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questo racconto è tratto dal libro canzoni sotto il banco

chissà cosa c’è, oltre l’orizzonte...

al di qua dell'aldilà

fortuna volle che il posto di valentina, in classe, fosse in seconda fila all’estrema sinistra, accanto alla finestra che, essendo al terzo piano, non permetteva a nessuno di sbirciare all’interno, ma le spalancava la vista verso occidente. soprattutto durante alcune lezioni, che cominciavano sempre troppo presto e finivano sempre troppo tardi.

non era un posto ambito, quello vicino alla finestra: troppo in vista per non essere notati, troppo al sole per non avere caldo, troppo lontano dalla porta d’uscita, troppo troppe cose, ma a valentina piaceva e, senza la via di fuga per il suo sguardo, l’anno scolastico non sarebbe stato lo stesso.

cominciò dal primo giorno a guardare fuori: vedeva un albero pieno di foglie, un tiglio, e tra i rami immaginava una piccola società popolata da fringuelli, capinere, ragni e insetti vari. il secondo giorno guardò oltre il tiglio e vide una vecchia casa, che un tempo doveva essere stata accogliente e signorile e adesso era cadente e disabitata. il terzo giorno lanciò lo sguardo oltre la vecchia casa dietro al tiglio, lasciandolo sgusciare attraverso le finestre spalancate e le crepe. notò la luce rossa del semaforo e pensò che, pur passandoci accanto ogni mattina, non l’aveva mai vista così brillante. continuò così, quasi in un gioco, a guardare oltre il tiglio, oltre la casa, oltre il semaforo, oltre la chiesa, di cui si vedeva solo parte del campanile, oltre il palazzo più alto della città.

ogni giorno un po’ più in là.

alla fine della prima settimana le cose da vedere finirono, o vennero nascoste da ciò che ingombrava davanti. ma valentina sapeva che dietro al palazzo c’era il negozio di musica e nella vetrina il sassofono che tanto le piaceva. sapeva anche che dietro al negozio c’era un campo da tennis e dietro il campo scorreva il fiume. lo sapeva e allora, giorno dopo giorno, guardando il tiglio e oltre, aggiungeva a ciò che vedeva ciò che sapeva esserci, immaginandolo a occhi socchiusi e in pochi mesi, passo dopo passo, lo sguardo della memoria arrivò fino in periferia, alla vecchia fabbrica.

oltre la fabbrica, ormai dismessa, non c’era mai stata. più o meno sapeva che c’era un campo di grano e oltre il campo un frutteto, fino ai piedi della montagna. il gioco le piaceva e, giorno dopo giorno, aggiunse alle cose che vedeva e a quelle che conosceva, quelle di cui aveva sentito, ascoltando qualche racconto, leggendo qualche giornale o – perché no – studiando sui libri di scuola, che in fondo era sempre lì che si trovava.

oltre la montagna c’era una valle, oltre la valle una vasta pianura e la grande città, dove forse prima o poi sarebbe andata a vivere. oltre la città c’era l’aeroporto, le colline con i vigneti e il confine nazionale.

verso metà anno il gioco di valentina l’aveva portata a parigi che, a pensarci bene, era davvero dietro il tiglio, proseguendo verso occidente, bastava non aver fretta di arrivare. e chissà se anche i tigli di parigi hanno fringuelli e capinere sui rami... oltre parigi il suo sguardo arrivò nelle campagne e poi su, verso i pirenei, i paesi baschi, di nuovo valli, di nuovo città, di nuovo strade e fiumi e ponti e confini e case e ricordi e racconti e luoghi immaginati.

quando arrivò l’ultimo giorno di scuola, con i compagni elettrizzati ad aspettare la campanella per la fuga verso l’estate, valentina si ritagliò del tempo e si affacciò alla sua finestra, ripercorrendo con la memoria tutta la strada che aveva fatto oltre il tiglio, la casa e il semaforo, che era di nuovo rosso. nel suo viaggio lungo un anno era arrivata fino a uno scoglio, da cui si affacciava sull’oceano, con le onde che le inzuppavano i piedi, spruzzo dopo spruzzo.

la fitta nebbia le impediva di guardare oltre, né di intuire il confine tra terra e cielo.

era finisterre, luogo di cui varie volte aveva rubato qualche ricordo a chi vi era stato davvero. se l’immaginava più o meno così.

un po’ le dispiacque non poter tornare il giorno dopo, per proseguire il viaggio oltre la fine di tutte le terre, verso l’ignoto più ignoto, ma correndo incontro all’estate era felice anche lei, come i suoi compagni senza finestra, certa che l’anno successivo la nuova aula le avrebbe comunque offerto un pezzo di vetro accanto al quale accomodarsi, per cominciare un nuovo viaggio verso chissà dove.