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questo racconto è tratto dal libro così per sport

ogni quattro anni (a volte cinque...) sventola lassù la bandiera olimpica.

sette cerchi eran troppi

monsieur pierre prese la parola, non senza una certa emozione, che lo aveva tenuto sveglio per tutta la notte, ma certo non poteva addormentarsi adesso, con tutti i colleghi ad ascoltarlo...

aveva riportato alla vita il mito di olimpia, monsieur barone de coubertin, donando allo sport e agli sport una dignità che si era ormai dimenticata e agli atleti una gloria su cui cullarsi per gli anni a venire. e con i suoi baffoni aristocratici anche lui, di gloria e di notorietà, se ne era ritagliata una bella fetta. per questo, quando prese la parola, nessuno osò fiatare e ognuno si apprestò ad ascoltare con attenzione.

«i sette nani sono sette...» esclamò, senza tanti preamboli, e un primo, fragoroso applauso lo interruppe.

sarà stato per la citazione colta e letteraria, sarà stato per i ricordi di bambino, o anche forse perché pareva bello applaudire dopo così poche parole, fatto sta che pierre fu costretto a tacere per venti secondi, in attesa del ritorno del silenzio.

«i giorni della settimana sono sette...» altro applauso.

«i colori dell’arcobaleno sono sette!» continuò lui, imperterrito.

«le note musicali!» intervenne non so chi che, pur non capendoci nulla, pensava di averci capito qualcosa.

«sono sette anche le note musicali!»

«i re di roma erano sette... – continuò non so chi, mentre pierre faceva finta di non sentire – i pirati vanno per i sette mari, ci sono le sette meraviglie del mondo, i sette peccati capitali...»

«sono sette le stelle dell’orsa maggiore – quel non so chi non lo fermava più nessuno – e pure le pleiadi...»

«però...»

ecco, c’è sempre un però nei discorsi importanti.

uno s’impegna, s’infervora, acchiappa la tua attenzione, ti porta con lui tra i suoi pensieri e poi...

e poi però. brutta cosa, il però. propongo di cancellare la parola dal dizionario, o almeno di vietarla nei momenti importanti.

«però i continenti sono solamente cinque» borbottò.

«africa, america, asia, europa e oceania, in rigoroso ordine alfabetico.»

«quanto all’antartide e ai pinguini – si scusò – facciamo finta che non ci siano.»

era bravo in geografia, monsieur pierre. a qualcuno venne voglia di chiedergli la capitale dell’egitto o la lunghezza del rio delle amazzoni; con quali stati confina la francia o il numero di abitanti di sydney e di shanghai.

«i continenti sono cinque – riprese lui – ed è meglio così, perché sette sarebbero troppi, con buona pace di biancaneve, degli antichi romani e dei calendari.»

di nuovo ci fu un fragoroso applauso, ma se il primo era una sorta di benvenuto, questa volta pareva più un invito a spiegarsi meglio, che quel discorso così importante non sembrava portare da nessuna parte. o dappertutto, un continente alla volta, ma nessuno aveva ancora preparato la valigia.

«bisogna ricordarseli tutti – esclamò monsieur pierre – i cinque continenti, quando organizziamo i giochi olimpici, una volta ogni quattro anni, che anche loro, se fossero sette sarebbero troppi.»

prese un pennello grosso così, lo intinse nel colore blu cobalto e tracciò su un grande foglio bianco un cerchio, che giotto in persona non avrebbe fatto meglio.

«questa è l’oceania» spiegò, sorridendo.

intinse poi il pennello nel giallo canarino e disegnò un secondo cerchio, intrecciandolo con il primo.

«e questa è l’asia.»

fu quindi il turno del nero carbone per l’africa, del verde pisello per l’europa e del rosso carminio per l’america, con altri tre cerchi, a braccetto l’uno dell’altro.

riposto il pennello, monsieur pierre si apprestò a concludere, finalmente, il discorso:

«sarebbe bello che qualcuno trovasse un bel simbolo per i giochi, che comprenda tutto ciò, senza tralasciare nessuno, a parte i pinguini. che ne dite?!»

questa volta non ci fu nessun applauso ma, nel silenzio assoluto, uno dopo l’altro i presenti svicolarono, se ne uscirono e salutarono con la mano, per il timore di essere loro a dover pensare a qualcosa di così difficile e così importante o anche solo di dover disegnare un cerchio a mano libera.

e monsieur pierre si ritrovò presto solo, davanti a tante file di sedie vuote e un cappello, dimenticato da chissà chi. solo, con il suo bel disegno sul grande foglio bianco, che ormai del tutto bianco non lo era più. e i cerchi intrecciati erano così equilibrati e ben bilanciati tra loro, che pierre non poté che congratularsi con se stesso, dandosi un bel dieci in disegno.

quel foglio sembrava quasi una bandiera, e dire che gli serviva solo per spiegarsi meglio...

«se siete d’accordo, cari amici e gentili colleghi – continuò il suo discorso, pur nella sala vuota – terrei per il momento questa come bandiera e simbolo dei giochi olimpici... ma se qualcuno ha un’idea migliore, che si faccia avanti senza indugio!»

va da sé che non ci fu alcuna obiezione, nemmeno per posta da molto lontano e, da quel giorno del 1914, la bandiera dei giochi olimpici è ancora bianca con cinque cerchi a colori, intrecciati l’un l’altro. cinque e non sette, che sarebbero troppi, almeno finché qualcuno non avrà un’idea più brillante.

e buonanotte!