
questa storia è dedicata a chi cambia spesso idea. anzi no...
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli

questo racconto è tratto dal libro canzoni sotto il banco
correva l’anno 2002 quando scrivevo questa cosa...
il concerto di guccini
nel gruppo di amici le canzoni di guccini facevano parte della colonna sonora delle nostre giornate, e soprattutto delle serate in riva al mare. il fatto che siano facili da suonare anche per chi, come me, spesso fa a botte con la chitarra, non è secondario. comunque la sua musica al ritmo delle onde è un’esperienza.
una sera antonio ci raggiunse intorno al falò con un certo ritardo, tanto che ormai il tramonto se l’era perso. ma arrivò di corsa, saltando sulla sabbia con i jeans arrotolati al ginocchio, le scarpe in una mano ed una pagina di giornale nell’altra. man mano che si avvicinava si vedeva sul suo volto l’espressione delle buone notizie.
il maestro avrebbe fatto un concerto proprio lì da noi. beh, non esattamente da noi, ma nella città vicina, che la spiaggia non ce l’ha, ma una parvenza di stadio sì.
tutti d’accordo nel dire ci sarò, subito cominciammo ad organizzare la spedizione. lo stesso antonio, l’unico con la patente, ci avrebbe portato e, insistendo un po’, lo avremmo senz’altro convinto a fare più viaggi per caricarci tutti. appuntamento alle sei davanti al solito bar. non dentro, altrimenti avremmo fatto tardi.
ragazzi, un concerto di guccini! senza onde, vabbè, ma con lui in persona! sarà vero che si porta il lambrusco sul palco?
quella sera, a casa, non dissi nulla ai miei, ma corsi a letto e cominciai a sognare ancora prima di addormentarmi.
le ore di scuola, già noiose per conto loro, diventano insopportabilmente lunghe quando altri pensieri occupano la mente ed io avevo il mio bel daffare nel cercare di conciliare il banco e guccini.
ma il mattino è una sorta di grillo parlante e sembra abbia un conto aperto con le illusioni della sera prima. e più l’alba si allontanava, più mi sembrava insormontabile l’ostacolo che mi separava dal concerto. anzi, gli ostacoli, perché di genitori ce ne sono due.
pensavo di aver rimosso la fatica che avevo fatto l’anno prima per ottenere il permesso di andare in spiaggia di sera: cioè a cento metri da casa fino alle dieci, mica chissà che cosa. adesso, per convincerli a lasciarmi andare, avrei dovuto usare tutte le armi in mio possesso, e probabilmente non sarebbero bastate. li avrei anche pagati, ma le quattro lire che avevo in tasca mi servivano per il biglietto. certo, scavalcare non sarebbe stato un problema, ma quel pezzo di carta lo volevo incorniciare.
tornai a casa e, per prima cosa, rimisi in ordine la mia camera, lasciando la porta aperta, in modo che quei due se ne accorgessero.
poi decisi il piano di azione: inutile tirarla troppo per le lunghe; avrei agito la sera stessa.
a cena aiutai ad apparecchiare, ma non troppo spudoratamente: chiacchierando con la mamma appoggiavo qua e là i piatti e le posate. poi, mangiando, parlai della scuola e degli ultimi voti che, per fortuna, erano buoni, altrimenti avrei ovviamente taciuto. cercai di portare il discorso sul futuro, su cosa avrei voluto fare da grande, sperando che si accorgessero che ero già grande.
poi cercai di svariare sui loro tempi che furono, perché in fondo guccini ha più o meno l’età loro. anagrafica, intendo, perché il vecchio è sempre un ragazzo.
restai a tavola anche mentre si facevano il caffè. per una volta la playstation poteva aspettare.
in tutto questo tempo cercai di intuire il loro umore, che è sempre la chiave di tutto. forse quello era il momento giusto. in un attimo di silenzio, di quelli tipici dell’ora del caffè, feci un respiro profondo e, aggrappandomi forte alla sedia dissi in un sol fiato: «possoandarealconcertodiguccini?»
e ancora:
«civannotuttigliamicidellaspiaggia.»
poi attesi, cercando di non incrociare il loro sguardo. ero pronto alla fuga o, qualora avessi incrinato le loro anime, ad un secondo attacco.
credo che si rimbalzarono uno sguardo, ma di questo non ne sono certo, perché, appunto, non li guardavo, poi la mamma, a nome di entrambi, disse:
«va bene.»
ovviamente rimasi di sasso, per cui lei trovò tutto il tempo per dirmi che quella sera anche loro sarebbero usciti ed avrebbero fatto tardi, quindi di non preoccuparmi se, tornando, non li avessi trovati a casa.
non potevo crederci, ma mi guardai bene dal dire alcunché e mi rintanai in camera prima che potessero ripensarci.
non è giusto, pensai mentre cercavo di rimettere la camera in un disordine accettabile: uno spreca tonnellate di energie psicofisiche e quelli non ti danno nemmeno la soddisfazione di combattere. si arrendono prima del via.
non aveva senso. al mondo doveva esserci ancora qualcosa che non avevo capito bene.
la sera del concerto io ero al bar, anzi, davanti al bar, già dalle cinque. poco dopo arrivarono gli altri ed anche antonio, con i biglietti. due ore prima dell’inizio avevamo già conquistato la nostra posizione sul prato, ad una decina di metri dal palco ed io pensai che woodstock non doveva essere stata tanto diversa.
passai il tempo guardando la gente che entrava, che era uno spasso. non ce n’erano due uguali eppure l’insieme era molto omogeneo. i nuclei più curiosi erano senz’altro le famigliole: padre, madre e qualche figlio, dove i genitori si sforzavano di apparire quantomeno coetanei dei propri ragazzi. ma ognuno era caratteristico a modo suo, compreso un gruppetto di tipi che si era portato il pallone e aspettava le nove giocando.
certo, non c’era la spiaggia né il rumore delle onde, e guccini non sapeva cosa si perdeva, ma anche un campo da calcio spelacchiato a volte ha un suo fascino.
con il buio è uscito lui e la festa è cominciata. ho cantato anch’io, tanto era un coro generale e le mie stonature non si notavano. e mi mettevo a ridere quando, tra un pezzo e l’altro, si rinfrescava l’ugola con una sorsata di vino: allora la leggenda del lambrusco non era una favola!
poco prima di mezzanotte, dopo qualche bis e qualche altra bevuta, le luci si accesero definitivamente e lentamente ci alzammo dall’erba, cercando di assorbire le ultime emozioni. e mentre sbadatamente mi infilavo nel flusso di gente in cerca dell’uscita, sentii un ciao diretto proprio a me e vidi un occhiolino ed un sorriso ammiccante.
non sapevo cosa pensare. guardai quella coppia di nostalgici cinquantenni davanti a me, infilata in jeans strausati e con due paia di stan smith dell’epoca in cui stan smith ancora giocava. non potei fare a meno di notare la camicia hawaiana di lui, con una lattina di coca cola nel taschino. ma si può andare ad un concerto di guccini con la camicia hawaiana?!
provai a fare finta di niente e dissi a mezza voce:
«ciao mamma, ciao papà.»