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questo racconto è tratto dal libro piccola mappa delle paure

chi non ha mai sognato, almeno per un istante, di andarsene a spasso tra stelle e pianeti?

un passo fuori

era stato il suo sogno fin da bambino: fare il cosmonauta e volare libero nello spazio infinito. verso dove, chissà.

boris aveva letto e riletto le imprese di gagarin e della tereškova, di armstrong e aldrin, a bordo della mir o della stazione spaziale internazionale, di uno shuttle o di una sojuz. aveva una collezione di libri e di vecchie riviste, di filmati, di fotografie con autografo e senza, di bandiere, di patacche delle varie missioni, di cimeli più o meno tarocchi; aveva pure un poster sbiadito del cosmodromo di baikonur.

adesso toccava a lui stare lassù, con la testa nel casco e i pensieri dentro e fuori, a volare anche loro nello spazio infinito; quei pensieri che nemmeno sulla terra erano mai stati troppo soggetti alla forza di gravità.

adesso boris era lassù e dasvidania, goodbye.

com’era diverso da quando si lanciava dall’aereo e si lasciava cadere finché il paracadute non si apriva da solo, a mille metri dal suolo: lì si precipitava a mille all’ora con il fischio dell’aria tra i vestiti; qui ogni gesto era lento e silenzioso, in una sequenza di mille azioni da compiere, una dopo l’altra, studiate e provate negli anni di addestramento. una sequenza che gli impegnava e impregnava i pensieri, come i calcoli delle infinite mosse e contromosse per uno scacchista, quando è sufficiente sfiorare il pedone sbagliato per mettere a repentaglio la sorte di re e regina, con le loro torri, i cavalli e gli alfieri. il cosmonauta boris avrebbe potuto sganciarsi facilmente, con un tocco più o meno involontario, lungo il cavo d’acciaio che lo ancorava alla navicella, e cominciare ad allontanarsi, sorretto dal nulla.

la luce del sole era forte, con il nero tutt’intorno, senza l’azzurro del cielo, senza le nuvole. boris calò la visiera e per un attimo si lasciò andare. non hanno una lunghezza definita, gli attimi, soprattutto nello spazio aperto: alcuni sono un battito di ciglia, altri non se ne vanno più. come il vuoto, che non ha dimensione, è dentro e fuori di te, non lo puoi calcolare e forse questa è la cosa che più ti mette paura. quanto pesa, il vuoto? che forma ha? quant’è lungo? il suo suono è il silenzio? e quant’è forte, il silenzio? qual è il colore del vuoto? a ogni domanda boris si sentiva svuotare ancora di più dal vuoto tutto intorno, senza alcunché per provare a riempirlo, almeno in parte.

boris notò solo allora che conosceva le misure di tante cose, quasi meglio del loro nome: la lunghezza del fiume volga, quella della ferrovia transiberiana; il numero degli abitanti di san pietroburgo e quello delle partite giocate da jašin senza prendere un goal. la misura era un punto di contatto, un segno di amicizia, come quando cinque dita ne toccano altre cinque in una stretta di mano o in una carezza.

senza riuscire a dargli una misura, il vuoto intorno a lui era più vuoto e ogni somma sottraeva ancora. senza una dimensione il vuoto gli metteva paura e non c’era numero o formula che potesse correre in aiuto. nel vuoto non c’era spazio per nulla, e boris cominciò a sentirsi stretto in quello spazio infinito. via radio sentiva le voci vuote e gracchianti dei compagni all’interno della navicella e con parole altrettanto vuote rispondeva, meccanicamente e senza tono. nessuno parve accorgersi del momento di vuoto in boris, con la visiera abbassata a coprire il vuoto del suo sguardo.

finché non si vide un puntino nel nero, lontano. facendo un rapido calcolo e una triangolazione con alcuni astri di riferimento, fu abbastanza chiaro che quel puntino era saturno. di saturno boris conosceva ogni cosa: periodo di rotazione e di rivoluzione, numero dei satelliti, circonferenza degli anelli, distanza media dal sole... e questa sequenza di nozioni abbastanza inutili lo tranquillizzò, svuotando i pensieri dal pensiero del vuoto. con saturno laggiù, o lassù, il vuoto era stato incrinato e incuteva un po’ meno timore. per un po’ non ci avrebbe pensato e una volta a casa avrebbe riposto il vuoto di quel tempo infinito tra i suoi libri e le sue riviste astronomiche e astronautiche. tutto sommato non avrebbe occupato chissà quanto spazio.

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