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questo racconto è tratto dal libro così per sport

si corre in questi giorni il giro d’italia, come accade ogni anno, sin dal lontano 1909. nel 1957, per esempio...

quando scappa scappa

quando si trattava di pedalare in salita il lussemburghese charly gaul era felice e beato, come quando tu e io andiamo in discesa. leggero e scattante, soave e veloce, in piedi sui pedali della sua bicicletta, sulle alpi e i pirenei era il più forte di tutti. agile e svelto com’era, vederlo arrampicarsi sui tornanti di montagna era uno spettacolo, come se si stesse ammirando un cerbiatto o un camoscio. solo che un camoscio in bicicletta non lo ha mai visto nessuno, mentre charly gaul in cima a qualche colle sì.

tanto forte era, il nostro campione, che a volte arrivava talmente primo, da fare in tempo a prendersi un tè e due biscotti frollini, in attesa del secondo e del gruppo, via via fino all’ultimo. ovvio che più spesso che no finiva anche per acchiappare la maglia rosa del primo in classifica, che gli donava un aspetto più fascinoso che mai.

accadde anche durante quel giro d’italia quando, con l’aria frizzante del mattino a rinfrescare i muscoli e il profumo di frittelle nell’aria, si apprestava a cominciare tappa da capoclassifica. si partiva da como, lungo le fresche acque del lago, per raggiungere a sera il monte bondone, in trentino, dopo aver percorso senza paura salite arrancanti e discese in picchiata, discese senza fiato e salite senza fine, salite tutte curve, salite, salite e ancora salite. una pacchia.

accadde però che, ai piedi di una splendida montagna, con ancora un po’ di neve rimasta lassù dall’inverno, charly sentì un bisogno... era il bisogno del bisogno: ci siamo capiti, vero? proprio quel bisogno lì. solo che il traguardo era di là da venire e difficilmente sarebbe riuscito a resistere fino allo striscione d’arrivo e al bagno dell’albergo. e il sellino della bicicletta non è certo un trono del vicì! che fare?

gaul si guardò a destra e a sinistra: c’erano avversari sia di qua che di là, che gli pedalavano accanto, senza staccarsi di un centimetro. poi si guardò indietro e anche lì un nugolo di pedalatori lo seguiva senza perderlo di vista. non ti dico l’imbarazzo... davanti, invece, non c’era nessuno, ma la strada si faceva stretta e cominciava a inerpicarsi, verso l’ultimo passo lassù.

a quella vista un sospiro di sollievo rasserenò il campione, certo che alcuni di quegli sguardi indiscreti si sarebbero ben presto staccati. tuttavia il bisogno restava e si faceva impellente e il problema pure. finché lungo la strada, dopo una delle tante curve, appesa al tronco di un larice apparve l’insegna inattesa e insperata di una bella trattoria, affollata da tifosi festanti che, nell’attesa del giro, aveva ordinato antipasto per tutti, primo, secondo, contorno, dolce, caffè e ammazzacaffè. non se ne trovano più, lungo le strade, di trattorie come quella.

charly sorrise e prese una decisione strategica: con due mosse sul manubrio frenò improvvisamente la sua bicicletta e si fermò proprio davanti all’entrata. la appoggiò al muro, chiedendo a un avventore la cortesia di badarla un po’. tra gli sguardi sorpresi ed entusiasti entrò nel locale e si fece indicare il bagno, che dev’essere stato in fondo a destra, come tutti i bagni del mondo. lì dentro si chiuse e, fischiettando, il bisogno svanì.

scampato il pericolo, la maglia rosa era finalmente tranquilla: ora avrebbe potuto affrontare la salita libero da ogni impiccio. e che impiccio! si lavò ben bene le mani; già che c’era si sciacquò la fronte dal sudore di tre quarti di tappa, poi si fermò al bar: si lasciò servire un bicchiere fresco di acqua e limone e, perché no, anche un buon caffè. firmò un autografo a un marmocchio tifoso, si lasciò fotografare dallo zio di non so chi e alla fine tornò dalla sua bicicletta, che lo aspettava lì fuori.

un ultimo saluto con la mano alla folla festosa e il campione charly gaul si rimise a pedalare sulle sue salite, solo che, guardandosi a destra e a sinistra non c’era più nessun avversario né di qua né di là. si guardò alle spalle e anche lì il vuoto.

i casi, a questo punto, erano tre:

aveva sbagliato strada, ma no, con tutti quei tifosi lungo il percorso era impossibile davvero; oppure era primo, in fuga solitaria, cavalcante verso la vittoria e la gloria, ma no, con gli avversari a pochi centimetri da lui fino alla trattoria; allora non poteva che essere ultimo, staccato di quanto, non so. guardò avanti a sé e i suoi avversari erano ormai talmente lontani che non si riuscivano a scorgere, nemmeno aguzzando la vista.

tanto la strada è in salita, deve aver pensato, e quando la strada era in salita tutti sapevano che il più forte era lui. già, lo sapevano però anche e soprattutto i ciclisti avversari, il secondo, il terzo e il quarto in classifica che, a vederlo correre verso il bagno della trattoria, non credettero ai propri occhi e, moltiplicate le forze, scattarono con più energia che mai e ciao ciao, amico charly.

sulla linea del traguardo, in cima al monte lassù, il campione venuto dal lussemburgo arrivò con dieci lunghi minuti di ritardo. ma quanta pipì gli scappava?!

vincitore di tappa fu lo spagnolo miguel poblet e la maglia rosa, cronometro alla mano, passò sulle spalle di gastone nencini, che la accettò volentieri e in albergo trascorse mezz’ora davanti allo specchio, perché non ci credeva nemmeno lui.

e gaul? al traguardo di milano, che qualche giorno più tardi concludeva il giro intero, fu solamente quarto, poveretto. ma una cosa quel giorno l’aveva imparata e difficilmente l’avrebbe mai più scordata: quando scappa, scappa, questo lo sanno anche i bambini, ma se si va in bici, quando scappa va a finire che poi scappano anche gli avversari e chi li piglia più?!

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