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questo racconto è tratto dal libro gli streghi

salagadoola megicaboola...

bidibi bodibi

quando si scoprì che bidibi bodibi non si chiamava né bidibi, né bodibi, la notizia fece in fretta il giro del quartiere, poi della città, quindi della regione, infine della nazione intera e a forza di girare – bidibibodibi – la gente si mise a ballare e alla fine tutti continuarono a chiamarlo bidibi bodibi, senza tanto badare a come si chiamasse davvero, che ormai erano abituati così e non si vedeva il motivo per cambiare alcunché – bidibibodibiboo.

suonava la chitarra che era una meraviglia, bidibi bodibi, e mettersi a ballare era il minimo che poteva accadere intorno a lui – bidibibodibi. lo faceva senza mai guardare le note messe in accordo o in scala sul rigo musicale, anche perché quelle sette note – bidibibodibi – le conosceva di nome, do re mi fa sol la si, ma di fatto meno che mai – bidibibodibiboo. come facesse a suonare così bene senza saper leggere la musica era un mistero, ma la gente che si metteva a ballare non ci badava poi tanto e andava bene così. se una nota appariva stonata, lui spostava il dito sulla corda, sorrideva e proseguiva come se nulla fosse – bidibibodibi – e in effetti era nulla davvero e la musica riempiva l’aria, che continuava a essere una meraviglia.

già che suonava la chitarra senza saperla suonare – bidibibodibi – bidibi bodibi allo stesso modo suonava anche il pianoforte, lasciando saltare i polpastrelli sui tasti neri e bianchi, che pareva non avesse fatto altro in tutta la vita – bidibibodibi – e quei pochi che non si mettevano a ballare ammiravano divertiti – bidibibodibiboo.

quando si scoprì che bidibi bodibi non si chiamava né bidibi, né bodibi, quindi, tra pianoforti e chitarre del suo nome non importava nulla a nessuno, perché uno che riusciva a fare ciò che non sapeva, come ci riusciva lui, poteva tranquillamente chiamarsi come non si chiamava e andava bene lo stesso.

bidibi bodibi nemmeno sapeva andare in bicicletta – bidibibodibi – a meno che la strada non fosse in discesa, quando la bicicletta se ne andava da sola ed era sufficiente aggrapparsi al manubrio senza troppo pensare ai pedali. una discesa dolce e non troppo ripida, però, perché altrimenti eran guai – bidibibodibiboo. in salita, invece non solo non ci sapeva andare, ma nemmeno ci voleva provare e va detto che in quel caso anche la bicicletta non saliva da sola, pigra com’è, e se ne stava appoggiata al tronco di un albero, aspettando che cadesse qualche ciliegia, se era un ciliegio, qualche nespola, se era un nespolo, o non so cosa, se era un nonsocoso. in questi casi, ai piedi della salita, anche bidibi bodibi si accomodava all’ombra dell’albero e se non fosse stato per il sorriso la gente lo avrebbe probabilmente scambiato per una bicicletta – bidibibodibiboo.

quando si scoprì che bidibi bodibi non si chiamava né bidibi, né bodibi, nessuno badò alla bicicletta, alle ciliegie, alle nespole, né a non so cosa e, già che si era in ballo, si ballò – bidibibodibi – e non si badò neppure a lui.

non sapeva cucinare, bidibi bodibi, ma quando lo faceva era una festa per tutti i palati, dall’antipasto al caffè, con la ciliegina sulla torta, o una nespola, o non so cosa – bidibibodibi. aggiungeva sale quanto bastava e pepe un po’ di più, carciofi e carciofini, spaghetti e maccheroni, mozzarelle e caciocavalli, lasagne e tortellini, salami e controfiletti, cavolfiori e cavoletti di bruxelles – bidibibodibi – ma tra padelle e tegami, piatti piani e piatti fondi, forchette e cucchiai, bottiglie e bicchieri, mestoli e cavatappi... ogni ingrediente prendeva nuova vita e ogni piatto era una tale meraviglia, che mangiarlo era quasi un peccato, ma non farlo ancora di più. l’importante era non chiedergli la ricetta, non perché bidibi bodibi la volesse tenere per sé, ma perché non la sapeva per nulla e ti diceva di fare più o meno così, dove il così era chiaro per tutti, il più o meno molto di meno – bidibibodibiboo.

quando si scoprì che bidibi bodibi non si chiamava né bidibi, né bodibi, per festeggiare la notizia, o forse per ignorarla, si apparecchiò un tavolone nel centro della piazza e si mangiò per tutto il giorno e tutta la notte – bidibibodibi – lasciando bidibi bodibi tra i fornelli. l’indomani si dedicò l’intera giornata alla digestione e il giorno seguente lo si trascorse a ripensare con nostalgia a quel pranzo indimenticabile. e nessuno più badò al nome di bidibi bodibi – bidibibodibiboo.

le volte che bidibi bodibi non sapeva dove si trovava, si guardava un po’ intorno e quasi sempre si trovava a suo agio. allora si sedeva al tavolino di un bar – bidibibodibi – e si lasciava servire un caffè. perché non sapeva fare nemmeno il caffè, bidibi bodibi, e in questo caso andava davvero al bar. quando poi si rimetteva in cammino, senza sapere dove andare, finiva sempre che ovunque arrivava, ci arrivava puntuale – bidibibodibiboo.

oggi che fine abbia fatto bidibi bodibi nessuno lo sa e forse non lo sa nemmeno lui – bidibibodibi – perché se lo sapesse, comunque si chiami, sarebbe la fine di tutto, invece è solo la fine di questa storia – bidibibodibiboo!