questo racconto è tratto dal libro piccola mappa delle paure

si giocò l’11 di luglio la finale dei mondiali dell’ottantadue... quel giorno camillo non entrò in campo.

gioco anch'io!

«giochi con noi?» i compagni invitarono camillo, che se ne stava solo e solitario, immerso in qualche pensiero.

«dai, gioca con noi!»

uno di loro aveva un pallone sotto il braccio. un pallone vero, di cuoio, con i segni delle pedate qua e là. un pallone bianco con i pentagoni neri, come i veri palloni da partita di pallone. certo che, una proposta come quella, camillo non se l’aspettava per nulla. allora sorrise, si allacciò le scarpe da tennis e si unì a loro, lasciando i pensieri sul davanzale; per un po’ avrebbe fatto parte della squadra!

e sì che non era particolarmente abile con la palla tra i piedi, camillo, ma una squadra è una squadra: alla tutti per uno e uno per tutti; non sarebbe stato un passaggio sbagliato, un colpo di testa mancato, un ruzzolone sull’erba o persino un autogoal a cambiare la situazione. i colori della maglia erano gli stessi per tutti. la tattica era: tutti in difesa e tutti all’attacco, e camillo, di qua o di là della

metà campo, si divertiva un sacco, faticando anche di più, come non gli era mai capitato prima.

poi arrivò la domenica, e con la domenica arrivò la partita.

non dormì molto, camillo, la sera prima, agitato com’era per il suo esordio. quel poco che dormì fu un sonno travagliato, e alle prime luci dell’alba era già pronto. fosse stato per lui, l’arbitro poteva pure dare il via. avrebbe giocato terzino o centravanti? mediano o mezz’ala? regista o portiere? poco importava: l’unica cosa che contava era la squadra e lui – nessun dubbio – ne faceva parte.

quando l’allenatore assegnò i ruoli, uno dopo l’altro i compagni si infilarono l’uniforme, scaldando i muscoli e accordandosi per finte, tattiche e schemi. e camillo finì in panchina.

«come sarebbe, in panchina?» sussurrò. «e il mio esordio? e la mia partita?»

«in panchina, in panchina...» tagliò corto l’allenatore.

«sei simpatico e bellino, ma con la palla tra i piedi un disastro assoluto.» poi concluse: «accomodati in panchina e buona partita a tutti».

non fu un bel momento, quello, per camillo. non aveva mai pensato alla panchina come parte del gioco. si era sempre allenato con impegno, proprio come gli altri; aveva sudato, corso e rincorso come gli altri; era sempre arrivato puntuale come e più degli altri. più di ogni altro, questo era vero, tendeva a mancare un passaggio, a far finire il pallone in tribuna, a lasciarsi scartare dall’avversario o a sbagliare l’intervento. ma non era pur sempre parte della squadra anche lui? lo volevano o non lo volevano con loro? e se lo volevano, perché allora lo tenevano ai margini, seduto in panchina?

fu così tutte le domeniche: giocava chiunque e camillo in panchina. con la pioggia o con il sole, camillo in panchina. in casa e in trasferta, camillo in panchina.

finché camillo non ci pensò seriamente, si guardò nello specchio, si fece un sorriso e capì: la panchina era il posto più bello del mondo. in panchina camillo era una volta portiere e un’altra ala destra; una volta mezza punta e un’altra difensore centrale. trovane un altro che sia altrettanto bravo in tutti i ruoli. o altrettanto scarso... in panchina non si paga il biglietto per vedere la partita e sai che risparmio? in panchina quando si vince hai vinto anche tu e, se per caso si perde, hanno perso gli altri. e le volte che l’allenatore lo faceva entrare e giocava anche lui – perché a volte capitava – si vinceva almeno tre a zero, se non quattro. certo, camillo entrava a due minuti dalla fine e si era già sul tre a zero, ma non era il caso di essere troppo pignoli.

al novantesimo, quando l’arbitro fischiava e la partita finiva, camillo si alzava dalla panchina ed entrava negli spogliatoi con i compagni, i suoi compagni, la sua squadra. con la piccola differenza – a pensarci bene, nemmeno tanto piccola – che non avendo giocato non doveva nemmeno farsi la doccia!

© andrea valente