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questo racconto è tratto dal libro così per sport

si andava ancora a spasso sulla luna, nel 1971, e nel febbraio di quell’anno il comandante alan shepard ci andò – pare – così per sport

gioco anch'io!

pare che da bambino il piccolo alan sognasse, da grande, di fare il campione di pallacanestro, ma chissà se, da grande, sarebbe mai diventato grande abbastanza per il canestro lassù... allora cominciò a sognare di fare il campione del football, ma in quel caso oltre che grande, avrebbe dovuto essere anche grosso e non pareva essere quello il suo destino. gracilino e leggero, il giovane alan da ragazzo pensò di diventare campione di atletica: con tutte le specialità di salto e di corsa avrebbe senz’altro trovato quella più adatta a lui, vincendo ogni gara contro chiunque. invece no: nella corsa e nel salto c’era sempre qualcuno più bravo di lui. ci provò con il tiro con l’arco e con il tiro al piattello, con i tuffi dal trampolino e con il nuoto in piscina, con lo sci d’acqua e lo sci sulla neve e ogni volta finiva mogio mogio, lontano dai primi, a pensare a quale sarebbe stato il prossimo sport in cui sognare di diventare il più forte di tutti.

«prova con le parole crociate!» lo sbeffeggiavano i compagni più antipatici.

«prova con l’arte e la letteratura.» gli suggerì la professoressa del liceo.

«prova con il gioco del golf.» propose qualcuno e alan ci pensò per davvero, a cimentarsi con le mazze e la pallina. tutto sommato si trattava di farla finire in buca, la pallina, senza corse né salti, senza azioni in contropiede o tattiche difensive. il golf poteva essere un’ottima idea.

«potresti diventare astronauta!» borbottò qualcun altro, distogliendo il pensiero di alan dai campi verdi e dalle diciotto buche. effettivamente anche andarsene nello spazio aperto era un’idea interessante, con tutto lo spazio che c’era... forse persino più facile che diventare superstar, di quale sport non lo so.

fu così che alan, ormai grandicello, imparò a pilotare gli aerei e venne scelto per quella che fu la prima squadra di astronauti d’america, nientemeno. certo, non si trattava di campioni acclamati come nel baseball, ma non era il caso di lamentarsi. di primo mattino si presentò al comandante e la sua carriera prese – letteralmente – il volo.

nella primavera del 1961, con i boston celtics che se la vedevano sotto canestro con i saint louis hawks per il titolo di campioni del basket, alan shepard fu il primo americano nello spazio, per un volo ancora niente di che, su su su e poi giù giù giù, senza nemmeno compiere un giro completo della terra, ma intanto lui sì e tutti gli altri no.

«io avrei provato con il gioco del golf...» bofonchiò lo stesso tipo di qualche anno prima, che era rimasto fermo nella sua idea e nessuno pareva in grado di fargliela cambiare. e l’astronauta alan, pur avendo ormai trovato la propria strada, nella via lattea e anche più in là, di nuovo pensò che non era affatto male, come soluzione. di sicuro ci avrebbe pensato e di sicuro, essendo ormai famoso quanto un campione del basket o del baseball, gli avrebbero consentito di provare due tiri sui campi più esclusivi della nazione.

«ascolta me – si intromise di nuovo lo stesso qualcun altro – e continua a volare libero tra le stelle nell’universo. alle palle, ai palloni e alle palline c’è già troppa gente che ci corre appresso.» e di nuovo alan non seppe dargli torto. lasciò tutte le sue cose nell’armadietto di houston e si mise, paziente, in attesa del prossimo lancio.

nell’autunno del 1963, mentre quaggiù i new york yankees battevano in finale i cincinnati reds e si laureavano campioni, alan era pronto per trascorrere tre giorni in orbita, ma questa volta la missione venne cancellata e alan si consolò guardando la finale del baseball in tivù.

nei primi mesi del 1971, pochi giorni dopo la vittoria dei baltimore colts sui dallas cowboys nell’ambitissimo superbowl di football, alan partì, comandante della missione apollo 14, che lo avrebbe portato nientemeno che sulla luna, come solo quattro uomini avevano fatto prima di lui e altri sei ci sarebbero riusciti dopo. tutti gli altri quaggiù. il giorno sei di febbraio, poco prima del rientro sul pianeta terra, alan shepard si ricordò del consiglio di quel tipo: posizionò sul terreno lunare una pallina, che si era portato da casa, poi afferrò con i guantoni bianchi un’asta di metallo; prese bene la mira, verso dove non so, e si esibì in un colpo da golfista vero, guardando la pallina volare in quel mondo leggero, fino a dove non so.

non ci fu alcuna medaglia d’oro, per alan, né coppa o trofeo. probabilmente giù a houston qualcuno storse pure il naso, che pare poco serio mettersi a far bambinate sulla luna... non ci fu l’inno della banda alla premiazione, né l’alzabandiera. non ci fu nemmeno la premiazione, ma quella partita a golf il piccolo, gracile, grandissimo alan la vinse davvero, contro l’universo intero.