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questo racconto è tratto dal libro così per sport

era il 20 di gennaio del 1892 e nella palestra del liceo di springfiel si disputò la prima, primissima partita di pallacanestro, in nove contro nove, finita uno a zero, ma non si sa per chi

uno a zero per me

il professore chiamò il bidello e gli consegnò la lista di ciò di cui aveva bisogno per la lezione di educazione fisica del pomeriggio: per cortesia, che gli portasse in palestra un pallone bello gonfio, due grosse scatole, una scala, due puntine da disegno, un fischietto e il cronometro. per farne cosa, non lo svelò, ma certo non si trattava di matematica o grammatica, che la ginnastica è una cosa seria ed è da sempre la materia preferita dagli studenti di tutte le età.

i ragazzi della classe erano diciotto e il professore li separò, un po’ di qua e un po’ di là, in due squadre da nove, dimostrando che qualche rudimento di aritmetica si nascondeva anche nella sua materia e una semplice divisione per due non lo intimoriva affatto. chiamò a sé due di loro, li nominò capitani, li pose uno di fronte all’altro a far pari o dispari, per scegliere i propri compagni: lyman, john, eugene, edwin, william, thomas, frank, finlay e william da una parte; wilbert, i due george, raymond, ernest, genzaburo, benjamin, franklin e henry dall’altra.

il bidello si presentò puntuale, con ogni cosa richiesta... o quasi.

dai bordi del campo da gioco, il bidello lanciò il pallone, che rimbalzò molto bene sul pavimento e finì tra i polpastrelli del professore, cui consegnò anche le puntine da disegno, prima di perderle, bucare la palla o infilzarsi un dito. lui estrasse due fogli scritti in bella grafia e li appese da una e dall’altra parte del campo. una sotto l’altra aveva scritto in stampatello le tredici regole del suo nuovo gioco, badando bene alla sintassi e all’ortografia, dimostrando che nemmeno la grammatica gli faceva paura. e che ognuno si adeguasse, a quelle regole, altrimenti eran guai. infatti il bidello consegnò anche il fischietto, il cronometro e poggiò la scala alla parete, sospirando per il sollievo di essersi liberato di quel peso.

e le scatole?

le scatole non c’erano. o erano troppo grandi o troppo piccole e le uniche che più o meno potevano andare bene non erano uguali l’una all’altra, mentre al professore ne servivano due della medesima misura. però c’erano i due cesti, che in mensa servivano per contenere la frutta. detto, fatto: si rovesciarono le mele e l’uva sul tavolo, rubacchiando gli acini più succosi, e i canestri furono appesi alla parete, uno di qua e uno di là, alla bellezza di dieci piedi dal suolo, che poi sono tre metri e un gruzzolo. o un grappolo, vista l’uva di prima...

«teniamo almeno un paio di banane» suggerì il bidello «che sono ricche di potassio e fanno bene ai muscoli...» ma il professore fece finta di non sentire. nel perfetto centro del campo lanciò il pallone in aria e diede il via alla competizione.

non fu facile capirci subito qualcosa, né erano stati preparati schemi e tattiche per sconfiggere gli avversari.

lyman, trovandosi con il pallone tra le mani, lo avvinghiò per non lasciarselo sottrarre e cominciò a correre lungo la linea laterale, oltre la metà campo e via, a testa bassa e a tutta velocità, dando una spallata all’ultimo difensore e varcando entusiasta la linea di fondo. ma lo si deve capire, lyman: era il capitano della squadra di football e a quello lui pensava ogni volta che vedeva un pallone, anche se questo, tondo tondo, anziché ovale, gli risultò un po’ difficile da maneggiare.

passa di qua, palleggia di là, prova un trucco sotto le gambe, a un certo punto il professore fece notare che lo scopo del gioco era di lanciare il pallone dentro il canestro lassù, non certo di farsi belli davanti alle ragazze in tribuna, con magie da giocoliere. andò a finire che, al terzo tentativo, raymond frantumò una lampadina e si continuò a giocare nella penombra.

finché william non si trovò solo a pochi passi e un salto dal canestro. cercando di disfarsi del pallone in qualche modo, prima di essere aggredito dagli avversari, lo lanciò senza nemmeno prendere la mira e lo mandò a infilarsi bel bello nella cesta. il fischio del professore causò un attimo di titubanza, subito seguito dall’entusiasmo dei compagni. uno a zero per loro.

la palla, però, era rimasta lassù e proseguire la partita diventava difficile. di ciò se ne lamentò soprattutto la squadra in svantaggio, che si rivolse al bidello, appisolato in un cantuccio. ecco a cosa serviva la scala, pesante così. in due la tennero ferma, in altri due tennero fermi i due che la tenevano ferma, uno salì, traballando e gli altri quattro si misero intorno, pronti a raccoglierlo, qualora fosse precipitato da lì. invece lui infilò la mano nel canestro, afferrò il pallone e lo lasciò cadere in campo per scendersene, piolo dopo piolo, con un sorriso trionfale.

la partita riprese, ma il punteggio non cambiò più. a sera, i diciotto ragazzi e il professore si trovarono a mensa per discutere intorno a un tavolo della sfida, che non era una partita qualsiasi, bensì il primo, indimenticabile match di basket, nella storia dei canestri. e per dimostrare la propria soddisfazione, fu wilbert a sacrificare la propria mela di fine pasto e, anziché addentarne la freschezza, la lanciò dritta dritta nel canestro, tornato al suo posto nel refettorio, ma ormai destinato a ben più gloriosa carriera.

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