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questo racconto è tratto dal libro sotto il banco

ritorna l’ora solare e si dorme un’ora in più!

re sole

la finestra della camera di alessandro guardava ad ovest, ma credo che questo lui non lo abbia mai saputo. nella pratica, infatti, da quella finestra si vedevano da sempre le pareti del palazzo di fronte e nulla sarebbe cambiato anche se avesse dato a nord, est o sud. e dire che stava al quinto piano.

alessandro abitava nel quartiere mela della sua città, che qualche bella mente amante di new york aveva così battezzato quando si trattò di costruire, uno affiancato all’altro, questa serie di scatoloni residenziali, tutti diversi, perché la fantasia è cosa seria, tuttavia tutti ugualmente noiosi.

anche le strade erano numerate, come se su quei marciapiedi ci si aspettasse di veder passeggiare woody allen o chissà chi, e si chiamavano via uno, via due, via tre e via discorrendo (quest’ultima non è, ovviamente, una strada, anche se sarebbe divertente abitare in una ipotetica via discorrendo), perché chiamarle prima, seconda o terza strada era davvero troppo un plagio. per la precisione alessandro abitava in via tre e la cosa, pur essendo un male comune, tutt’altro era, per lui, che un mezzo gaudio.

così un giorno, anzi una notte (perché la notte, oltre che portar consiglio, stimola l’immaginazione) decise che così non si poteva andare avanti e che quella successiva sarebbe stata la notte del cambiamento. ventiquattr’ore gli sarebbero senz’altro bastate per organizzarsi.

all’una della notte seguente alessandro spalancò la sua finestra, posizionò due barattoli di vernice sul davanzale e si infilò nelle tasche pennelli di varie dimensioni. poi, senza il minimo indugio, cominciò a dipingere di giallo la facciata, facendo molta attenzione a non sgocciolare, per evitare di turbare il cranio di qualcuno che dovesse vagare a quell’ora.

utilizzando un pennello al quale aveva applicato una improbabile, ma efficace prolunga, arrivò senza troppa fatica fino a quasi due metri dagli stipiti.

dopo tre quarti d’ora di schizzi e sfumature si infilò le scarpe da tennis e uscì prima dalla sua camera, poi, silenziosamente, dall’appartamento, quindi, quasi correndo, dall’edificio. attraversò la strada e si infilò nel palazzo di fronte imboccando al volo il giroscale. al terzo piano si fermò, riprese fiato, e, non senza una certa emozionata curiosità, aprì la finestra che dava ad est. quindi alzò lo sguardo.

alessandro sorrise nel vedere un bel sole attorno alla sua finestra, ed una rara sensazione di orgoglio lo riscaldò, come se quel sole avesse i raggi davvero. chiuse la finestra e se ne tornò a casa.

si infilò nel letto e subito pensò: chissenefrega!

e non si riferiva certo al vago puzzo di vernice che c’era nell’aria e sulle sue mani, bensì all’indomani e alle conseguenze che il suo gesto avrebbe causato. le ore della notte, si sa, danno una forza particolare a chi è impegnato in qualche impresa e in quel momento le critiche, i rimproveri, le sanzioni e quant’altro avrebbero ricevuto la stessa perentoria risposta: chissenefrega!

invece niente.

alessandro cercò di intuire, sgranocchiando la colazione, se i sui genitori si fossero accorti di qualcosa, ma niente. poi uscì e scrutò i volti dei passanti, ma nessuno, probabilmente, aveva avuto la brillante idea di alzare per una volta il naso. ovviamente sul giornale non c’era menzione della novità.

il lattaio lo salutò come ogni mattina, ma tra le sue solite ironie non fece cenno al sole lassù. anche a scuola tutto come prima. lo zero assoluto. e sì che dalla classe, sporgendosi un po’, si poteva chiaramente vedere, in lontananza, il nuovo astro.

il mela era evidentemente un quartiere sotto vuoto e, sebbene questo alessandro lo pensasse da un bel po’, in cuor suo contava di essere riuscito ad attirare almeno un briciolo di curiosità ed increspare quelle acque perennemente stagnanti. ma niente.

anche qualche commento sarcastico gli sarebbe andato bene, perfino una risatina scema. ma niente.

nemmeno nei giorni seguenti qualcuno diede cenno di vita ed alessandro si impose di non essere lui a far notare la novità, ma la delusione, mista alla rabbia, gli impediva ogni sera di prendere sonno prima di una certa ora.

un giorno, anzi una sera, a pochi istanti dalla notte, con le luci del tramonto che andavano spegnendosi, alessandro si affacciò annoiato al suo sole. tra le varie finestre che una dopo l’altra si illuminavano, una gli sembrava particolarmente brillante ed attirò l’attenzione del suo occhio. era al settimo piano, più o meno, di un condominio in via cinque.

adattando la pupilla all’oscurità, alessandro vide formarsi pian piano, ma molto chiaramente, attorno a quella finestra, il disegno azzurro chiaro di una grande luna fresca di pittura. incredulo chiuse gli occhi per qualche secondo, ma quando li riaprì la luna era ancora al suo posto, attorno alla finestra di via cinque. il cuore gli si riempì di un emozionato orgoglio. evidentemente, per fortuna, là fuori qualcuno c’era.

stette a guardare il nuovo cielo per un tempo indefinibile, perché in certi frangenti le lancette non sono molto affidabili e girano molto in fretta. poi si coricò allegramente e spense la luce.

subito anche la luna spense la sua luce, dimostrando una certa complicità, quasi per dargli la buona notte. e quella notte fu buona davvero.