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questo racconto è tratto dal libro gli streghi

quest’estate magari trovo un pianeta lontano dove andarmene in ferie...

sul pianeta plonk

la vita non era facile sul pianeta plonk, intorno alla stella plenk, nella galassia plunk, dove il giorno durava ventiquattro mesi, la notte ventiquattro minuti e gli orologi facevano cucù, non perché erano orologi a cucù, bensì perché se volevi sapere l’ora, cucù che te la dicevano... nessuna sorpresa, quindi se plink48, figlio di plink24, nipote di nonno plink12, bisnipote di plink6 e via così fino al tempo dei tempi... nessuna sorpresa – dicevo – se plink48 un giorno prese e se ne andò in giro per l’universo alla ricerca di un posto migliore, di un divano dove pisolare un po’ o semplicemente di un pianeta dove gli orologi non facessero cucù a qualsiasi ora, senza dirti quale fosse, di queste ore qualsiasi...

arrivò sulla terra in meno di un millennio di viaggio e poco di più ci impiegò per trovare parcheggio sotto un pino. per rilassarsi un po’ si fece una doccia lungo la spiaggia, ma il colore verde smeraldo della sua pelle, le sue sette braccia, i tredici occhi e le orecchie sotto le ascelle attirarono inesorabilmente gli abitanti del luogo, che subito accorsero per non perdersi la novità, che non restò novità molto a lungo, non tanto perché diventò vecchia, quanto perché plink48 ben presto salutò tutti con un sorriso, saltò sull’astronave, sempre sotto il pino, e arrivederci ai terrestri.

già che si trovava nel sistema solare, plink48 fece un salto sulla luna, dalle parti del mare della tranquillità, con la terra laggiù sull’orizzonte, che era una meraviglia. oltre a quello non è che sulla luna ci fosse molto altro con sui sollazzarsi, a parte una bandiera a stelle e strisce e le impronte di un tipo – tale apollo11, pareva chiamarsi – che però chissà ormai che fine aveva fatto.

si recò quindi su marte, dove ogni cosa intorno era rossa: le rocce rosse, le montagne rosse, la sabbia rossa, le pianure rosse, le vallate rosse. pure i limoni, se su marte ci fossero stati limoni, sarebbero stati rossi e qualcuno li avrebbe confusi con le banane, rosse pure loro. la prima cosa che gli venne in mente fu di giocare a tennis, con quella terra rossa dappertutto, ma vallo a trovare qualcuno con cui palleggiare... e le palline gialle gialle, sarebbero state rosse anche loro, come i limoni gialli gialli, ma rossi?! che poi su marte, pianeta più rosso che mai, non ci fosse nemmeno un pesciolino rosso, era davvero una cosa molto strana e probabilmente fu proprio per questo che plink48 decise di riprendere il giro e andarsene anche da lì.

arrivato su saturno, plink48 si sedette sul trentaduesimo anello, partendo dall’ottantaquattresimo, che sarebbe stato quindi il centosedicesimo, invece era il trentaduesimo e nessuno sa perché. ma non è che uno si fa tutta quella strada per arrivare fin su saturno e poi si mette a disquisire sul numero civico degli anelli... quindi cominciò a saltellare in equilibrio sull’anello come una ginnasta sulla trave, facendo attenzione a non cadere né di qua, né di là, altrimenti sai che figura?! tutto saturno avrebbe riso di lui... e poi l’anello lo fece ripensare alla sua fidanzata osvalda, che se avesse visto quanti ce n’erano, di anelli, lassù, non avrebbe saputo quale scegliere e alla fine avrebbe chiesto in dono degli orecchini o un braccialetto. ma non si è mai visto un pianeta con gli orecchini o i braccialetti, nel sistema solare né altrove, quindi plink48 fu felice che l’osvalda non fosse lì con lui in quel momento e ne sentì un po’ meno la mancanza.

andò su venere, il viaggiatore intergalattico plink48, su mercurio, su giove e su nettuno e in tutti questi posti trovò qualcosa di interessante, qualcosa di strano e qualcosa per cui alla fine se ne andò, come quando, al largo di plutone, saltò a bordo di una cometa di passaggio e si lasciò trasportare chissà dove. visitò sirio e vega, la galassia andromeda e il pianeta birillo, la costellazione di orione e quella della caffettiera, e ogni volta che si fermava qua o là, almeno una piccola parte del suo pensiero tornava al suo pianeta plonk, intorno alla stella plenk, nella galassia plunk, a nonno plink12 e alla bella osvalda. fu per questo che un giorno, verso le due del pomeriggio, plink48 girò la sua astronave, salutò terrestri, venusiani e caffettieri e fece ritorno al suo amato paese, dove la vita sarà stata anche dura, gli orologi continuavano a fare cucù, ma era comunque il suo paese e nessun altro luogo nell’universo era bello come lui.

trascorsero altri mille anni e finalmente arrivò, parcheggiò sotto un mirtillo gigante, fece un lungo sospiro, un respiro profondo, poi una giravolta, la fece un’altra volta, guardò in su, guardò in giù, quindi suonò il campanello e, appena aprì, diede un bacio all’osvalda, che non se lo sarebbe dimenticato per il resto della vita.

«è pronto il caffè?!» esclamò, saltando sul divano.

intorno a lui ogni cosa era come quando l’aveva lasciata: il libro sul tavolo, il gatto sotto il tavolo, i giorni di ventiquattro mesi, le notti di ventiquattro minuti e gli orologi a fare cucù a qualsiasi ora, senza mai sapere quale fosse, di quelle ore qualsiasi. però vuoi mettere la differenza? duemila anni prima, plink 48 mica era ancora stato sulla terra, a farsi una doccia lungo la spiaggia... non era stato su venere, né su marte, non aveva seguito le tracce di quel tale apollo11, non aveva saltellato sugli anelli di saturno, che almeno uno poteva portarlo all’osvaldina...

ogni cosa era come prima, ma nulla era come allora e questa cosa a plink48 fece un po’ tremare le gambe. o forse era solo l’effetto del caffè... plonk era decisamente il posto più bello del mondo, con tutti i suoi difetti e le sue difficoltà; il sorriso di osvalda era più bello che mai e se un giorno avesse deciso di rifarsi un giro chissà dove di sicuro ci sarebbe andato con lei, così, insieme, sarebbero finalmente tornati a casa.