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questo racconto è tratto dal libro sotto il banco

ridere fa sempre bene; sorridere ancora di più.

i denti in galera

chiudendo la porta dietro si sé, i sentimenti di laura si aggrovigliavano nel suo stomaco lasciandola in uno stato di agitazione: un misto di rabbia e disperazione.

pietro ora era al di là della porta chiusa. non gli aveva risposto quando l’aveva salutata, abbozzando un sorriso, sebbene avesse notato chiaramente che anche lui era piuttosto dispiaciuto. ma questa non gliela poteva perdonare. non per un po’, almeno.

tornò verso casa a piedi allungando di proposito il tragitto, in modo da ritardare l’incontro con i suoi genitori, che in quel momento non aveva proprio voglia di vedere, ma questo allungò anche il tempo per pensare. e laura, di pensare, non ne aveva davvero voglia. ma non ne poteva fare a meno.

odiava pietro con tutta se stessa. quello stesso pietro che anni prima, togliendole il primo traballante dente da latte senza che lei quasi se ne accorgesse, si era conquistato di diritto quella che era qualcosa di più di una simpatia, e che solo i sorrisi sdentati di una bambina di cinque anni sanno esprimere.

ripensava a come fosse sempre andata volentieri nel suo ambulatorio sterilizzatissimo, cosa per la quale veniva considerata folle dai suoi fifosissimi amici. ma pietro era pietro, mica un dentista qualsiasi, e l’accoglieva ogni volta in un modo assurdamente simpatico: prima con la mano infilata in una marionetta, poi con una barbie che le lasciava rigorosamente in prestito. un anno, siccome la avrebbe visitata il giorno del suo compleanno, che lei avrebbe volentieri festeggiato in altro modo, la aspettò con una rosa bianca, perché la torta, si sa, nuoce alla salute dentale.

però l’apparecchio, che da quel giorno avrebbe attanagliato il suo sorriso, chiudendolo per qualche anno in galera, era una sorta di dichiarazione di guerra e finché non glielo avesse tolto pietro sarebbe stato per lei un nemico.

pensando ciò laura arrivò a casa, perché anche i percorsi allungati, prima o poi, arrivano alla meta. come temeva i suoi la accolsero con un atteggiamento melenso che avrebbe messo i brividi a chiunque, figurarsi a una ragazza nel suo stato d’animo. il fatto che non li avesse voluti con sé in ambulatorio, nemmeno in sala d’aspetto, evidentemente non era stato sufficiente per far loro capire che assolutamente non voleva essere compatita.

è vero, per una volta avevano deciso di non litigare, ma anche se lo avessero fatto, quel giorno laura probabilmente non se ne sarebbe accorta.

ovviamente non mangiò nulla, ma passò qualche mezz’ora con la lingua tutta intenta ad indagare quell’intruso metallico che il maledettissimo pietro le aveva ficcato in bocca.

ad un certo punto prese un foglio di carta e una penna e scrisse, perché di parlare, e quindi di aprir bocca, non ne voleva sapere: vado dal nonno.

il nonno era da sempre il rifugio preferito di laura. ogni volta gli diceva che era un nonno perfetto e che sembrava uscito da una favola. insieme erano la coppia ideale: lei affascinata dal suo passato e lui entusiasta per il suo futuro. i genitori, invece, erano sempre troppo impegnati a preoccuparsi per il presente proprio e di chiunque altro, e per certe cose non andavano per niente bene.

il nonno, invece, sebbene si chiamasse pietro anche lui, anche in questo caso era un approdo sicuro. infatti, pur sapendo della novità della sua nipotina, la accolse come ogni altra volta, sguinzagliandole addosso le feste del cane pippo.

laura ebbe il suo bel daffare sia nel togliersi pippo di dosso, sia nell’evitare di dischiudere le labbra, sorridendo. poi abbracciò il nonno e infilò la propria testa al di là della sua spalla dove, non vista, aprì per un attimo la bocca e rifiatò.

anche il nonno tacque a lungo per evitare di costringerla a una risposta e i due si sedettero, come al solito, al tavolo della cucina, di fianco al camino. si scambiarono i soliti sguardi e sorrisini complici e da subito laura non poté non notare che il nonno nascondeva qualcosa nella mano che teneva dietro la schiena. chissà cos’era, ma non indagò, tanto prima o poi la sorpresa sarebbe arrivata, e non c’era fretta.

il nonno teneva le labbra chiuse e sembrava quasi che volesse scimmiottare la nipote per sdrammatizzare, prendendola un po’ in giro, ma poi, guardando bene, il suo sorriso sembrava un po’ innaturale, o quanto meno insolito.

all’improvviso nonno pietro portò davanti la mano che teneva nascosta e sfoderò tra le dita il sorriso, o meglio il ghigno di quella che era chiaramente una dentiera. contemporaneamente cominciò a cantare, aprendo e chiudendo ritmicamente la dentiera nella mano, ed aprendo anche la propria bocca, incredibilmente priva di denti, se non per qualche molare laggiù in fondo!

laura, sbalordita, rimase a bocca aperta, dimenticandosi del tutto del nuovo aspetto dei propri denti, poi scoppiò in una sonora risata, che la liberò di parte della tensione e della rabbia che provava nei confronti del mondo. abbracciò il nonno dandogli affettuosamente dello scemo e lui, riassestate le arcate dentali, le stampò un bel bacio sullo zigomo.

la sera, prima di tornarsene a casa, questa volta senza allungare di un metro, perché non vedeva l’ora di intrufolarsi tra le lenzuola, laura salutò il suo supernonno e a pippo fece una boccaccia mostrandogli bene quella orrenda ferrovia che le attraversava gli incisivi, ma il cane non ci fece troppo caso e le rispose con la solita leccata sul naso.

in fondo qualche anno sarebbe passato in fretta.