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questo racconto è tratto dal libro canzoni sotto il banco

questa sera sai che faccio? vado al cinema!

il cinema al cinema

che ci faceva una civetta appollaiata sullo schienale della poltroncina fila elle numero quattordici? guarda un po’ proprio di fronte a quella fila emme numero quattordici, dove invece appollaiato ci stavo io...

certo non poteva fare ambarabàciccìcoccò, che per quello di civette ne servivano altre due e pure un comò, del seicento o moderno poco importa.

e sarà poi stata davvero una civetta, o piuttosto un barbagianni o addirittura un allocco? sfido chiunque a riconoscerne le differenze, ornitologi esclusi. ma se ci si pensa bene appare chiaro, lampante, evidente che un barbagianni al cinema non ci mette piede, né artiglio, e un allocco men che meno, altrimenti che allocco sarebbe?! una civetta invece sì e nel caso specifico era appunto appollaiata sullo schienale della poltroncina davanti a me. anche se sarebbe più corretto dire accivettata, che dare del pollo a una civetta è poco carino davvero.

con mosse felpate mi levai dalla emme quattordici – peccato, da lì lo schermo si vedeva così bene... – e saltando un paio di file mi accomodai sulla poltroncina fila i come incantesimo, numero quattordici, senza tanto preoccuparmi di impallare per bene la vista del film alla civetta di prima.

la quale, per altro, senza farsi eccessivi problemi, con un rapido battito d’ala svolazzò all’istante sullo schienale della poltroncina fila acca come oooh all’incontrario, numero quattordici, di nuovo a infastidire la mia visuale, dimostrando ulteriormente che una civetta è tutt’altro che un allocco.

l’unica fu spostarsi di nuovo, questa volta sulla gì quattordici, causando il suo volo sulla effe quattordici, il mio nuovo trasbordo sulla e quattordici e il suo sulla dì quattordici; io sulla cì quattordici, lei sulla bì e io, testardo, sulla poltroncina fila a numero quattordici, col naso talmente vicino allo schermo da avere l’impressione di entrare io stesso nelle scene del film.

e non è detto che fosse solo un’impressione...

la prima sensazione fu quella di un salto nel vuoto; per quanto, non avendo mai sperimentato un salto nel vuoto, non avevo nemmeno idea di che sensazione questo potesse provocare. il paragone, però, mi parve calzante.

passato il primo istante di inconsapevolezza, mi voltai nel tentativo di rendermi conto almeno di qualcosa e di lassù vidi, per la prima volta nella mia vita, la platea di un cinema intenta a guardare un film. cosa rara, al limite dell’unico, che nemmeno gli attori e gli interpreti proiettati di continuo sul telo bianco hanno mai vissuto, già che quando le scene si ripetono al buio, loro se la spassano in qualche villa sul sunset boulevard, non lontano dall’impronta delle mani e dei piedi con tanto di doveroso autografo, cementate di fronte al teatro cinese di hollywood.

così facendo, i divi di celluloide si perdono le coppiette appartate, cui tutto sommato del film importa ben poco, e sperano in cuor loro che l’intervallo non arrivi troppo presto; non vedono né sentono gli immancabili sgranocchiatori di pop-corn; i perditempo; i nostalgici e, qua e là, qualcuno persino intento a godersi il film.

la seconda sensazione fu anch’essa di un salto nel vuoto, ma questa volta, avendone appena sperimentato uno, ero tutt’altro che impreparato e presi il mio tempo per guardarmi accuratamente in giro, ignorando il pubblico in sala, soprattutto per non dar noia alle coppiette di prima. smack!

l’importante – pensai subito – era essersi tolti di torno la civetta impertinente che, per carità, volasse pure in piena libertà, ma ognuno per la propria strada.

poi mi lasciai avvolgere dalla luce, che in qualsiasi scena di qualsiasi film ha un fascino tutto suo. e a pensarci bene non potrebbe non essere così, che un film altro non è, davvero, se non un magico fascio di luce, dove il concetto di guardare e non toccare si sublima ineluttabile.

illuminato da questa scoperta lasciai libere le pupille di seguire il loro istinto ovunque le portasse: cosa rara, al cinema, dove invece lo sguardo viene segretamente guidato per costringerti a vedere alcune cose, intuirne altre e ignorarne altre ancora. ma io non più al cinema mi trovavo, pur avendo diligentemente pagato il biglietto, bensì nel Cinema, con tanto di cì maiuscola, e con questo capii anche l’importanza delle preposizioni, sempre care alla prof. di italiano.

abbagliato da tanta fantasticheria mossi i miei primi passi quasi fossi in un sogno, lasciando dietro le spalle ciò che fino ad allora era di fronte a me.

e con il solito rapido battito d’ala riecco la civetta che, in mancanza dello schienale di una poltroncina, mi si accivettò sulla spalla a mo’ di falco maltese.

vabbè, me ne sarei fatto una ragione.

la storia era cominciata e non era più il tempo delle distrazioni.

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