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questo racconto è tratto dal libro un'idea tira l'altra

pare fosse il 7 di marzo del 1903 quando la signorina elizabeth per la prima volta giocò al landlord’s game, che oggi tutti conoscono come monopoly, con la Y, gli imprevisti e le probabilità

il gioco dell'albicocco

«con un po’ di soldi – pensava lizzie – potrei comprare due chili di albicocche o un mucchio di mattoni.»

«i mattoni non sono troppo gustosi, – continuava a pensare – ma due chili di albicocche, appena mangiati non ci sono più e i soldi nemmeno. al massimo posso piantare qualche nocciolo e sperare che prima o poi spunti una pianta di albicocco, ma vallo a dire al padrone del terreno, che quel nocciolo era tuo, quindi anche l’albero. di sicuro lui risponderà che il terreno è il suo, quindi anche l’albero.»

«allora con quei soldi forse è meglio acquistare un piccolo terreno – pensava, pensava e ripensava – da qua a là, non troppo lontano dal centro e con la fermata del tram a due passi. con il prossimo guadagno si può cominciare a costruire una casetta, mattone su mattone, con la porta e le finestre, il camino sul tetto e tutte quelle cose lì.»

«prima o poi – quando lizzie cominciava a pensare era impossibile interromperla – in giardino ci avrebbe piantato un albicocco, o forse un passante avrebbe distrattamente gettato il nocciolo e quell’albero sarebbe stato comunque suo.»

fu così che, pensiero dopo pensiero, albicocca dopo albicocca, lizzie cominciò a costruire un piccolo quartiere di una città immaginaria. per aiutarsi prese un grosso foglio di carta, lo squadrò per bene e su ognuno dei quattro lati disegnò dieci quadrati, come se fossero piccoli appezzamenti di terreno. uno lo dedicò alla stazione dei treni, un altro ai giardini comunali; uno all’acquedotto, un altro alla banca; uno a questo, un altro a quello e tutti gli altri in vendita per chi volesse costruire la sua casetta, o un negozio, o un albergo, o anche semplicemente piantarci un albero di albicocche.

ci giocava volentieri, lizzie, con la sua città squadrata e immaginaria, e nel tempo aveva costruito una vera e propria piccola comunità, con gli imprevisti della vita, le opportunità, le tasse da pagare e quelle cose lì.

una sera, dopo aver cenato con gli amici, propose ai compagni una partita con quel nuovo gioco: sparecchiò velocemente la tavola gettando le stoviglie nel lavandino, quindi posizionò il suo grosso foglio quadrato esattamente nel centro, poi diede due mele, tre pere, una banana, otto acini d’uva a ognuno, assegnando ai diversi frutti un valore, come se fossero banconote.

e l’albicocca? no, di albicocca ce n’era una sola e se la mangiò. però tenne il nocciolo, che non si sa mai.

il gioco era semplice: a ogni lato del quadrato c’era un cittadino, che poteva comprare il pezzo di terreno che preferiva, e poi rivenderlo per comprarne un altro, o costruirci quel che voleva, o così o cosà. e l’idea piacque al punto che i quattro non presero nemmeno il caffè e giocarono fino a notte inoltrata ad acquistare e vendere case e terreni come se fossero panini con la marmellata.

marmellata di albicocche, ovviamente.

di più: da quella sera i quattro amici imprenditori si incontrarono ogni sera per tutta la settimana, ricominciando ogni volta da capo, distribuendo ogni volta la frutta e cercando ogni volta di diventare padroni di tutto, compresa la panchina nel parco con il nonno sopra. e la prima a farcela fu proprio lei, elizabeth, che si era comprata ogni cosa: chi voleva passare per una via doveva chiedere a lei, chi voleva prendere il treno doveva chiedere a lei e chi voleva fermarsi al bar per un bicchiere di limonata pure.

«ma questo è un monopolio!» protestarono gli altri tre, un po’ delusi dal fatto di aver perso fino all’ultimo acino d’uva; un po’ invidiosi di non essere stati loro ad accaparrarsi ogni cosa; decisamente ansiosi che arrivasse la sera dell’indomani, per ricominciare da capo.

«un monopolio, sì, un monopolio! – esclamò lizzie, molto soddisfatta – perché qui è tutto mio. e se volete fermarvi per la notte è mio anche l’albergo! ma se invece preferite tornare a casa sono miei anche i tassì e le linee del tram. e se volete tornare a piedi sono miei anche i marciapiedi e i tombini lungo la via!»

quando gli amici salutarono e se ne andarono, dandosi appuntamento per la sera seguente, lizzie ripose il suo gioco in una scatola e ripose la scatola nell’armadio, tra i piatti della sala da pranzo. poi uscì sull’erba del giardino, calpestandola con i piedi scalzi per cercare un posto dove il suolo non fosse troppo duro. lì scavò con due dita nella terra, quindi estrasse da una tasca il nocciolo dell’albicocca della loro prima partita e lo piantò. sarebbe stato per sempre il suo albiccocco, quell’albicocco, anche se qualcuno un giorno avesse acquistato la casa e il terreno.