questo racconto è tratto dal libro la famiglia cinemà

nonostante il freddo dell’inverno tedesco – o forse proprio per quello – la sera del 10 gennaio del 1927 fu proiettato a berlino, per la prima volta, il film metropolis e la fantascienza si mise a ballare.

voleva fare la ballerina

«penso che fra cent’anni il mondo sarà molto diverso.» bofonchiò lui, cercando di portare il discorso il più lontano possibile, cent’anni, cento chilometri o cento qualsiasi cosa più in là.

«fra cent’anni – borbottò – forse mi sarà tornato un po’ di colore sulle guance, perché tutto questo bianco e nero mi impallidisce un po’.»

«intanto lei è partita per la grande città. – sussurrò, con un velo di malinconia tra vocali e consonanti – dice che vuole fare la ballerina e certo non poteva mettersi a danzare sorseggiando il the di mammà, oppure sulla spiaggia, con tutta la sabbia che le si infila nelle scarpette rosa.»

si chiamava brigida, la lei che era partita davvero per andarsene in città e danzare sul palcoscenico del mondo, mentre lui sarebbe rimasto sul divano, o in platea, e a quel pensiero impallidì ancor di più, lasciandosi assalire dalla preoccupazione per lei, sola e indifesa tra i mostri, i tassisti e i venditori di hot dog della metropoli, con i palazzi alti fino al cielo e le strade buie anche di giorno.

la città, la grande città, l’enorme città: una metropoli che erano quasi due, al punto che veniva spontaneo appiccicarle una esse alla fine, che in inglese faceva molto plurale e grandioso. come dire berlinos, madrids, londras, new yorks, sydneys o los angeles, che tra tutte era l’unica che la esse ce l’aveva di natura e infatti è talmente grande da contenere quasi tutti i film.

lui chiuse forte gli occhi, per meglio immaginare la bella brigida nella metropolis troppo illuminata e troppo buia, dove anche il silenzio è troppo rumoroso, dove chi è ricco è troppo ricco e chi è povero è troppo povero, dove se si è in tanti si è in troppi e se si è in pochi non si è nessuno, dove tutto è troppo e il troppo non è ancora abbastanza. e a brigida, quale troppo sarebbe toccato?

di nuovo, se possibile, impallidì ancor di più.

brigida, invece, appena giunta in città aveva incontrato un simpatico amico fritz, che in realtà si chiamava guglielmo o bonifacio o non so con quale altro nome, ma amico fritz le pareva più frizzante e ballerino e fu così che lo ribattezzò.

con lui si era messa a esplorare la città, che non è molto una cosa da ballerina, ma alla fine non è che uno possa sempre fare ciò che pensa di volere, non credi? io, per esempio, avrei voluto fare l’astronauta e adesso sono qui che scrivo un racconto. certo, anche gli astronauti possono scrivere e molti lo fanno, ma non è il mio caso. io scrivo senza volare, se non con la fantasia.

però posso raccontare del monocolo dentro l’orbita oculare di questo amico fritz, e non credo che qualche astronauta abbia mai narrato una cosa simile prima di me. già, perché quel monocolo era un occhiale a metà, con una lente sola, intendo, per un occhio solo, destro o sinistro poco importa.

a pensarci bene, forse sono gli occhiali a essere dei monocoli doppi, chi può dirlo?

l’occhio dietro al monocolo vedeva le cose perfettamente a fuoco, di lontano o da vicino. con due occhi l’amico fritz non avrebbe visto meglio né, tanto meno, avrebbe visto il doppio. e brigida si lasciava condurre, guardando anche lei attraverso l’occhio e il monocolo del compagno di viaggio. le bastava mettersi comoda, facendo finta di essere chissà chi, accovacciata sul divano.

i due finirono per infilarsi in un cinema, non dopo aver gustato un würstel con crauti niente male davvero. il film era ambientato in una grande città più grande ancora della grande città in cui si trovavano. quasi una città con due esse, che una a volte non basta: berlinoss, madridss, londrass...? lì sì che il troppo era più che troppo, ma così realistico che non sembrava nemmeno un film di fantasia. i piccoli erano minuscoli e i grandi giganteschi, gli operai erano stravolti dalla fatica e i ricchi grassi ed esagerati in tutto. questa incredibile metropoliss con due esse o quasi tre fece svanire in un attimo il sapore sibilante del würstel e brigida trascorse tutto il tempo senza guardare lo schermo, perché un mondo così non le piaceva affatto e mai ci avrebbe voluto vivere. altro che danzare soave e leggera, ogni cosa le sembrava cupa e pesante.

che nostalgia, il the di mammà, il mare e i racconti seduti sul sofà.

«auf wiedersehen, grande città – esclamò d’un tratto – la ballerina la farò un’altra volta, magari ticchettando con le dita sul tavolo della cucina.» e se ne tornò.

© andrea valente