chi c'è, c'è...

il tipo che non c'era

c’era una volta un tipo che non c’era.

era simpatico, ma strano, quel tipo che non c’era, perché quando c’era era come se non ci fosse.

al ristorante il cameriere non gli portava mai il pranzo, neanche se pagava in anticipo. dall’antipasto al caffè, non gli portava niente, e per togliersi l’appetito lui prendeva questo e quello dai piatti dei suoi vicini, facendo bene attenzione a non esser visto da nessuno. oppure andava in cucina a far compagnia al cuoco che, impegnato com’era, non si accorgeva che non c’era nessuno e chiacchierava volentieri.

«chi c’è?» diceva una vocina dal citofono, quando suonava il campanello. ma il tipo che era lì, non c’era e nessuno gli apriva mai il portone.

una domenica mattina il commissario di polizia lo mandò a chiamare per interrogarlo:

«dov’eri l’altro giorno tra le sei e le sei e quattro del mattino?»

«ero a letto – rispose sicuro – ma a letto non c’ero... comunque stavo dormendo.»

e meno male che il commissario non era troppo severo e lo rimandò a casa.

sull’autobus rischiava di venire schiacciato, perché sul seggiolino lui non c’era; a scuola era sempre assente anche quando arrivava in perfetto orario; gli amici non gli telefonavano mai, perché tanto non c’era nessuno e via così.

«chi c’è, c’è – pensava sempre, prima di fare qualcosa – e chi non c’è non c’è.»

ma siccome lui c’era, ma non c’era, alla fine non faceva mai niente.

un giorno, stufo arcistufo di questa assurda situazione, il tipo si arrabbiò.

«se non ci sono – disse con tono deciso – allora me ne vado!»

infilò in valigia quattro camicie, tre paia di calze, due mutande e un libro, e saltò sul primo aereo per chissà dove. non pagò nemmeno il biglietto, tanto lui, sull’aereo, non c’era.

il giorno dopo, sul giornale locale, a pagina sei, qualcuno scrisse un trafiletto:

il tipo che non c’era adesso non c’è più.

© andrea valente