vuoi vedere che il camaleonte, vicino a un cavallo nitrisce, vicino a una mucca muggisce, vicino a un grillo frinisce, vicino a un pasticcere pasticcia, vicino a un frullatore frulla e vicino al nonno si addormenta in poltrona?!

il camaleonte così e cosà

appollaiato sul ramo, tra le foglie verdi, rosse e gialle, se ne stava tranquillo e beato il camaleonte, convinto sin dal suo primo giorno di vita di sapersi mimetizzare alla perfezione, diventando un po’ giallo, un po’ rosso e un po’ verde anche lui. era un camaleonte vero, di quelli che se ne vedono pochi in giro, anche perché se li vedessi, che camaleonti sarebbero?!

tanto era bravo che, se passava un cane, diventava tutto peloso e lo salutava abbaiando bau bau e quello rispondeva scodinzolando per l’emozione, mentre i gatti del circondario passavano alla larga, che non si sa mai, e i topi, invece, non so.

anche quando si mimetizzava da topo, il camaleonte abbaiava bau bau e in questi casi i gatti non sapevano cosa pensare, ma non gli davano la caccia perché, di nuovo, non si sa mai. se invece si mimetizzava da gatto, i gatti lo scambiavano per un gatto, gli miagolavano miao e lui si guardava bene dall’abbaiare alcunché.

un giorno il camaleonte si mimetizzò da telefono e chiamò la zia dall’altra parte del mondo, per prometterle che prima o poi si sarebbe mimetizzato da treno o da aeroplano e sarebbe andato a trovarla.

quando un elefante arrivò dalle sue parti, il povero camaleonte non ce la fece proprio a diventare grande e grosso come lui, così si accontentò di mimetizzarsi da coda di elefante, senza proboscide né zanne, divertendosi un sacco a ciondolare.

di mattina diventava rosa come le luci dell’alba; di pomeriggio era azzurro come il cielo sereno o grigio, se pioveva; alla sera si tingeva di rosso e di arancione, come il tramonto, ed era sempre uno spettacolo. peccato solo non riuscirlo a vedere... ma proprio quello era il bello!

avrei voluto conoscerlo prima, un camaleonte come lui.

«che bel melo!» esclamò il nonno, ammirando l’albero e i suoi frutti. e il camaleonte, senza farsi vedere, lo salutava facendo cip cip, mimetizzandosi da passerotto, con le piume, il becco e tutto il resto.

«che scarpa elegante!» esclamò la nonna davanti a una vetrina. e lui si lasciava crescere dei lacci lunghi e intrecciati, che un paio di scarpe così le avrei volute anch’io.

per evitare di essere calpestato si mimetizzava da buccia di banana; per andare a ballare si mimetizzava da fisarmonica; se aveva fame si mimetizzava da fetta di torta, con una ciliegia sulla punta del naso e per dormire un’ora in più al mattino si mimetizzava da sveglia rotta e non suonava mai.

finché un giorno, cogliendo tutti di sorpresa, un marmocchio impertinente arrivò in uno dei rari momenti in cui il camaleonte non era mimetizzato da nulla: era color camaleonte, a forma di camaleonte, con lo sguardo da camaleonte, le zampette da camaleonte, la coda da camaleonte e, se avesse avuto un filo di voce, pure quella sarebbe stata da camaleonte.

non ti dico la sorpresa. non ti dico l’emozione!

gli si avvicinò per osservarlo con attenzione e:

«guarda, mamma! – strillò – un camaleonte!»

il camaleonte, poveretto, guardò a destra e a sinistra alla ricerca di qualcosa con cui mimetizzarsi; poi in alto e in basso alla ricerca di qualcuno che lo venisse a salvare; quindi davanti e dietro alla ricerca di un pertugio in cui nascondersi, ma niente. sentendosi scoperto diventò all’istante tutto rosso dalla vergogna, che pareva un pomodoro; poi subito verde di rabbia, che pareva una zucchina; quindi blu per la collera, che pareva un grappolo d’uva; infine giallo per il nervoso, che pareva un limone ma...

«non lo vedo, figlio mio – rispose la mamma, sbirciando intorno a sé – probabilmente si è mimetizzato molto bene.» e se ne andò al mercato a comprare frutta e verdura.

tornata la normalità delle cose, il camaleonte fece un sospiro di sollievo e diventò un po’ di tutti colori per la felicità. poi fece l’occhiolino al ragazzo impertinente e se ne tornò chissà dove – forse sotto al tuo letto! – mimetizzandosi da cosa, non so.

© andrea valente