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questo racconto è tratto dal libro ventimila leghe sopra i cieli

cè chi è fatto così e chi è fatto cosà

sei uomini e un marziano

un tedesco, un francese, un inglese, un italiano, un americano, un giapponese e un marziano si trovarono una sera alla trattoria del sole, lungo la via del latte. si salutarono con cortesia, quindi si accomodarono a una tavola rotonda, per raccontarsela un po’, sgranocchiando qualcosa per stuzzicare l’appetito.

«noi tedeschi – prese la parola il tedesco – siamo alti e biondi, siamo tipi precisi e indossiamo i sandali.»

effettivamente il tedesco era sia alto, sia biondo e gli altri sei fecero sì con la testa, sbirciando verso il basso per verificare che indossasse i sandali. quanto alla precisione non si poteva sapere, ma non c’era nemmeno motivo di pensare che non fosse così.

«noi francesi – intervenne il francese – siamo eleganti e abbiamo la erre moscia, siamo bravi a fare il vino e abbiamo i cuochi migliori del’intera galassia.»

il tedesco pensò che la erre moscia ce l’aveva anche lui, ancorché un po’ diversa; l’italiano pensò che nessun cuoco al di là delle alpi faceva una pizza come al di qua, ma alla fine tutti fecero di nuovo sì con la testa, perché il francese era davvero molto elegante e magari avrebbe offerto a tutti un bicchiere di vino.

«noi inglesi – fu il turno dell’inglese – abbiamo inventato il gioco del calcio e del rugby, teniamo la bombetta sulla testa e se succede qualcosa non perdiamo mai la calma.»

l’americano pensò subito che loro avevano inventato il basket e la pallavolo, ma se lo tenne per sé, che pareva brutto rinfacciare le cose. quanto alla bombetta sulla testa era davvero così e la calma molto british già si intuiva dal tono flemmatico della frase. e di nuovo fecero tutti sì con la testa.

«noi italiani – strillò l’italiano – siamo artisti, santi, poeti, navigatori. ci piace mangiare e stare in compagnia e abbiamo il sole più bello del mondo.»

il tedesco, il francese, l’inglese, l’americano e il giapponese avrebbero anche aggiunto che gli italiani sono chiassosi, confusionari, disordinati, ma forse faceva tutto parte dell’essere artisti e comunque sul sole nessuno osò dire alcunché.

«noi americani – esclamò l’americano – siamo grandiosi, siamo andati sulla luna, abbiamo le strade a diciotto corsie e gli hamburger alti quaranta centimetri.»

uno dopo l’altro i sei alzarono lo sguardo verso la luna lassù, che pareva quasi fare sì con la testa anche lei, quindi non ci fu proprio discussione.

«noi giapponesi – sussurrò il giapponese, quasi timoroso di prendere la parola – siamo operosi, siamo tecnologici, siamo timidi, indossiamo il kimono, mangiamo il sushi e i nostri ciliegi in fiore sono più belli che mai.»

tutto vero, tutto innegabile, tutto degno di un sì con la testa, che i sei intorno al tavolo fecero senza esitare un istante.

«e voi?» il tedesco chiese al marziano.

«già, voi che tipi siete?» aggiunse il francese.

l’inglese, l’italiano, il giapponese e l’americano erano pronti per fare di nuovo sì con la testa.

«noi siamo sia biondi che mori – borbottò il marziano – rossi, castani...»

«ho detto che biondi siamo noi!» lo interruppe il tedesco, battendo il pugno sul tavolo, poi si alzò e, offeso, se ne andò senza nemmeno salutare. questa volta nessuno fece sì con la testa, ma i cinque rimasti volsero lo sguardo al marziano, invitandolo a continuare.

«beviamo l’acqua fresca – continuò infatti – la limonata, la birra, il succo di mirtillo e ovviamente anche il buon vino. ottimo vino, addirittura...»

«il vino no! – questa volta fu il francese a interrompere – no, no e no!» e anche lui si alzò e arrivederci. anzi, au revoir.

«giochiamo a basket, a rugby, a calcio e a pallavolo e se perdiamo la partita non perdiamo la calma...»

«come sarebbe, il calcio?!» sbottò l’inglese, che al contrario di tutti gli altri inglesi questa volta la calma la perse, diventò rosso per la rabbia e se ne andò.

«ci piace l’arte, la musica, la poesia...» continuò tranquillamente il marziano, come i tre rimasti fossero sei. ma anche i tre non restarono tre a lungo, perché l’italiano si mise a ridere a crepapelle.

«l’arte – si sganasciava – cosa vuoi che ne sappiano questi dell’arte?» e anche lui abbandonò il tavolo.

«siamo andati sulle lune di giove...»

«sulla luna no! – si arrabbiò l’americano – lassù solo noi!» e goodbye.

«abbiamo i fiori di mandorlo, di arancio, di magnolia, di tutte le piante del mondo, compreso il ciliegio.»

alla parola ciliegio, suo malgrado anche il giapponese si risentì. salutò con un inchino e uscì.

fu così che alla trattoria del sole, lungo la via del latte, il marziano era rimasto solo al grande tavolo rotondo, con sei sedie vuote accanto alla sua. però non aveva ancora finito, quindi continuò a parlare, come se nulla fosse.

«siamo alti, bassi, belli, brutti, grassi magri, chiari, scuri, un po’ blu, un po’ verdi, un po’ viola... – ormai non c’era più nessuno che lo interrompeva e il marziano parlava, e parlava, e parlava... – abbiamo i capelli lunghi o corti, lisci o ricci, il naso all’insù o a patata, le orecchie a punta o rotonde, con le lentiggini, senza lentiggini, abbiamo gli occhi grandi o piccoli, celesti o verdi... siamo fatti così, siamo fatti cosà, che due uguali non ce né e se davvero devo dire come siamo non ce la faccio proprio.»

«però so cosa non siamo: – continuò il marziano – noi marziani non siamo marziani per nulla, perché non è da marte che veniamo, ma da qualsiasi altro cantuccio sperduto nell’universo.»

«siete voi che ci chiamate marziani.» sottolineò.

«allora anch’io vi chiamerò terrestri – concluse – non tedeschi, o inglesi o qualsiasi altra cosa. così diversi tra voi, da apparire tutti uguali ai miei occhi, un po’ come noi.»

e se ne andò anche lui.