accadde che il cinque settembre del lontano 1698, lo zar pietro I di tutte le russie, forse per burla, forse soprappensiero, impose a tutti i maschi e a qualche femmina del suo popolo una bella tassa sulle barbe...

che barba!

la notizia corse veloce, attraversando la tundra e la steppa, dalla gelida siberia al kamchatka del risiko, da vladivostok a pietroburgo, dai monti urali alle rive del volga. udite, udite: chi volesse sfoggiare una barba lunga o corta, arricciata o liscia, bionda o rossa, si preparasse a metter mano al portafogli, scucendo rubli e copechi per la real casa.

i barbieri non cedettero alle proprie forbici e accolsero volentieri cosacchi e contadini per servirli di barba – appunto – e capelli.

«per un pelo...!» sospirò yuri, rasato di fresco, convinto di aver scampato il pericolo.

«un pelo? – intervenne l’esattore dello zar, appostato dietro l’angolo – tre copechi.» e yuri pagò senza battere ciglio, felice che almeno quello, e le sopracciglia, fosse invece esentato.

«di questa legge – borbottò il ribelle serghei – me ne faccio un baffo!»

«un baffo? – esclamò l’esattore – ventiquattro rubli!»

«due baffi ventotto!» precisò.

fu così che ben presto nessuno si azzardò a tenere in disordine le guance, nemmeno il lunedì mattina, con il risultato che le casse dello zar continuavano a rimanere vuote. niente barbe, infatti, niente tasse.

un consigliere del kazakistan propose anche una tassa per chi la barba non ce l’aveva affatto: cento euro se avevi la barba, cento se non ce l’avevi, con il vantaggio di incassare sempre e comunque e di poter coinvolgere anche i ragazzi e i bambini in tenera età. ma se dal punto di vista aritmetico l’idea non faceva una grinza, su quello pratico era accartocciata più che mai e difficilmente sarebbe stata mai approvata.

si studiò una tassa sulle unghie lunghe e pure su quelle rosicchiate.

si ipotizzò una tassa sui pettini e due sulle spazzole.

si fantasticò di una tassa sulle sopracciglia e per due giorni yuri si nascose in cantina.

«che barba, che noia!» ripeteva solennemente lo zar tutte le sere, dopo dell’ultimo sorso di vodka e prima del bacio della buonanotte.

«idea! – si svegliò di soprassalto alle quattro del mattino, che con il fuso orario fanno le nostre due di notte... – che barba, che noia!»

chiamati a sé consiglieri e ministri, giullari e gendarmi, quello stesso mattino lo zar dettò al popolo la sua irrevocabile decisione: basta tasse sulle barbe e su qualsiasi arzigogolo da parrucchiere...

tasse e imposte sulla noia, piuttosto, altroché! ti annoi un po’? venti rubli. ti annoi di più? ottanta! e guai a chi osasse lamentarsi.

quella stessa sera, per dare il buon esempio e festeggiare la novità, fu organizzato un gran ballo di corte, che durò fino all’alba e anche di più. e da quel giorno, per un po’ ci si divertì un sacco.

© andrea valente