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chi riesce a disegnare un cerchio perfetto a mano libera?

ohhh!

ambrogio, ambrogiotto, detto giotto, pastorello fiorentino dal sorriso allegro, di fare il pastorello in realtà non ne aveva voglia alcuna e preferiva di gran lunga trascorrere le giornate a bottega dal vecchio cimabue, scarabocchiando questo e quello senza troppo pensarci su.

al maestro cimabue, invece, di fare il pastorello sarebbe piaciuto un sacco e forse più, soprattutto verso sera, dopo cena, quando per addormentarsi di pecore ne contava chissà quante. ma andare al pascolo era faticoso e finiva sempre per addormentarsi prima ancora di mettersi in cammino.

una soluzione i due la trovarono, però: qualche ora dopo il tramonto, alla sola fioca luce dei ceri, con cimabue coricato sul sofà a cercar di prendere sonno, giotto cominciava a tracciare col carboncino sagome di pecore, pecorelle, agnelli e agnellini, uno accanto all’altro fino a formare un gregge di primordine.

com’era bravo giotto, non ti dico, tanto che cimabue, pur se morto di sonno, per non perdersi lo spettacolo di vederlo disegnare, si sforzava di tenere gli occhi spalancati: più lui rimaneva sveglio, più l’altro disegnava; meno lui dormiva, più il gregge cresceva...

un giorno il vecchio maestro decise che un talento quale quello del suo allievo ambrogio, ambrogiotto, detto giotto doveva essere mostrato all’umanità tutta intera per entrare di diritto nella storia dell’arte, passando dall’ingresso principale senza nemmeno suonare il campanello e attendere che il maggiordomo aprisse il portone.

invitò a firenze il papa e qualche re; principi e principesse, cavalieri e letterati, dame e donzelle, ambasciatori e cancellieri. insomma, chiamò a sé chiunque fosse qualcuno, tutti accolti dalla banda in alta uniforme e dagli sbandieratori.

la piazza si riempì come mai era accaduto prima d’allora. sedie dorate, poltrone in velluto, divani imbottiti e troni principeschi furono sistemati in semicerchio su più file, per dar modo ad ognuno di vedere ogni particolare dell’esibizione. sul palco in legno di pino, installato per l’occasione come si faceva solo per matrimoni e impiccagioni, un grosso pezzo di nerissima lavagna fissato al cavalletto più grande e nulla più.

alle sette della sera, con i raggi dell’ultimo sole a illuminare il palco da occidente, cimabue chiese l’attenzione del pubblico presente e la ottenne senza nemmeno ripetersi troppe volte. e meno male, perché l’emozione gli faceva tremare la voce e non è detto che ne avesse per molto. pronunciò poche parole per presentare al mondo il proprio discepolo, quindi si accomodò a godersi pure lui lo spettacolo, certo di non addormentarsi.

giotto salì sul palco, colpito in fronte da un raggio di sole, e accennò un inchino in segno di saluto.

tra i polpastrelli, anziché un pennello a punta fine in pelo di martora, teneva un pezzo di gesso bianco e nulla più.

scrutò la lavagna per prenderne le misure e, levato l’avambraccio destro, tracciò con sicurezza una continua linea curva che fece terminare nel medesimo punto dove era cominciata, chiudendo in un istante un cerchio perfetto.

il silenzio che ne seguì fu totale.

«ohhh!» fu il primo suono che lo ruppe.

«oh!» esclamò il papa.

«ohhhh!» ammirarono i re.

«ohhh!» fecero i principi e le principesse, i cavalieri e i letterati, le dame e le donzelle, gli ambasciatori e i cancellieri.

«ohh!»

«oh?!?» bisbigliò sorpreso giotto, rivolgendosi a cimabue con sguardo interrogativo.

il maestro non sapeva cosa dire...

«ma... – protestò giotto sottovoce – ma non è una O... è uno zero!!!»

«shhh! – lo zittì subito cimabue – sarà il nostro segreto. cosa vuoi che ne capiscano, di arte, questi damerini della grande nobiltà...»

giotto quindi accennò un nuovo inchino, per ringraziare dell’applauso entusiastico che stava riempiendo la piazza e si lasciò trasportare dalla gloria e dalla fama a braccetto con la sua incredibile O che – non dirlo troppo in giro – altro non era che un semplice zero.