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anche oggi è l’8 marzo, e domani, dopodomani, dopodopodomani... e lo era anche durante il giro d’italia del 1924

vado a farmi un giro

«vado a farmi un giro!» esclamava l’esuberante alfonsina, saltando in sella alla sua sgangherata bicicletta e traballando sulla strada sterrata. che ci fosse il sole o la pioggia non faceva grande differenza per lei, che pedalava allegramente, su per le salite e giù per le discese, per tornarsene dopo qualche ora a casa, stanca ma soddisfatta.

negli anni venti di un secolo fa le biciclette non erano più gli antichi e improbabili bicicli, con un’enorme ruota davanti e una piccina dietro. tuttavia non erano nemmeno le sfreccianti due ruote moderne, che se non ti tieni ben forte al manubrio se ne vanno senza di te! erano pesanti venti chili, con le ruote che si foravano facilmente, allora bisognava portare con sé un paio di camere d’aria di riserva, fermarsi, smontare la ruota, gonfiarla, rimontarla e ripartire. le strade erano di terra battuta, che sotto un temporale diventava fango, piene di buche e cadere era facilissimo; quando erano lastricate di pietra, di pavé o di porfido, diventavano scivolose ed era difficile mantenere l’equilibrio.

però andare in bicicletta era una meraviglia e alfonsina, quando sfrecciava sul suo sellino, era una bellezza.

«vado a farmi un giro!» esclamò nella primavera del 1924, ma in pochi notarono che la g di giro era maiuscola e non minuscola. una differenza, così piccola, ma in realtà enorme.

partiva, di primo mattino del 10 di maggio il giro d’italia, corsa ciclistica per atleti veri, altroché. e alfonsina si presentò puntuale, per prendere il via con altri ottantanove corridori.

ecco che subito la differenza tra una ragazza e tanti maschioni era ben più evidente di una minuscola o un minuscola; ecco che chi non ridacchiò beffardo fece un’espressione imbarazzata e scandalizzata; ecco che gli organizzatori cercarono tra i cavilli del regolamento un motivo per non farla partecipare, ma niente.

partì anche lei, di primo mattino del 10 di maggio, per correre la prima tappa del giro d’italia, che da milano, scavallando gli appennini, avrebbe raggiunto genova, per i trecento chilometri più lunghi della sua carriera. poi a firenze, a roma, a napoli, a taranto, a foggia. e tra una fatica e l’altra un meritato giorno di riposo, per recuperare le forze e chiacchierare con gli ottantanove avversari. anzi, ottantadue, anzi, settantaquattro, anzi, sessantasei, anzi, cinquantatrè, anzi...

già, perché di tappa in tappa c’era sempre qualcuno, maschio, atletico e forte, che si ritirava, per una caduta, per un raffreddore o proprio perché non ce la faceva più. non alfonsina, che se non aveva le forze per arrivare prima, ne aveva senz’altro abbastanza per non essere ultima.

allora via, verso perugia, poi, bologna, poi fiume, poi verona e finalmente, nel tardo pomeriggio di sabato, 1 giugno, il traguardo finale di milano. primo arrivo un tale signor giuseppe, corridore esperto e bravo di sicuro, ma vuoi mettere con alfonsina?!

solo trenta biciclette completarono il giro, anzi, il giro con la maiuscola e tra esse quella traballante di alfonsina, accolta al traguardo da un boato e dalla banda della città.

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