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questo racconto è tratto dal libro così per sport

erano la nazionale verdeoro e quella celeste a sfidarsi nell’ultima partita dei mondiali di calcio del 1950. la sera del 16 di luglio lo stadio maracanã era gremito oltre ogni limite...

al centro del centro del mondo

a guardarlo dal cielo, lo stadio maracanã era un cerchio perfetto, che nemmeno giotto in persona sarebbe stato capace di fare una cosa altrettanto grande e altrettanto bella. al centro del cerchio, nel verde dell’erba tagliata di fresco, era tracciato con il gesso un altro cerchio, molto meno grande e molto più sottile, concentrico, che giotto, questa volta, non avrebbe avuto problemi a disegnare anche lui. e al centro del cerchio piccolo, nel centro del centro grande, un cerchio piccino davvero, dal diametro di una spanna o poco più, a segnare il centro del centrocampo, nel centro del campo, nel centro dello stadio, al centro del mondo.

era il centro del mondo davvero, in quei giorni, il brasile: del mondo del pallone, per lo meno, con la coppa del mondo che si disputava già da tre settimane, fino al giorno tanto sognato della finale. undici di qua, undici di là; da una parte gli eroi di casa del brasile, sorridenti, sicuri della propria forza, vogliosi di esibirsi davanti a duecentomila spettatori messi in cerchio; dall’altra i nazionali dell’uruguay, vicini di casa sulla carta geografica, altrettanto degni di quella partita, ma un po’ meno sorridenti e più concentrati e preoccupati per la forza degli avversari, molto meno applauditi dai duecentomila sugli spalti.

visti i risultati delle sfide precedenti, al brasile sarebbe bastato un pareggio per vincere, anche uno striminzito zero a zero, con palla in tribuna quando serve e massima attenzione fino al fischio finale. e il primo tempo proprio zero a zero finì, per la gioia di chi badava al sodo, ma con il disappunto di chi avrebbe preferito un tre a tre, goal di qua e goal di là, tiri, azioni, parate e cose così.

non ti dico l’entusiasmo, i canti, i balli, le scene di folle entusiasmo sulle rotonde tribune quando, al secondo minuto della ripresa il brasile passò in vantaggio. una cosa in tutto simile al carnevale di rio e anche al maracanã i festeggiamenti potevano cominciare a ritmo di samba.

«mancherebbero ancora quarantatré minuti più recupero.» borbottò qualcuno, sbirciando l’orologio, ma l’allegro caos tutt’intorno s’ingurgitò quelle parole come se nulla fosse e comunque sarebbero stati quarantatré minuti in più per divertirsi, non credi?

qualcuno in campo lo credeva davvero e, comunque, c’erano buone possibilità di segnarne un altro di goal, non credi anche questo?

infatti il secondo goal arrivò, al sessantaseiesimo minuto, ma nella porta imprevista. uno a uno e palla al centro. uno a uno e comunque pareggio, quindi successo del brasile, e la baldoria nello stadio continuò.

in tutto quel chiasso, le cronache narrano di un bel gol di pepe schiaffino, superstar dell’uruguay, su passaggio millimetrico di un piccoletto con il naso lungo e appuntito: tale alcides ghiggia, che i festosi e i festeggianti probabilmente non avevano mai sentito nominare. se non che lo stesso schiaffino, qualche minuto più in là, pensò di fare cosa gradita a restituire il favore al compagno e, con una bella azione in velocità, servì ad alcides un pallone a dir poco invitante, che ghiggia accolse, ringraziando, con una pedata nell’angolino. bravo piccoletto! ce ne vorrebbero di più, di pedate così.

il silenzio calò sul maracanã. duecentomila silenzi rotondi, che nemmeno giotto ha mai sentito un silenzio così, a circondare il campo e tutti i suoi giocatori. alcides ghiggia e i suoi compagni, increduli delle loro prodezze, erano indecisi se festeggiare come bambini oppure no, visto che c’erano ancora undici minuti da giocare e può succedere di tutto, in undici minuti. i brasiliani, increduli, affranti, non sapevano che faccia fare per recuperare il sorriso e farlo recuperare anche ai tifosi lassù. con terrore guardavano il pallone in fondo alla rete; con angoscia e sgomento guardarono il cronometro, con quegli undici minuti ancora da giocare, che sono pochissimi, se si deve recuperare un goal.

fino al fischio finale il risultato non cambiò più. l’uruguay aveva vinto la partita e la coppa e per il carnevale si sarebbe dovuto aspettare quello vero, non prima di febbraio. un omino con il naso lungo e appuntito aveva rovinato ogni festa e nel centro del centro del mondo ora c’era lui: alcides ghiggia e i suoi inattesi compagni campioni. acchiapparono la coppa, fecero un rapido cenno di ringraziamento e se ne tornarono a casa, che una festicciola magari l’avrebbero organizzata anche per loro. neppure la banda suonò, al maracanã: affranti com’erano anche i suonatori non se la sentivano più, né avevano fiato per soffiare nella tromba senza stonare.