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ogni tanto lassù in cielo si scopre un nuovo pianeta. e tra un pianeta e l’altro resta il tempo per mangiarsi un panino

il panino spaziale

un giorno, verso metà pomeriggio, il giovane scienziato sentì un languorino a metà strada tra le papille gustative e la bocca dello stomaco. si guardò intorno alla ricerca di qualcosa da azzannare, ma più che un microscopio e il cranio di un brontosauro non trovò e microscopi e scatole craniche, lo sanno anche i pizzaioli, sono poco digeribili.

sospese quindi l’esperimento in cui era impegnato ormai da qualche settimana, e se ne andò in cucina fischiettando, per sbirciare nella dispensa.

nel frigorifero, fortuna sua, non c’era un microscopio né un reperto dell’era glaciale, ma non c’era nemmeno mezzo pollo arrosto o una bistecca impanata. solamente qualche fetta di pane da toast, burro d’arachidi di marca superpippo e nulla più.

senza lasciarsi prendere dallo sconforto, il giovane scienziato raccattò una grossa fetta di pane, dallo spessore di un centimetro esatto, estrasse un coltello dal cassetto e si accomodò a tavola per la sua succulenta merendina. siccome, per quanto giovane, era pur sempre uno scienziato, cominciò a far scricchiolare le rotelle dei suoi pensieri, mettendo in moto chissà quale trovata astrofisica.

se la mia bella fetta di pane – pensò – la taglio a metà e sovrappongo le due semifette, ne ottengo un panino dal doppio spessore, due centimetri, per la precisione, più gradito alle fauci. il ragionamento non faceva una grinza.

se poi il panino lo taglio una seconda volta e sovrappongo di nuovo, ottengo un sandwich di quattro centimetri, gustoso assai. corretto di nuovo.

e se taglio il sandwich una terza volta e sovrappongo? otto centimetri! esclamò con gioia. e poi sedici, che il panino diventa un panone e si fa difficile da mordere. figurati se ne faccio uno da 32 centimetri... o sessantaquattro!

il giovane scienziato, preso dall’entusiasmo si era quasi dimenticato del luanguorino che lo aveva condotto fin lì. alzò lo sguardo al soffitto, a due metri da lui e pensò a quante volte avrebbe dovuto tagliare e sovrapporre per ottenere un panino alto fin lì. anzi, alto dieci metri o poco più, come il punto più elevato del tetto.

dieci metri – dirai tu – ti tocca tagliare mille volte! e la stessa cosa pensò lui, che cominciò a scrivere strane formule sul tovagliolo, tra una macchia di maionese e una sbavatura di caffè.

sorpresa delle sorprese, anche rifacendo il calcolo più volte, ne uscì che mille erano davvero troppe volte. troppissime, direi!

allora cinquecento? troppe di nuovo.

cento! troppe.

vabbè, venti. troppe ancora. i numeri son numeri, perbacco, e se taglio e sovrappongo una fetta di pane dallo spessore di un centimetro, mi basta farlo dieci volte appena per arrivare alla cima del tetto. dieci metri e ventiquattro centimetri, per scientifica precisione.

rapito dall’entusiasmo per la scoperta, il giovane scienziato continuò a far di calcolo e rimase sbalordito all’idea che al ventesimo raddoppio il suo panino sarebbe stato di un bel po’ più alto del monte everest e al trentacinquesimo avrebbe sfiorato la luna.

trentacinque, non un milione di miliardi!

il cervello del giovane scienziato elaborava dati con tale intensità, che pareva uno svincolo dell’autostrada e ormai era difficile mettergli un freno. al quarantaquattresimo taglio il suo panino raggiunse il sole, abbrustolendosi anche un po’; al quarantasettesimo si era già oltre giove, e al cinquantesimo ai confini più lontani del sistema solare, con nettuno, plutone, le comete e tutto il resto.

il giovane scienziato rimase per un istante in allibito silenzio. poi posò lentamente la matita, rimise il pane in frigorifero e il coltello nel cassetto e se ne tornò pensieroso al suo bel microscopio, senza aver sgranocchiato nemmeno una briciola. i casi sono due: o le scoperte più straordinarie fanno scordare l’appetito, oppure non c’era burro di arachidi a sufficienza.

© andrea valente
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