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è dall’inizio del millennio che ogni giorno qualche astronauta guarda giù dall’oblò della stazione spaziale internazionale. il primo modulo della nostra casa volante fu lanciato il 20 di novembre del 1998

in fondo a destra

la casa del mio amico vinicio era piccola così: poco più grande di una roulotte, con la cucina, il letto ed il vicì tanto vicini, che quando lo andavo a trovare non facevo mai più di tre passi e sbattevo contro la finestra o contro il comò.

ci passai il pomeriggio per non so quanti anni, tra quelle quattro mura. la domenica capitava che ci trascorressi anche il mattino, e a volte mi fermavo a guardare il cielo nella stanza , immaginando non so più cosa, ma se ci penso mi scende una lacrimuccia ed è meglio che non ci pensi più.

certo, senza il mio amico vinicio non sarebbe stata altrettanto bella, quella casupola improbabile, perché lui riusciva ogni volta a farla diventare un bastimento per l’america, dove trovar fortuna, oppure un sottomarino giallo, negli abissi profondi a ritmo di rock, o anche un dirigibile a spasso sopra il polo nord, se non addirittura una diligenza nel far west, con le rosse ombre degli indiani dietro la collina. e lo faceva in allegria, senza nemmeno il bisogno di dipingere le pareti che, piccole com’erano, tutto sommato lo avrebbero impegnato per meno di mezz’ora.

invece era il letto che diventava una valle solitaria, dove cavalcare con la fantasia, e il tavolo della cucina era l’ufficio all’ottantesimo piano di un grattacielo!

tu non sai quanto ero fiero che vinicio fosse amico mio e non di qualcun altro, anche se, a ben pensarci, io ero anche l’unico che lo badava, mentre gli altri… peggio per loro!

vinicio mi accoglieva salutandomi in mille lingue diverse, anche se ne conosceva a mala pena una, altrimenti cosa andavamo a scuola a fare?! a seconda che mi dicesse buenos dias o guten morgen, io già cominciavo a infilarmi nella sua ultima inimmaginabile trovata e mi lasciavo travolgere anche perché – parliamoci chiaro – era proprio per quello che andavo da lui ogni pomeriggio, mentre le poche volte che era lui a venire da me si finiva sempre per fare soltanto i compiti, e sai che divertimento…

oggi – guarda un po’ – il mio amico vinicio fa l’architetto e chissà in che bella casa abita, ma soprattutto chissà che belle case costruisce per i fortunati che poi le abiteranno, anche se…

anche se non sono mica sicuro che i fortunati sappiano di esserlo, così fortunati. già, perché, a pensarci bene, se la guardavi distrattamente, anche la casetta di quel dì non era nulla di speciale e a vederci, vinicio ed io dovevamo apparire come due matti scappati da non so dove. la fortuna va meritata e non tutti sanno intuire che in fondo a destra c’è sempre qualcosa di inaspettato.

io, invece, abito da qualche tempo nello spazio, in una casa grande come mille case di vinicio, fatta di metallo, con la vista più bella che ci sia. vivo lassù e ogni tanto, quando mi ritaglio un quarto d’ora di libertà, sbircio giù verso la terra e, se per caso in quell’istante transito sopra la mia vecchia città, non posso fare a meno di cercare, tra vicoli e stradine, la casa dei miei pomeriggi più belli. e di nuovo mi scappa una lacrimuccia ed è meglio non pensarci più.

però era bella, bella davvero, la casa del mio amico vinicio: era in via lattea, al numero zero.