
questa storia è dedicata a chi cambia spesso idea. anzi no...
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli

questo racconto è tratto dal libro piccola mappa delle paure
le paure sono tante, di coraggio ce n’è uno solo...
il coraggio di avere paura
si udì, improvviso, un sibilo nel cielo a squarciare le nuvole.
un botto sordo e un tremore sotto i piedi; una nuvola di polvere, poi più nulla.
zora, zlatan e zubin si guardarono negli occhi, cercando gli uni negli altri un cenno rassicurante, ma trovarono solamente altre pupille impaurite e smarrite. chi, tra loro, avrebbe per primo avuto il coraggio di sbirciare là fuori?
fu zora a farsi forza, sistemandosi la treccia e alzando la testa appena sopra il davanzale, lasciando apparire ai suoi occhi il giardino, pian piano, là fuori, in una sorta di nebbia di fumo e di sabbia.
«mio dio! – esclamò – i fiori della mamma...»
senza poter vedere, i due fratelli non sapevano cosa pensare. cosa c’entravano i fiori? ma, soprattutto, che le importava dei fiori?
il nespolo aveva alcuni rami spezzati, ma era ancora ritto sul tronco, ancorché i suoi mille frutti fossero ormai dispersi un po’ dappertutto, come se fossero fuggiti per la paura anche loro. sopra i fiori della mamma c’era un grosso affare di metallo, parzialmente conficcato nel terreno, precipitato probabilmente dallo spazio infinito e finito, chissà come, proprio nel mezzo del loro giardino.
«che tipo di aggeggio? – chiese allora zlatan – aggeggio non è una parola sufficientemente chiara per capirci qualcosa.»
era una sorta di grossa lavatrice, quell’affare, con tanto di oblò, ma di forma quasi conica. un po’ ammaccato, aveva resistito all’urto e a chissà quanti altri tumulti: era grosso abbastanza per poter ospitare al suo interno un essere umano, e vien da chiedersi perché mai un essere umano dovrebbe infilarsi in una lavatrice a punta.
ma l’oblò, cigolando, si aprì verso l’esterno, e un arto dopo l’altro uscì davvero un essere umano argentato, con la tuta e i guanti argentati, gli stivali ai piedi e il casco sulla testa. si guardò intorno attraverso la visiera argentata per farsi un’idea del luogo dove si trovava, finché incrociò gli occhi nascosti di zora, zlatan e zubin. da dentro il casco sorrise, ma nessuno se ne accorse, allora l’essere umano si sedette accanto al suo veicolo in giardino e attese.
«un marziano!» sussurrò zlatan. abbiamo sempre immaginato gli altri più o meno come siamo fatti noi. anche i marziani. e chissà se gli alieni pensano a noi terrestri come simili a loro.
«la mia bicicletta!» esclamò zubin, ingurgitando subito lo strillo per non farsi scoprire. però quei pezzi contorti di metallo che spuntavano tra l’erba bruciacchiata e l’aggeggio erano proprio quel che restava della sua bicicletta, riconoscibile ormai solo dal campanello, rimasto miracolosamente illeso.
l’essere umano si tolse il casco e il suo volto si mostrò, stanco ma sereno, rasserenando anche gli animi dei tre fratelli, che gli si avvicinarono fino ad accomodarsi sull’erba uno accanto all’altro e tutti insieme accanto a lui.
«i fiori della mamma...» borbottò zora.
«che paura» sospirò zlatan, anche se la paura gli stava pian piano passando.
«la mia bicicletta...» borbottò zubin.
«ciao» salutò l’essere umano, cosmonauta al rientro da chissà quale missione spaziale, finito fuori rotta quanto bastava per atterrare proprio lì. raccolse una manciata di nespole e riassaporò gli aromi e i profumi di casa, poi cominciò a raccontare.
«che coraggio!» si stupì zubin, ascoltando, incredulo, delle operazioni di lancio.
«che coraggio!» si entusiasmò zlatan, cercando di immaginare la passeggiata spaziale fuori dalla navicella, con il vuoto tutt’intorno.
«che coraggio!» esclamò zora, sbirciando i marchingegni di comando all’interno della navicella, mentre il racconto descriveva le fasi di rientro.
«ma non hai mai avuto paura?» domandarono i tre, all’unisono.
il cosmonauta sorrise, accarezzò il suo casco come se fosse un cucciolo da coccolare, diede un morso a una nespola, fece un profondo sospiro, poi sorrise ancora: «ho avuto paura in ogni momento» rispose, impaurendo un po’ anche i tre, ormai tranquilli.
«è la paura che mi ha tenuto all’erta – continuò – e quando ho smesso di aver paura e mi sono rilassato, sono finito fuori strada sopra i fiori della vostra mamma.»
«e sopra la mia bicicletta» puntualizzò zoran.
«senza paura – concluse l’essere umano venuto dal cielo – che me ne farei di tutto il coraggio che ho?»