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sarà stato il caldo dell’estate o il desiderio di avventura, fatto sta che il 17 di luglio del 1897 qualcuno salutò tutti e se ne andò nel klondike, e la corsa all’oro cominciò

sogni d'oro

«amore mio, me lo regali un diamante grosso così?!» esclamò, esultante, la bella fidanzata del giovane jack, battendo le sopracciglia e sfoderando uno sguardo cui in pochi avrebbero saputo resistere.

lui sorrise, le offrì un bicchiere di limonata sufficientemente fresca per contrastare il caldo dell’estate, con una fogliolina di menta piperita a rendere la situazione frizzante al punto giusto.

«titilla la papilla!» le disse, porgendole il bicchiere.

«sfrizzola il velopendulo!» continuò, lasciandolo tra i polpastrelli della bella.

«galvanizza l’ugola!» concluse, ammirandola bere.

era un mago delle parole, il giovane jack, ancorché a volte paresse uscito da una pubblicità, ma con cotanta fidanzata la sintassi andava arzigogolata più che mai e il successo sarebbe stato garantito. infatti, al terzo sorso, con un grosso pezzo di ghiaccio a sciogliersi tra le gengive, eccola esibirsi in un sospiro rigenerante, che quasi l’aria pareva rinfrescarsi davvero. ne seguì una serata niente male e la nottata non so.

«amore, amore mio, me lo regali uno zaffiro grosso così?!» esclamò la sera seguente la bella, sempre fidanzata del giovane jack, questa volta attorcigliando il dito indice tra i riccioli biondi, che un bigodino era nulla, al confronto.

lui le sorrise. le parole della sera precedente le avevano fatto dimenticare il desiderio di un diamante e la situazione economica, sempre traballante, aveva evitato il tracollo. non sarebbe stato uno zaffiro, ora, a rovinare ogni cosa. prese la bella per la mano, la invitò ad alzarsi e la condusse poco distante da lì, sotto la luna più piena che mai. poi si chinò e, tra i suoi piedi raccolse un quadrifoglio, che a cercarlo non lo avrebbe trovato.

«pitupitum pà!» le disse, porgendoglielo.

ne seguì un’altra serata di quelle lì e la nottata non so.

la terza sera la bella era più bella che mai.

«amore, amore, amore mio, me la regali una pepita d’oro grossa così?!» esclamò, sfoderando un sorriso da qua a là, che avrebbe messo il buonumore a chiunque.

il giovane jack non si scompose. aveva abilmente schivato il pericolo del diamante, evitato quello dello zaffiro, non sarebbe stata certo una pepita d’oro a rovinargli la giornata. d’acchito pensò che laggiù nel montana, tra mandrie e cowboy, c’è sempre qualcuno di troppo tra noi. e la frase non era affatto male, come metrica e come rima, tanto che la appuntò a matita sul suo taccuino. poi offrì alla bella un whiskey e gin e se ne uscì.

alla stazione dei treni chiese un biglietto per il posto più lontano da lì, l’amazzonia o il madagascar, e acquistò quello di sola andata per il lontano yukon, nella gelida alaska, che con il caldo di quell’estate sarebbe stato meglio di una limonata con la sua fogliolina di menta. alla bella e ai suoi desideri avrebbe provveduto qualcun altro.

quando il giovane jack arrivò sulle rive del fiume klondike, si sedette con i piedi nell’acqua, tirò un sospiro di sollievo e si rilassò. finalmente libero!

già, non fosse per quel bagliore che scintillava tra sassi e ciottoli, poco distante dal suo allucione. incuriosito, raccolse quella pietra, la asciugò, la lucidò, la osservò, la rimirò e quasi svenne. aveva appena trovato una pepita d’oro grossa così e un lacrimone gli segnò inesorabilmente la guancia.

troppo tardi, caro jack, la bella era andata oramai. la serata non sarebbe stata una di quelle lì e la nottata non so, anche perché non chiuse occhio fino all’alba quando, un po’ più ricco e un po’ più triste, pensò che forse un giorno ne avrebbe scritto un libro.