uscì traballando e strombettando dagli stabilimenti della ford il 27 di settembre del 1908 la mitica modello T e da quel giorno andare in automobile non fu più la stessa cosa. o forse cominciò a esserlo, un po’ come un buon caffè...

il macinino senza caffè

«volevo un macinino, ma non bevo caffè.» borbottò il signor flivver entrando nella bottega dell’amico henry. il quale henry sorrise, accogliendolo, e lo fece accomodare in un sediolo in tutto simile a quelli del barbiere, ma senza specchio davanti, pennello da barba sul lavandino, né gangster con il mitra a irrompere all’improvviso.

«ho senz’altro ciò che fa per lei, mister flivver – continuò a sorridere henry – un macinino per chi non beve caffè di qualità arabica e pure per chi preferisce non berlo di qualità robusta. con lo zucchero o senza e, volendo, pure con o senza un goccio di latte.»

era fatto così, il signor henry: da che aveva aperto bottega serviva i clienti di barba e capelli, come se fosse un barbiere vero, che invece non era. e a ognuno riusciva a vendere la stessa merce, riuscendo però a dare a ciascuno qualcosa di diverso e personalizzato. un po’ come il caffè, in tazza piccola o grande.

«purché sia nero!» esclamò il signor flivver, che sarà stato pure un non bevitore, ma con il caffè era serio più che mai.

fu così che il signor henry si mise all’opera, maneggiando viti e bulloni, chiavi inglesi e cacciaviti, guarnizioni e trespoli improbabili. posizionò il sedile in modo corretto, reclinando lo schienale di quel tanto che bastava ad assecondare la seduta del cliente. poi calcolò la lunghezza dell’avambraccio e fissò proprio in quel punto un volante grande così. sulla destra, più o meno alla stessa distanza, la leva del cambio, con due marce in avanti e una indietro. e il freno a mano, per parcheggiare in discesa.

dove i barbieri hanno lo specchio, henry fissò un grosso vetro in posizione orizzontale, poi si allontanò di due passi e ammirò l’opera in corso, con occhio soddisfatto. mister flivver, abbarbicato su nel centro del cantiere, osservava incuriosito il procedere dell’assemblaggio.

sotto le suole di cuoio, eccoti il freno e l’acceleratore, e di là del vetro una scatola nera contenente un gingillo metallico fatto di tubi, valvole e cavi. era il motore con tanto di manovella per l’accensione, forse più adatto a una caffettiera che a un macinino, ma non era certo il caso di sottilizzare. una portiera di qua, una di là; dietro lo schienale un’altra scatola, questa volta vuota, per trasportare un pacco o un bagaglio, che non si sa mai. sopra la testa un bel tettuccio, che se piove il caffè s’annacqua. e i finestrini, qualora dovesse piovere per così.

non si fermava un istante, il signor henry, concentrato sulle operazioni da svolgere, una dopo l’altra e guai a sbagliare ordine. men che meno si fermava per una pausa caffè. allora eccoti due fanaloni lì davanti e due fanalini di dietro; un parafango bello ondulato sulla destra e un altro simmetrico sulla sinistra; le ruote davanti, fissate per bene, e quelle di dietro fissate ancor meglio.

una lucidata, un ultimo ritocco e, allo scoccare del novantatreesimo minuto, eccoti mister flivver felice e soddisfatto a bordo del suo macinino nuovo fiammante. saldò il conto più volentieri del solito e se ne uscì, sempre seduto sul suo trespolo a rotelle, sperando di non andare a sbattere contro il primo lampione.

la città è più bella, se percorsa a bordo di un macinino così, e mister flivver svoltò per di qua, curvò per di là, si infilò in un viale, girò sulla piazza, lasciandosi ammirare volentieri dai passanti incuriositi e anche un po’ invidiosi. d’un tratto, lungo la via, frenò fino a fermarsi. era agevole, allora, trovare parcheggio... scese dal trono lassù, si aggiustò la cravatta, ricambiò i sorrisi della gente con un inchino, quindi entrò nel bar lì di fronte.

«un caffè!» ordinò, alzando il dito indice della mano.

di buona lena il barista sciacquò una tazzina, poi prese l’aggeggio del caffè, lo svuotò dai resti di quello prima, lo riempì con dell’altra polvere, macinata di fresco, lo fissò alla macchina con un rapido gesto del polso e, in meno di un minuto, eccoti servito un caffè di quelli che ti rallegrano la giornata.

mister flivver ringraziò, pagò il suo dollaro, annusò riempiendosi i polmoni e se ne uscì lasciando sul banco la tazzina ancora piena, come si addice ai non bevitori di rango. quindi rimontò sul macinino e sparì lungo la strada, lasciando dietro a sé un aroma come non se ne trovano più.

© andrea valente