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questo racconto è tratto dal libro chi viene e chi va

quasi quasi mi faccio un caffè

è pronto il caffè?!

quando il signor nimrod posò la prima pietra non pensava che gliene sarebbero servite tante altre, di pietre, tantissime e ancor di più, per arrivare fin lassù all’ultimo piano. fortuna che per metter su casa aveva scelto un luogo tra due fiumi, con tutta l’acqua e tutta l’argilla del mondo a disposizione per preparare mattoni e mattonelle a volontà.

ogni mattina, quindi, appena dopo il caffè, di buona lena si metteva al lavoro e, parete dopo parete, finestra dopo finestra, sgabuzzino dopo sgabuzzino, cameretta dopo cameretta, corridoio dopo corridoio, cucinino dopo cucinino, salone dopo salone, ne stava venendo fuori una casetta niente male, ovviamente con il giardino là fuori e il bagno in fondo a destra, che se il signor nimrod avesse avuto una sorella, sarebbe stato occupato per ore.

si presentò un giorno, alla porta, un antico fenicio.

«bngrn!» disse, sorridendo.

oggi tutti sanno che bngrn nella consonantica lingua fenicia significa buongiorno, o qualcosa di simile. o meglio: nessuno lo sa, ma se nessuno lo sa, nessuno può nemmeno sostenere il contrario. e non lo sapeva nemmeno il signor nimrod, per il quale quella frase senza vocali poteva voler dire qualsiasi altra cosa e pure il suo contrario. non gli restò, quindi, che sorridere di rimando e invitarlo ad accomodarsi per un caffè, che in fenicio pare si dica cff.

di cosa parlarono, i due, sorseggiando un po’ l’uno e un po’ l’altro, anche questo nessuno lo sa, ma è probabile che non fecero in tempo a parlare di nulla, perché di nuovo qualcuno suonò il campanello.

era un tipo con lo sguardo serio, il cappello a bombetta sulla testa e un ombrello appeso all’avambraccio, casomai cominciasse una pioggerellina primaverile o un diluvio universale. arrivava dalla lontana inghilterra.

«good morning.» borbottò, rimanendo serio, compito e posato.

«welcome!» esclamò il signor nimrod, che aveva sentito quella parola chissà quando e ogni tanto la ripeteva volentieri. il tipo inglese, però, pensando che welcome nella lingua del posto volesse dire torna un’altra volta, fece un inchino e se ne andò, incrociando sull’uscio un altro viandante.

«günaydin!» salutò. e senza aspettare risposta si accomodò e si lasciò offrire un caffè, prima che diventasse freddo. era un signore turco, il nuovo arrivato, e tutti sanno quanto in turchia il caffè sia una cosa seria.

nemmeno il tempo di far sciogliere la zolletta di zucchero e di nuovo qualcuno bussò al portone. forse che l’inglese era già di ritorno? forse la moglie del turco voleva un caffè pure lei? forse era il postino, con lettere e cartoline da ogni angolo del mondo? nulla di tutto ciò: davanti alla porta spalancata se ne stava una ragazza bellissima, biondissima, altissima e tutti gli altri aggettivi che vuoi, purché al superlativo. il signor nimrod svenne e stramazzò al suolo, innamorato pazzo. e svennero anche il turco e il fenicio, non meno innamorati di lui. sarebbe certamente svenuto pure l’inglese, ma ormai se ne era andato.

«god morgon!» esclamò lei, con voce melodica, poi entrò in cucina e si preparò il caffè da sola, con i tre poveretti ancora sul pavimento.

«dobraje ranica!» esclamò anche un bielorusso, che passava di lì per caso, forse attratto dal profumo di caffè o più probabilmente dal fascino della bella.

«ohayo.» sussurrò una giapponese, avvolta nel suo kimono.

«subha prabhata.» aggiunse un nepalese, di ritorno dalla scalata del monte everest.

«bom dia.» sorrise un portoghese, sotto due baffoni neri grossi così.

«guten morgen!» accorse un sudtirolese, arrivato in sella al suo cavallo avelignese, che nitrì allegramente.

«isuk alus!» salutò una ragazza arrivata dal sudan, per trascorrere la serata in compagnia.

quando il signor nimrod riaprì gli occhi, la sua casa era popolata come la piazza del paese all’ora di punta, con gente che arrivava da tutte le parti del mondo, diceva buongiorno in qualche lingua sconosciuta, si accomodava in un cantuccio e si prendeva un caffè.

«benvenuti!» borbottò lui, in dialetto babilonese, guardandosi intorno tra il perplesso e il divertito. aveva sempre sognato di accogliere gli amici a casa sua e per questo aveva previsto una camera per gli ospiti e riempito le pareti di porte e di finestre. certo, forse si immaginava qualcosa di meno affollato, ma il signor nimrod non era il tipo da farsi troppi problemi, tanto più che:

«goedenmorgen!» esclamò un’olandesina, con i piedi dentro gli zoccoli di legno.

«selamat pagi!» esclamò anche un nonno indonesiano.

«subax wanaagsan.» sussurrò una signora somala.

«kaliméra!» salutò un pescatore greco.

«subha udaesanak.» sorrise un singalese.

«buenos días.» aggiunse una zia spagnola, e anche lei si servì il caffè.

fu una giornata particolare, quella del signor nimrod, e a forza di sentirsi dire buongiorno in tutte le lingua del mondo, alla fine il giorno passò e si fece sera. con la luna a far capolino, fu il tipo fenicio, a un certo punto, ad alzarsi in piedi e chiedere un attimo di silenzio:

«rrvdrc.» disse, con tono serio. e se ne uscì.

ci fu un attimo di comprensibile imbarazzo. nessuno poteva sapere che rrvdrc nella consonantica lingua fenicia significasse arrivederci, ma uno dopo l’altro, tutti lo immaginarono e, vista l’ora, sempre uno dopo l’altro lavarono la tazzina del caffè e sorrisero al signor nimrod.

«goodbye.» borbottò il tipo inglese, che era tornato appena in tempo per andarsene di nuovo.

«güle güle!» salutò il turco.

«adjö!» esclamò anche la ragazzissima svedese.

«ohhh!» la salutarono tutti, con un certo disappunto.

«da pabacennia!» salutò in fretta anche il bielorusso, correndo poi fuori all’inseguimento della bella.

«sayonara.» sussurrò la giapponese, sempre avvolta nel kimono.

«alavida.» aggiunse il nepalese e se ne tornò sull’himalaya.

«adeus.» sorrise sotto i baffoni il portoghese.

«auf wiedersehen!» disse il sudtirolese, di nuovo in sella al suo cavallo avelignese, che di nuovo nitrì, poi fuggì con lui al galoppo.

«wilujeung angkat!» salutò la ragazza del sudan.

il signor nimrod se ne stava sulla porta: apriva, chiudeva e apriva di nuovo, ringraziava e stringeva le mani a tutta quella gente che se ne tornava in tutte le parti del mondo, diceva arrivederci in qualche lingua sconosciuta, e prima o poi, chissà, sarebbe tornata per un altro caffè.

«addio!» sussurrò in dialetto babilonese, guardandosi intorno tra il perplesso e il nostalgico, sperando davvero di rivedere prima o poi qualcuno di loro. ma il signor nimrod non era il tipo da perdersi in sentimentalismi, tanto più che:

«vaarwel!» esclamò l’olandesina dentro gli zoccoli di legno.

«selamat tinggal!» esclamò anche il nonno indonesiano.

«nabdgelyo.» sussurrò la signora somala.

«antío!» salutò il pescatore greco.

«ayubovan.» sorrise il singalese.

«adiós.» aggiunse la zia spagnola.

fu una serata particolare, quella del signor nimrod, e a forza di sentirsi dire arrivederci in tutte le lingua del mondo, alla fine anche la sera passò e si fece notte. con la luna alta nel cielo, ormai rimasto solo in quella casa così grande e alta fin sopra le nuvole, si sedette sul divano e si rilassò.

«è tutto il giorno che parlo con chiunque – borbottò, tra sé e sé – e non ho ancora capito una parola.»

«però – continuò a borbottare – è stata una giornata indimenticabile.»

«quasi quasi – concluse – mi faccio un caffè!»

ormai, però, il caffè era finito da un pezzo e ne restava solo l’aroma e il profumo nell’aria. allora il signor nimrod si aggiustò il cuscino, chiuse gli occhi e buonanotte.

buonanotte davvero, in tutte le lingue del mondo!