questo racconto è tratto dal libro così per sport

correva l’anno 490 a.c. e a una certa ora del 12 di settembre la battaglia di maratona finì: l’ateniese callimaco chiamò a sé il giovane filippide e gli ordinò di correre in città, per annunciare la vittoria.

corri, pippo, corri!

era uno di quei giorni di fine estate... quale di preciso non si sa, ma c’è chi dice che fosse il dodici di settembre, nell’anno 490 avanti cristo. l’aria si faceva frizzante, soprattutto per chi stava a due passi dal mare e se il mare era quello di grecia, meglio ancora. tanto era frizzante quell’aria e di grecia quel mare, che il re dario i di persia ritenne opportuno conquistare la spiaggia e, già che c’era, la grecia intera, brezza serale compresa. fanno così, spesso, i re: o tutto o niente, al contrario dei filosofi, che il più delle volte si sanno accontentare. e di filosofi, da quelle parti, ce n’erano in ogni città.

per fare bene le cose, re dario portò all’arrembaggio il triplo di soldati, rispetto ai diecimila ateniesi che stavano sulla costa a difendere le loro terre. navi su navi ad affollare l’orizzonte e una voglia matta di conquistare il mondo. ma la battaglia non finì tre a uno per loro, anzi! sulla piana, lungo le coste dell’attica, a pochi passi dalla cittadina di maratona furono i greci a trionfare, accoppando senza indugio buona parte degli aggressori e facendo fuggire a vele spiegate chi ebbe la buona sorte di non esser fatto fuori.

hai presente davide e golia? ecco: i greci erano tanti piccoli davide e i persiani tantissimi grossi golia. e finì allo stesso modo.

alla sera, con un piacevole venticello a rinfrescare l’aria, il generale ateniese milziade si godette un meritato tzatziki in compagnia dei suoi prodi e si apprestò a liberare il campo dai cadaveri e dai brandelli d’armamento. già che c’era, però, chiamò a sé un giovanotto, tale filippide, che di professione faceva il messaggero e oggi avrebbe fatto il postino. lo guardò dall’alto in basso, come fanno i generali, si prese qualche secondo di pausa, per creare un’atmosfera solenne, quindi ordinò:

«corri, pippo, corri più forte che puoi fino alla nostra bella capitale atene e annuncia al popolo tutto la vittoria d’oggidì. che si festeggi fino all’alba in tutte le piazze!»

non era lontanissima, atene da maratona, ma non era nemmeno dietro l’angolo: quarantadue chilometri, più o meno, più più che meno. nulla, comunque, che potesse intimorire il soldatino filippide che, obbediente, si mise al galoppo verso la città capitale. al galoppo senza cavallo, però, e sai che male ai piedi?!

fatto sta che pippo corse i cento metri in nove secondi e otto, poi i duecento in altri venti secondi, quindi i quattrocento, senza mai fermarsi a prendere fiato. non soddisfatto, corse a più non posso gli ottocento metri, che se ci provo io mi viene il mal di tutto alla prima curva. poi i millecinque, i cinquemila e, per fare cifra tonda, corse pure i diecimila metri, sempre in direzione atene, sempre senza riposarsi un istante. di più: tra una corsa e l’altra, per rompere la monotonia e per superare qualche ostacolo lungo il tragitto, pippo fece un salto in lungo di quasi otto metri, poi un salto triplo, un salto in alto e, oltre le mura più alte di cinque metri, pure il salto con l’asta. bravo! di più: afferrò un giavellotto e lo scagliò più lontano che poteva e lo stesso fece con un peso, un disco e un martello, tanto che la gente corse in casa a indossare l’elmetto, che non si sa mai...

ma alla fine filippide ad atene ci arrivò, come da ordine impartito, ancorché stanco, stravolto, sudato da capo a piedi, ma con un sorriso carico d’orgoglio.

con le ultime forze raccattate chissà dove, arrivò fino alla porta della casa del sindaco: suonò il campanello e, finalmente, prese fiato.

il sindaco aprì avvolto in un accappatoio bianco e azzurro, con uno spiedino di frutta candita in una mano e un cocktail al pompelmo nell’altra.

«dica...» borbottò.

pippo, con gli ultimi refoli di fiato, ansimò due sole parole e un punto esclamativo: “abbiamo vinto!” poi stramazzò al suolo morto stecchito, che lo spiedino al sindaco andò mezzo di traverso.

povero pippo, che brutta fine...

però, anche tu, non potevi pensarci? capirei se la guerra l’avessi persa e dovessi allertare la città a preparare le barricate, ma avevi vinto, perbacco! avevi vinto e la guerra era finita... non potevi prendertela un po’ più comoda? non potevi fermarti a un chiosco a metà strada e rinfrescarti con una spremuta di tutti gli agrumi del mondo? non potevi sbranarti un leprotto arrosto? non potevi fare autostop o mandare un piccione viaggiatore? filippide, ti pare il caso di andartene così, senza nemmeno dare un bacio alla fidanzata?!

a proposito, filippide, ce l’avevi una fidanzata? perché sui libri di storia di questo non se ne parla...

però è anche vero che è proprio per quello che ti si ricorda ancora oggi: sei famoso solamente perché sei morto e per celebrare la tua corsa sfrenata si gareggia oggi nelle maratone di tutto il mondo: quarantadue chilometri, più più che meno. senza morte, niente fama ma soprattutto niente maratona e, visto che ormai sei defunto e non ci si può far nulla, tanto vale mettersi a correre anche noi, badando magari di arrivare vivi al traguardo.

© andrea valente