questo racconto è tratto dal libro guarda che luna

puntò il suo marchingegno verso la luna, quel 2 gennaio del lontano 1839, monsieur daguerre e... click! fu sua la prima fotografia mai scattata al satellite lassù. monsieur méliès qualche anno dopo ne avrebbe fatto un film.

non gioco più

«facciamo che ero un attore famoso?!» propose uno della banda di marmocchi che, qualsiasi gioco si inventasse, voleva per sé una parte importante.

«e io un’attrice supervamp!» gli fece eco la solita smorfiosa, che non ne voleva sapere di avere un’idea tutta sua.

«io sarò il regista.» aggiunse il piccolo georges e si accomodò sulla poltrona.

il gioco del cinema era uno dei loro preferiti e, generalmente, anche chi finiva per fare la comparsa o poco più, si divertiva un sacco pure lui. che poi: mica si nasce tutti john wayne! a parte john wayne, è ovvio, che però non faceva parte della banda e il problema non si poneva.

bastavano cinque minuti e già tutti si sentivano come sul lungomare di cannes o davanti al teatro cinese di hollywood, con tanto di impronte e autografo nel cemento.

il compito di riportare tutti coi piedi per terra era del regista. di georges, quindi, che ottenuto un discreto silenzio espose a grandi linee la trama del suo immaginario copione.

«andremo sulla luna!» esclamò, deludendo chi sognava galoppate da cow boy, mostri orripilanti o sparatorie interminabili tra guardie e ladri.

nessuno, per altro, si sognò di contraddire, anzi.

«magico!»

«fantastico!» sobbalzò uno.

«scientifico.» lo corresse un altro, che però non immaginava quale parte gli sarebbe toccata.

con la sua facciona paffuta, che tonda è dir poco, lui sarebbe stato nientemeno che la luna in persona: fu fatto vestire completamente di nero, lasciando scoperto solo il volto che, impomatato e infarinato, splendeva pallido dal ramo più alto, dove se ne stava appollaiato.

sulla base terrestre, intanto, una avveniristica astronave in cartone e spago si apprestava ad accogliere i cosmonauti, interpretati – è ovvio – dall’attore famoso, l’attrice vamp e qualche altro giusto per far numero, tutti con una pentola o un colapasta rovesciato sulla zucca a mo’ di casco spaziale.

scopo del gioco era lanciare dall’astronave delle piccole navicelle di carta, in tutto simili agli aeroplanini, verso il bramato satellite. vinceva – è ovvio – chi allunava per primo.

il terreno circostante la base in breve fu cosparso di piccole astronavi spiegazzate, tutte di ritorno dal loro fallito volo verso la luna: un po’ l’emozione e un po’ la scarsa conoscenza dei trucchi dell’origami, rischiavano di far fallire il gioco, anche perché un film, prima o poi deve finire, o no?! se poi anche la luna – come del resto fa sempre anche quella vera – si muoveva lassù, l’impresa si faceva quasi impossibile.

finché non so chi, forse qualche marmocchio comparsa, azzeccò il lancio perfetto e colpì la luna in pieno nell’occhio destro.

«ahi!» si sentì strillare.

george sbottò, arrabbiato più che mai:

«basta! fine del gioco! che scena è un’astronave nell’occhio?! è un’immagine assurda! non passerà mai alla storia!!»

ma dai, georges, non era così male! hanno anche riso tutti...

«non gioco più! io mi licenzio! – continuò – al gioco del cinema non farò mai più il regista!»

esagerato...

«e nemmeno da grande! – concluse, deciso – piuttosto faccio il mago o mi piglio un negozio di giocattoli!»

titoli di coda, che ormai era ora di cena, e ognuno a casa propria. anche l’attore-luna, che di lassù tramontò in un attimo, per correre a seguire il profumo della bistecca.

© andrea valente