erano trascorsi quasi trent’anni dagli ultimi colpi di cannone, quando al soldato giapponese fu detto che la guerra era finita da un po’. era il 24 gennaio 1972 e la sentinella shoichi yokoi poté finalmente lasciare la sua trincea.

altolà chivalà

le giornate del soldato yokoi trascorrevano quasi tutte allo stesso modo: giù dalle brande, imbraccia il fucile, monta di guardia, altolà chivalà, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu. e alla sera il meritato riposo, al riparo delle trincee, che l’indomani c’era da alzarsi presto.

ogni tanto sentiva il cupo ronzare dei bombardieri lassù in cielo, ma la sua isoletta era un piccolo bersaglio e ci voleva una mira un po’ più che precisa per centrarla, pur tuttavia il ligio soldato sempre vigile lanciava in questi casi l’allarme, al lupo al lupo! si salvi chi può e chi non può lo salvo io.

bravo soldato yokoi, tanto bravo che, con il passare degli anni, al gran comando generale sorse il problema di dare la storica notizia della fine delle ostilità.

«qualcuno mandi a dire al soldatino yokoi...» borbottò l’ammiraglio superpiù, che però si dimenticò di finire la frase.

«se posso, preferirei non andare – sussurrò un tale sergente – che quello, altolà chivalà, magari mi scambia per il nemico e mi sparacchia nei polpacci.»

«io ho da raccogliere i fiori di loto per il risotto della zia!» esclamò un tenente di marina.

«se gli mandiamo una cartolina il francobollo lo offro io.» propose un caporal maggiore.

«perché non un piccione viaggiatore?» aggiunse il marconista, che di telecomunicazioni era quello che se ne intendeva più di tutti.

fatto sta che, vai tu che vado io, andò a finire che nessuno di loro ci andò, dal soldato yokoi e ben presto ci si dimenticò di lui che, imperterrito, non si dimenticò invece mai del suo ordine di servizio: giù dalle brande, monta di guardia, altolà chivalà, fai una giravolta, falla un’altra volta, e via così fino a sera. e l’isola di guam è talmente in oriente che la sveglia per lui suonava varie ore prima della nostra, poveretto, e lui mai che la fracassasse con una martellata.

passarono i mesi, passarono gli anni, nel cielo al posto dei minacciosi bombardieri cominciarono a svolazzare aironi rossi e cinerini, passeri e capinere, rondini a primavera e pure qualche bel gabbiano che, volando più basso e avendo una mira a dir poco eccellente, a volte lo colpiva in pieno sulla zucca prima ancora che lui potesse dire ohibò.

certo, su un’isola deserta mi sarei lasciato dimenticare anch’io, magari sulla spiaggia sgranocchiando uno spiedino di spigola e palamita, ma mica faccio la sentinella, io, e se per far questo mi devo prima arruolare, nessun dubbio che me ne resto a casa, soprattutto se fuori piove.

quando, però, un tal nonsochì arrivò a pochi passi dalla trincea, sorseggiando un saké, il soldato yokoi non si fece pregare. puntò il suo fucile proprio verso la cannuccia e: altolà chivalà e tutto il resto recitato a memoria. quel giorno il saké lo trangugiò lui, in un sorso, dimenticando il vecchio ordine di servizio e il suo ruolo di sentinella. quel saké era un segno del destino e il messaggio nella bottiglia non poteva che essere la fine della guerra. non di tutte le guerre, purtroppo, ma era già qualcosa.

il tal nonsochì ci impiegò un po’ a farsi pagare la paura, ma appena tornato in albergo si affrettò ad appuntare sul suo diario di viaggio la bella notizia di aver trovato un nuovo amico.

© andrea valente