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questo racconto è tratto dal libro canzoni senza musica

il comandante eugene cernan raggiunse il satellite l’11 dicembre 1972, per tornarsene sulla terra con il suo apollo 17 dopo tre giorni di passeggiate lunari. fu lui l’ultimo uomo a metter piede sulla luna.

eugenia sulla luna

l’estate era alle porte, con le sue giornate così lunghe, i suoi luoghi da esplorare, le sue persone da scoprire e quell’anno eugenia, tra mare e montagna, scelse la luna, a volte piena, a volte no, ma sempre così bella lassù.

o forse fu la luna a scegliere lei.

con tutte le volte che l’aveva guardata, la luna... era come voler andare a new york dopo aver visto chissà quanti i film girati tra broadway e la quinta strada. bastava alzare il naso e la si ammirava praticamente ogni sera, se ne interpretava il volto, ma metterci piede sarebbe stata un’altra cosa davvero.

quell’estate sarebbe stata di quelle che non si dimenticano.

ferma, di fronte alle ante spalancate dell’armadio, eugenia se ne stava a pensare in silenzio, con la luna a far capolino tra gli alberi là fuori:

«che mi metto?»

il dubbio era lecito. l’occasione era tra le più importanti e probabilmente non sarebbe stato elegante, né opportuno, presentarsi in blue jeans e maglietta.

ma proprio jeans e maglietta erano ciò che preferiva indossare da terrestre e, forse, sbarcare sulla luna con una gonnellina a fiori l’avrebbe fatta sentire poco a proprio agio. c’era anche la camicetta delle occasioni speciali, che però faceva un po’ matrimonio e la sua sarebbe stata comunque una vacanza.

aprì quindi una valigetta, dalle misure adatte per essere imbarcata sulla navicella, e vi infilò un paio di jeans quasi nuovi. una maglietta bianca, una rosso arancio, una terza blu bello, che era un tono di blu che le piaceva tanto, ma non sapeva definire altrimenti. un maglioncino da mezza stagione, che chissà che clima avrebbe trovato. e, comunque, probabilmente non lo avrebbe indossato, ma il solo termine maglioncino avrebbe messo la nonna in tranquillità.

calzini fantasma e scarpe rigorosamente da tennis. un tacco l’avrebbe slanciata di più, ma vuoi mettere la scomodità? tennis, quindi, ed eugenia fermò lo sguardo e il pensiero sulla suola, la cui impronta sarebbe rimasta lassù, in memoria del suo primo passo lunare.

dopo un sospiro, eugenia si guardò di tre quarti allo specchio: pensò che probabilmente non avrebbe tagliato i capelli. avrebbe però studiato un’acconciatura per l’occasione, solo che c’era il problema del casco da astronauta e forse non valeva la pena progettare chissà che. magari alla fine avrebbe fatto semplicemente la coda, come durante le partite a pallavolo, senza, però, l’incubo di sbagliare la battuta o la ricezione. e chissà come sarebbe, giocare a pallavolo sulla luna... acchiappò quindi la spazzola, un elastico e, già che c’era, il deodorante, che a volte l’emozione fa brutti scherzi.

di sicuro avrebbe infilato in valigia un libro. non è detto che avrebbe trovato il tempo di leggerlo, ma non aveva mai affrontato un viaggio, lungo o breve, senza un bel libro a farle compagnia, col risultato che i volumi nella sua personale biblioteca, oltre a contenere trame e intrecci narrati, avevano ognuno il proprio bel ricordo geografico. la scelta di quale libro portare sarebbe stata fatta all’ultimo, o forse lasciata al caso.

una mela. ecco, una mela non poteva mancare, in onore di newton e della sua forza di gravità.

potevano servire gli occhiali da sole? forse la crema abbronzante? era pur sempre estate e non poteva certo presentarsi al ritorno bianca come a natale.

una mappa lunare, con crateri, mari e valli? poteva essere utile, e chissà se esisteva una guida turistica del satellite, con locande, trattorie e scorci da non perdere. eventualmente l’avrebbe scritta lei, ragion per cui imbarcò un quadernetto per gli appunti e una matita ben temperata.

partì all’alba, eugenia, con la luna bassa sull’orizzonte, che pareva fermarsi ad aspettarla. l’aereo fece scalo a new york e, sbirciando dal finestrino, si chiese quale film aveva visto, ambientato su quelle piste di decollo e atterraggio. finché arrivò alla base di lancio, pronta per la vacanza dell’anno, senza un minuto di ritardo.

«cosa imbarca?» le chiese il tecnico astronautico, porgendole la tuta arancione per il decollo.

«questo! – esclamò eugenia, e mostrò uno spazzolino da denti, tra pollice e indice – questo e nulla più.» la valigia con i blue jeans, il libro, la mela e tutto il resto, era rimasta a casa.

alla fine sulla luna sarebbe andata col sorriso e nulla più.