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salutò tutti e partì il 14 novembre del 1889, l’avventurosa giornalista nellie bly, per farsi il giro del mondo in ottanta giorni o anche meno, che infatti completò in settantadue

a oriente del west

partì da hoboken per arrivare a new york, la giornalista elizabeth jane cochrane, nota ai lettori come nellie bly, amata dagli amici come nellie e basta. partì munita di professionale taccuino e penna a stantuffo, avvolta fino alle caviglie in un cappotto a quadretti neri e bianchi, con un cappellino da monello a custodirne il ciuffo e il minimo indispensabile in valigia. niente ombrellini da passeggio, niente busti e bustini, impalcature e panneggi, veli e velette, niente acconciature elaborate e tutte quelle cose lì. un libro sì, in valigia aveva il suo posto, scritto qualche anno prima dal francese jules verne, che di viaggi ne sapeva più d’ogni altro e risultava ottimo come passatempo e come fonte d’ispirazione.

e non inganni il fatto che per andare da hoboken a new york era sufficiente una nuotata o un quarto d’ora di battello, da una sponda all’altra dell’hudson river. troppo facile, così: meglio imbarcarsi su un transatlantico della hamburg america line e non scendere fino alla costa della vecchia europa. seduta al vento sul ponte o al calduccio in cabina, avrebbe avuto tempo per leggerne gran parte, di quel libro, fedele compagno.

dall’america all’inghilterra, dall’inghilterra alla francia, inviando diligentemente dispacci più o meno avventurosi alla redazione del new york world, giornale che aveva sovvenzionato l’impresa, giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, telegrafo dopo telegrafo, dollaro dopo dollaro. e non poteva certo mancare una doverosa tappa ad amiens, per far visita a verne in persona e farsi autografare il frontespizio del giro del mondo in 80 giorni, che proprio lei stava tramutando in realtà. capita, a volte, che le storie diventino storia.

ci sono lavori peggiori del circumnavigatore del globo terracqueo, pensava ogni tanto nellie, mai stanca di aprire e chiudere la sua valigia leggera, di entrare e uscire da questo e quel grand hotel, salire e scendere dai treni, cercare di intuire un suono familiare nelle voci di chi, accanto a lei, parlava in francese, italiano, arabo, indiano, cinese o giapponese, segnando, dialetto dopo dialetto, una strana mappa sonora ad abbracciare il mappamondo.

e chissà se a san francisco si attardò un po’ a china town, per nostalgia dell’oriente lontano, così a oriente da portarla nel west... fatto sta che il suo treno, ultima tappa per il ritorno a new york, se n’era bell’e partito e le toccò viaggiare aggrappata a qualche sgangherato vagone o diligenza, che l’avranno forse costretta a rivedere gli impegni, ma la scarrozzarono comunque a destinazione.

dopo settantadue giorni e qualche ora di viaggio, all’arrivo a manhattan, fu il direttore in persona ad accogliere nellie: mister joseph pulitzer, sì, quello del premio, che però la bly non vinse né allora né mai, visto che con lui ancora in vita, istituire un premio sarebbe stato di dubbio gusto. ottenne, invece, un invito a cena per festeggiare il primato mondiale di giro del mondo, che nemmeno magellano sarebbe riuscito a far meglio.

e poco importa se durò un paio di mesi appena, quel record da viaggio, perché settantadue giorni come quelli in realtà non terminarono più e, a guardar con attenzione, qua e là sul pianeta terra, sono ancora lì che accadono, nelle pagine del romanzo di jules verne o sulle colonne del new york world.