questo racconto è tratto dal libro gli streghi

quel che accade lassù, in cima al monte olimpo, è sempre un po’ avvolto nel mistero, forse per la nebbiolina, che al mattino non manca mai; forse per l’umore ballerino degli dei; forse per dare spunto a qualche storia da raccontare; forse per qualche altro motivo, che non so...

lassù sull'olimpo

«sono zeus!» urlò, sbraitò, strepitò zeus verso le due del pomeriggio, lanciando fulmini e saette nel cielo a pecorelle, rombi di tuono e coriandoli di carta.

«sono zeus!» ripeté, con vigore ancor maggiore, casomai qualcuno non avesse udito bene.

infatti probabilmente nessuno sentì, perché nessuno interruppe qualsiasi cosa stesse facendo, per prestare attenzione al dio degli dei; nessuno alzò lo sguardo verso la cima dell’olimpo; nessuno fece alcunché, a parte uno che corse in casa a prendere l’ombrello, convinto com’era che di lì a poco sarebbe scoppiato un temporale.

proprio perché non c’era nessuno intorno a lui, nessuno poté mai raccontare che faccia fece, il povero zeus, quando fu chiaro che nessuno – ma proprio nessuno – lo stava ad ascoltare.

zeus chiuse la finestra e si sedette sul divano a pensare a questo, a quello, a quell’altro e chissà a quante cose ancora. e quando lui ci si mette d’impegno, a pensare, può succedere ben più di un temporale e l’ombrello non sarebbe servito a nulla.

forse era stato un po’ troppo irruente, vista l’ora molto più propizia per una pennichella... forse avrebbe potuto preparare il caffè per tutti, oppure offrire un bicchiere di succo di mirtillo, che il monte olimpo era pieno di mirtilli, in quella stagione... forse se avesse sussurrato sarebbe stato ascoltato di più, che spesso non è il volume della voce a fare la differenza... forse avrebbe fatto meglio a lavarsi i denti, che dopo pranzo il suo alito non era dei più respirabili... forse...

al ventiquattresimo forse, verso le tre e un quarto del pomeriggio, zeus smise di pensare a questo, a quello e pure a quell’altro, si stiracchiò un po’, scrocchiò le falangi, le falangine e le falangette, quindi di nuovo si affacciò alla finestra.

«sono zeus!» cantò, che pareva un tenore del teatro dell’opera.

«sono zeus!» continuò a cantare, con un do di petto che fece tremare tutti i bicchieri nella credenza. poi si fermò ad aspettare l’ovazione del pubblico, la richiesta di un bis, un applauso sincero... o anche solo una pacca sulla spalla, un incoraggiamento, ma niente...

di nuovo nessuno – ma proprio nessuno – fece alcunché. non un agricoltore infaticabile, né una tessitrice paziente; non un discobolo muscoloso, né un agile lanciatore di giavellotto; non un filosofo pensieroso né un fine stratega. le note del suo canto si persero nel vento, là fuori pareva che non fosse successo nulla, quindi a zeus non restò che lasciarsi cadere come prima sul divano, sconfortato, deluso, avvilito, amareggiato, prostrato, desolato, scoraggiato e demoralizzato, che se qualcuno lo avesse visto in quelle condizioni, mosso da compassione forse gli avrebbe offerto un bicchiere di succo di mirtillo per tirargli un po’ su il morale. il monte olimpo era pieno di mirtilli, in quella stagione. invece nessuno lo vide, per fortuna, e nessuno poté quindi dirlo in giro.

forse il suo ritornello avrebbe dovuto essere accompagnato da un’orchestra sinfonica, con i violini, le viole, i violoncelli e il direttore sul palco... forse poteva essere introdotto da squilli di tromba e da rulli di tamburo... forse se avesse mangiato una caramella alla menta piperita le sue note sarebbero state più frizzanti... forse...

al trentaduesimo forse erano ormai le quattro e tre quarti del pomeriggio e d’un tratto zeus accantonò i suoi mille pensieri, si rizzò in piedi con un salto carpiato con doppio avvitamento, che pareva un atleta delle olimpiadi, quindi chiamò a sé tutti gli dei dell’olimpo con un semplice schioccare delle dita, anche perché se lo avesse fatto a voce, strillando o cantando, probabilmente nessuno sarebbe mai arrivato.

invece eccoli lì, un po’ in ordine d’altezza, un po’ messi per bellezza, un po’ in ordine di lunghezza del naso e tutti gli altri in ordine sparso. bastò un cenno con un rapido movimento della mano per ottenere silenzio e attenzione.

«c’è uno strego tra noi...» disse con voce seria e con tono drammatico, senza tanti preamboli, né giri di parole.

quella piccola frase fece più effetto di un fulmine e di un tuono, tanto che nessuno osò fiatare, né respirare, né muovere il dito mignolo del piede sinistro.

«c’è uno strego tra noi...» ripeté zeus. e lo sapeva benissimo che tutti avevano capito, ma proprio per questo ripetere gli parve opportuno, quasi a rendere ogni cosa ancora più seria e, già che c’era, pure più drammatica.

«spero tu non pensi sia io... – borbottò per prima afrodite, bella, bellissima – perché uno strego è maschio, maschietto, maschione, e io sono femmina, femminuccia, femminissima!»

«femmina anch’io!» esclamò saggiamente atena, tirando un sospiro di sollievo. e dopo di lei artemide, demetra ed era.

«beh, io non son femmina, ma nemmeno strego!» sussultò poseidone, sgranocchiando un’aringa, con un tonno infilzato nel tridente.

«pur’io son maschietto, ma strego certo che no!» aggiunse apollo con voce intonata e dopo di lui hermes, dioniso, ares, efesto e se il mio amico giangiuseppe fosse stato tra loro avrebbe detto lo stesso anche lui.

zeus ascoltò le scuse di ognuno, facendo sì con la testa con ciascuno e andò a finire che nessuno restò e dello strego più nulla si seppe, nessuno lo vide, nessuno ne volle più parlare, ma anche nessuno riuscì a dimenticarlo.

«certo che zeus ha detto che tra noi c’era uno strego... – pensò un giorno atena, verso le due del pomeriggio –e zeus non ci prendeva certo in giro... e se nessuno di noi è lo strego...»

«vuoi vedere che...» bisbigliò a hermes.

«vuoi vedere che...» hermes borbottò a dioniso.

«vuoi vedere che...» dioniso suggerì ad artemide.

«vuoi vedere che...» artemide sbottò a demetra.

«vuoi vedere che...» demetra esclamò ad apollo.

«vuoi vedere che...» strillarono in coro tutti gli dei dell’olimpo e se il mio amico giangiuseppe fosse stato tra loro avrebbe strillato anche lui.

«vuoi vedere che lo strego alla fine era lui?!»

nel cielo sereno si accese un fulmine improvviso, seguito da un rombo di tuono. nessuno più disse nulla, gli sguardi di ognuno si abbassarono e da allora di questo argomento mai più si parlò.

© andrea valente