questo racconto è tratto dal libro canzoni senza musica

era stata rubata nell’estate del 1911, la gioconda, che rimase per due anni appesa nella cucina di vincenzo peruggia, a firenze, finché il 12 dicembre del 1913 qualcuno non bussò alla porta e la monna lisa se ne tornò a parigi.

con quel sorriso un po' così

eravamo in tre: leo, franz e io. insieme si andava a spasso per la toscana, con i suoi colli un po’ in salita e un po’ in discesa e i paesi arroccati qua e là. insieme si andava in firenze la sera del venerdì o del sabato a fare un po’ di baldoria, che già allora il weekend si sapeva quando cominciava e non finiva mai. insieme si faceva bisboccia nelle taverne a gustarsi un piattone di ribollita e un bicchiere di chianti. insieme si stava volentieri anche a far nulla, sicuri che presto o tardi a uno dei tre sarebbe venuta un’idea geniale.

che poi, immancabilmente, l’idea più gagliarda veniva sempre a leo, come quella volta che ci convinse a fare un volo in elicottero, e vallo a sapere cos’era un elicottero, quando si andava sì e no in giro a cavallo. però lo assecondavamo volentieri, il vecchio leo, per lo più senza capirci alcunché.

finché un giorno arrivò lei. e quel giorno ogni cosa cambiò.

quando apparve davanti a noi, con quel suo sorriso un po’ così, qualsiasi cosa stessimo dicendo rimanemmo inebetiti in silenzio, che la bambola era lei – nessun dubbio – ma gli imbambolati noi.

si chiamava lisa, ma anche mariapinuccia o gelsomina ci sarebbe piaciuto un sacco. lisa gherardini, per la precisione; lisa gherardini di montagliari per la pignoleria, comunque lisa e basta sia per me, che per franz, che per leo.

quel sabato sera firenze ci parve più bella del solito, la ribollita più saporita e il vino più fresco. il buonumore ci pervadeva e non era necessaria un’idea irriverente del leo per rendere frizzante la serata.

va da sé che ci innamorammo di lei. tutti tre. mentre lei, di chi non so.

abituati come eravamo a condividere ogni cosa: una risata, un pensiero o una tagliata di chianina, per la prima volta ci fu difficile fare lo stesso con i suoi occhi e il suo sorriso. però nessuno osò dire alcunché, che l’amicizia è una cosa seria e non poteva essere la prima lisa di passaggio a incrinarla. già, però...

però io l’avrei voluta tutta per me. e non ho dubbi che leo l’avrebbe voluta per sé e franz pure lui, che per primo ruppe gli indugi:

«la sposerò!» esclamò una sera, sgranocchiando un cosciotto di cinghiale. che anche leo e io stavamo gustando, ma da quell’istante lo stomaco ci si annodò e non inghiottimmo più nulla, se non quell’amarissimo rospo.

avremmo potuto sfidarci a duello, ma da che mondo è mondo – anche allora – i duelli si fanno in due, lo dice la parola stessa. in tre sarebbe stato un triello, che non significa nulla e nessuno avrebbe saputo mettere in chiaro le regole del gioco. avremmo potuto tirare a sorte, ma la sorte – si sa – quando non è cieca guarda quasi sempre dall’altra parte... avremmo potuto fare mille cose, per ritornare in gara, ma alla fine non facemmo nulla.

anzi no. già che eravamo in ballo lasciammo che fosse lei a scegliere e lisa – guarda un po’ – scelse proprio franz, forse affascinata dal suo nome completo che suonava come francesco del giocondo, che né leo né io potevamo sfoggiare. e allora tanti auguri a voi.

da vero amico, però, il nostro franz ci fece partecipi della sua gioia e del sorriso della bella. a leo, con le sue infinite capacità pittoriche, fu chiesto di realizzarne un bel ritratto, formato cinquantatre per settantasette su una sottile tavolozza di legno di pioppo. un ritratto che, nel caso, poteva andar bene pure come fototessera per il passaporto, qualora si rendesse necessario recarsi all’estero, magari in francia. io, con la mia passione per la consonanza delle vocali e la vocalità delle consonanti, lo avrei raccontato. infatti sono qui che ne scrivo.

il giorno che leo finì il suo bel dipinto, qualche anno più in là, franz e lisa erano sposi da un bel pezzo e ogni emozione dei primi incontri era svanita, ma alla vista del dipinto, qualsiasi cosa stessimo facendo rimanemmo inebetiti in silenzio, imbambolati come quella volta lì.

la lisa era quasi più bella nel quadro che nella realtà, cosa che fece risvegliare gli ardori del maritino bello e insinuare in lei il dubbio di essere nel frattempo invecchiata un po’. intanto io prendevo appunti di ogni cosa e leo già pensava a chissà quale altra diavoleria che ne teneva arzillo il cervello.

andò a finire che la lisa, con quel sorriso un po’ così, divenne la donna più vista, sbirciata, guardata, ammirata e rimirata nella storia delle ammirazioni e – già che ci siamo – anche in quella delle donne, con buona pace del nostro amico franz, che la voleva tutta per sé e invece la dovette condividere non solo con leo e me, ma con l’intera umanità. e finì per annegare la sua gelosia in un piatto di ribollita e un bicchiere di chianti.

© andrea valente