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volò più veloce della luce dal pianeta krypton alle pagine della rivista action comics, la prima fumettosa avventura di superman e, da quel 18 aprile del 1938, la luce vola veloce ancor di più

più veloce della luce

esiste un paese, disperso nel kansas, tanto piccolo da non trovar posto nemmeno negli atlanti più pignoli. tanto era minuscolo, quel paese, che il nome di smallville pareva persino troppo lungo, ma la parola small lo rendeva piccolo per definizione e andava bene così.

del resto succedono cose strane, nelle cittadine sperdute nel kansas, dove capita che un ciclone sollevi la casa di dorothy e del suo cane, facendola volare fino a chissà dove. cose così.

da qualche parte, però, oltre l’arcobaleno, pare che smallville esista davvero, o sia esistita, o esisterà. prendi un taxi e vai all’aeroporto, prendi un aereo e voli a new york, prendi una limousine e vai a grand central station, prendi il treno e vai a cleveland, prendi un greyhound e vai a metropolis, fai autostop e vedrai che qualcuno a smallville ti accompagnerà.

oppure parti dal pianeta krypton e ci arrivi più veloce della luce.

il problema, semmai, in un luogo così piccolo, è trovare parcheggio, ma ti sarà sufficiente sollevare un’automobile, spostarla e il gioco è fatto. e se fosse possibile farlo anche in città sarebbe il massimo.

però questa cosa astrofisica della luce che se ne va a spasso non mi ha mai convinto granché... oltretutto bisognerebbe essere più precisi e scientifici, perché più veloce della luce non è che voglia dire molto. meglio sarebbe affermare che si viaggia a una velocità superiore ai duecentonovantanovemilasettecentonovantadue virgola quattro cinque otto chilometri al secondo. poco importa se in salita o in discesa. e le dimensioni di smallville sono decisamente più vicine alla virgola, che a trecentomila.

a interrompere i miei pensieri elettromagnetici, nel pieno cuore della notte giunse una notizia a dir poco sconvolgente: una banda di arditi furfantelli stava tramando e intrallazzando per impossessarsi del ghiaccio del polo nord. tutto il ghiaccio, mica solo quattro cubetti per la limonata: da quello della groenlandia all’alaska, dalla siberia al canadà.

tutti, ma proprio tutti, volsero lo sguardo a un tal nonsochì, in cerca di conforto e di aiuto. chi fosse, questo nonsochì – lo dice la parola stessa – non lo so. so però che a lui, infastidito da tutta quella folla tra i piedi, di smallville in quel momento importava meno di zero virgola quattro cinque otto. avrebbe senz’altro preferito starsene cu-cu-cù co-co-cò con chi non so, ma lui sì. figurarsi quanto lo poteva interessare il polo nord, tanto più che lui stava dalla parte dei pinguini e di pinguini, lassù, non ce n’è mai stata traccia. andassero pure a protestare oltre il circolo artico, che lui finalmente avrebbe avuto un po’ di intimità.

la delusione per l’aiuto negato non fece comunque in tempo a raggiungere chicchessia, perché una seconda notizia arrivò come un fulmine a squarciare la notte, ormai irrimediabilmente insonne: un tal chissachì aveva fatto nonsoché dalle parti di non so dove.

nonsochì... chissachì... nonsoché... c’era di che confondersi per bene. questa volta anche l’animo del tipo fu scosso nel profondo. con espressione da attore drammatico si alzò in piedi lentamente, nel silenzio più assoluto; diede un bacio in fronte alla bella cu-cu-cù co-co-cò poi, rivolgendosi alla folla terrorizzata, rassicurò con tre piccole, semplici parole: “ci penso io.”

non ti dico l’emozione che cominciò a ribollire nel sangue di ognuno. nonsochì, oltretutto, sapeva che la sua eroica impresa avrebbe irrimediabilmente fatto scoccare la scintilla fatale nel cuore di lei. si appartò nella vicina cabina telefonica, che a quel tempo non c’era città che non ne avesse una a ogni angolo, estrasse con rapido gesto l’ultimo gettone e digitò, senza farsi vedere, il numero di suo cugino clark.

la conversazione tra i due durò pochi interminabili istanti, ma uscendo dalla cabina, con le pupille di tutti sgranate a fissarlo, di nuovo gli bastarono poche parole. due, per la precisione: “era occupato.”

come sarebbe, occupato?! e con chi aveva parlato, allora, sempre che abbia davvero parlato con qualcuno? ma soprattutto: con chi se ne stava al telefono, questo tal cugino clark, nel cuore pulsante della notte?

pianti, urla, strepiti e lamenti vennero interrotti dalla terza, definitiva notizia, ancorché più vaga delle altre due, senz’altro da verificare alla fonte, ricca di se e di chissà, di uomini volanti e di poteri soprannaturali, le cui voci cominciarono a inseguirsi nell’eccitazione di ognuno.

a clark nessuno più pensò. che ti importa di lui e di nonsochì, quando sei sulle tracce del ghiaccio artico e, soprattutto, di nonsoché? che se ne stesse a chiacchierare via cavo, se ne aveva voglia.

alla fine, ovviamente, ogni problema fu risolto e i colpevoli assicurati alla giustizia, con tanto di auto con le sirene rosse e blu. funziona così, nel lontano kansas. il merito avrebbe gradito prenderselo il commissario, ma la gente attribuì ogni cosa alle gesta eroiche di un fantomatico superuomo venuto dal pianeta krypton, che nemmeno copernico e keplero sapevano se piazzare intorno al sole o a rivoluzionare intorno a quale altro corpo celeste. e poi via, più veloce della luce!

all’altro capo del filo clark continuò la propria pacifica esistenza, ignaro di tutto, e nessuno badò più a nonsochì; nessuno, a parte lei, la bella che, per quanto ancora assonnata e sognabonda, gli si accoccolò amorevolmente, cu-cu-cù co-co-cò e buonanotte, con la luna lassù, il pianeta krypton chissà in quale sperduta galassia e il cuore di nonsochì a pulsare, più veloce della luce pure lui.

© andrea valente
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