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questo racconto è tratto dal libro canzoni senza musica

... fu così che, cinquantadue anni esatti esatti dopo la nascita, quello stesso 23 di aprile guglielmino shakespeare pensò bene di festeggiare il proprio compleanno morendo, passando dall’essere al non essere in un soffio di candelina.

essere o non più

al britannico liceo di stratford upon avon, con le finestre della classe ad ammirare le campagne del west midlands perdersi fino alle coste atlantiche e alla corrente del golfo, nessuno poteva immaginare, nel millecinquecentononsoquanto che uno di quegli allievi scapestrati sarebbe diventato di lì a poco poeta super-raffinato al punto da assurgere a fama mondiale e all’immortalità della letteratura con la elle maiuscola. altrochè!

sì, sto parlando nientemeno che di william shakespeare, bill per gli amici, genio assoluto che come lui nessuno mai, né prima né dopo.

sarà per modestia o per distrazione – non lo so – ma davvero non è che allora sfoggiasse tutta questa sua genialità e tra i banchi di scuola non era tanto diverso da quei balordi dei suoi compagni, tutti lanciati a mille all’ora verso una fulminante carriera di zappatore o taglialegna. professioni di tutto rispetto, ci mancherebbe, ma vuoi mettere con la composizione di un sonetto con la esse maiuscola, o una serata a teatro da ospite d’onore?!

bill, in particolare, non era certo un fulmine in matematica e in qualsiasi cosa avesse a che vedere con i numeri. che poi – parliamoci chiaro – uno che ti sa scrivere come mozart sapeva suonare, anche se inciampa a far di calcolo ci si può passare sopra, o no?!

parrebbe proprio di no.

il suo professore di matematica, infatti, non perdeva occasione per punzecchiarlo e metterlo in difficoltà.

«mister shakespeare – lo interrogava parlando quasi sottovoce con apparente distacco – quanti sono sei piedi e tre pollici in centimetri e decametri?»

lui se ne stava lì a immaginare questo mostro con scarpe dappertutto e un pollice di troppo e non riusciva a figurarsi quanto potesse essere grande, quindi si dimenticava di rispondere.

«e... – continuava il professore, con un ghigno che non prometteva nulla di buono – quante miglia si percorrono con tre galloni e un quarto di benzina, se con tre litri si arriva fino all’autogrill e ci si compra un gelato?»

ora dimmi tu, nel millecinquecentononsoché, varie centinaia di anni prima dell’invenzione dell’automobile, a chi potesse importare quanti chilometri si fanno e quanto si consuma... e poi: se la strada è in discesa?

«mi dica – insisteva quello, dandogli beffardamente del lei – quanto pesa una mucca se una libbra è un po’ meno di mezzo chilo?»

fu in quel preciso istante che shakespeare prese la solenne decisione che all’università mai e poi mai si sarebbe iscritto a matematica. per la terza volta fece scena muta e si rassegnò all’ennesima insufficienza.

all’esame di fine anno, vestito di tutto punto, l’allievo shakespeare william si presentò sorridente alla commissione schierata in sua attesa e, inevitabilmente, anche al malefico professore di matematica, che non aspettava altro di chiedergli perché il dodici fosse un numero più tondo del dieci.

bill non perse tempo, che ovviamente non avrebbe saputo rispondere nemmeno per caso a quella, né alle altre sue perfide domande, e anticipando tutti guardò il professore fisso negli occhi ed esclamò:

«essere... o non essere?!»

il matematico professore, imbarazzato e ammutolito, non avendo idea dell’argomento così poco numerale e difficile da calcolare, cominciò a scivolare sotto la cattedra ma, visto lo sguardo interrogativo anche dei suoi colleghi, tagliò corto e propose:

«promosso a pieni voti!»

bene. meglio così, soprattutto per bill.

ma il professore mica aveva finito:

«il qui presente shakespeare william, neo diplomato del liceo di stratford upon avon, dimostrando innate capacità di calcolo e ricalcalo, entrerà – non vi è dubbio alcuno – nella ristretta cerchia dei geni con la gì maiuscola, dell’aritmetica e la geometria, accanto al nonno di pitagora e allo zio di archimede.»

già... più o meno.