cirillico un tema in piena regola, in cui spiegare cosa mai avrebbe voluto fare da grande, valentina ci pensò un po’ su, poi ci ripensò, ma un po’ di meno, si guardò a destra e sinistra, sbirciò lo sguardo severo della maestra, quindi chinò il capo e cominciò a scrivere e a scrivere con tutti i ghirigori del caso, badando che la stilografica non si mettesse a schizzare qua e là grosse macchie d’inchiostro.

«voglio diventare un’astronauta!» scrisse senza esitazione, prima in brutta e poi in bella, con tanto di esclamante punto esclamativo. certo, lo raccontò con qualche parola in più, riempiendo per bene due fogli protocollo e mezzo di frasi ben più elaborate, come piaceva tanto alla maestra. in sintesi, però, il succo del discorso era proprio quello: valentina voleva davvero diventare un’astronauta. cosa c’è di strano?

consegnò sorridendo e se ne tornò al posto.

nulla di insolito – dirai tu – sono davvero pochi i bambini che non desiderino farsi un giro lassù. come fantasia si poteva fare di meglio.

sì, ma se pensi che si era negli anni quaranta, mia nonna era una ragazzina, l’era spaziale sarebbe cominciata dieci anni più tardi, il mestiere di astronauta non esisteva per nulla e il massimo che si poteva fare era leggersi un bel libro di jules verne, ecco che l’idea di valentina comincia ad apparire bizzarra e folleggiante e chissà come l’avrebbe presa quella classicona di una maestra.

avrebbe strillato astrochi o astrocosa e tutti sarebbero scoppiati a ridere.

l’indomani, infatti, alla riconsegna dei compiti corretti, la maestra si avvicinò al banco di valentina, accanto alla finestra, col volga che continuava ad andarsene placido verso il mar caspio. aveva lo sguardo ancor più severo del solito.

aveva, soprattutto, il suo tema tra i polpastrelli e nervosamente lo sventolava.

di sicuro avrebbe preferito che valentina volesse fare la sartina o la stiratrice, come tante ragazze come si deve di quel tempo, ma a volte anche i maestri potrebbero essere un po’ elastici, o no?

lasciando cadere il foglio protocollo sul banco, lo sguardo le si fece più severo ancora, anche se pareva impossibile. poche parole:

«un astronauta – disse – si scrive senza apostrofo!»

«qualunque cosa sia – continuò – quella è roba da maschi.»

il silenzio in aula fu assoluto, al punto da sentire l’acqua del volga scorrere in lontananza.

il voto lo puoi immaginare, e la mamma di valentina non fu molto soddisfatta, ma negli anni a seguire – a volte accade – fu chiaro che ad avere torto era proprio la severissima maestra e che un’astronauta, soprattutto se allegra, esclamante e sorridente come valentina quando saltella nella neve o sull’erbetta, si scrive a volte davvero con l’apostrofo.

© andrea valente