
questa storia è dedicata a chi cambia spesso idea. anzi no...
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli
racconto ai piccoli il mondo dei grandi
ai grandi il mondo dei piccoli

correva l'anno 1492 e qualcuno andò a scoprir l’america...
in fondo a destra
narra qualche leggenda, che montezuma fosse tipo mite e cordiale, senz’altro più del suo nome, che in lingua azteca fa motecuhzoma xocoyotzin e che – pare – significa sovrano arrabbiato o qualcosa di simile. beh, se avessi un nome attorcigliato così, sarei di cattivo umore anch’io; lui, invece, optò per il più armonioso e melodico montezuma e ogni attrito si appianò.
non ce lo vedo a tenere il broncio sotto una palma o ingrugnito a sgranocchiare un dattero. me lo immagino, piuttosto, sereno e pacioso accanto al suo popolo, che un imperatore così non se lo sognava nemmeno nelle notti di luna piena.
pare – ho detto pare... – che nei pomeriggi dei giorni di festa, a corte venisse servita una tazzona di cioccolato a chiunque si presentasse sorridendo. il cacao, da quelle parti, non mancava mai e – pare – i sorrisi nemmeno. per non dire dei giorni di festa, che riempivano il calendario più dei lunedì mattina, ma ho il vago sospetto che, ai tempi di montezuma, anche il lunedì mattina non fosse poi così disprezzabile. c’era la festa dedicata a tlaloc, dio della pioggia e della fertilità; c’era quella per quetzalcoatl, un po’ divinità, un po’ serpente, molto bello da disegnare e raffigurare qua e là. poi c’era la festa per il sole che sorge e per quello che tramonta, la festa per la luna quando c’è, e se non c’è si festeggia lo stesso. si organizzava una festa a ogni bimbo che nasceva e, se tra gli anziani qualcuno se ne andava nell’aldilà, giù un sorso di cioccolato anche in suo onore.
la città di tenochtitlan era il centro del mondo e il mondo era di cioccolato, dalle parti di montezuma, con un po’ di peperoncino qua e là a rendere piccanti le giornate. ovviamente c’era anche la festa del peperoncino e la festa della città.
montezuma, oltre al cioccolato, era capo ispirato e attento: pare – ripeto, pare... – avesse progettato uno stadio per farci giocare italia germania quattro a tre e, tra i palazzi grandi e piccoli, in fondo a destra, un bel bagno in caso di necessità.
«a cosa serve un bagno – lo apostrofò l’architetto di corte – con tutti gli alberi che ci sono. è sufficiente appartarsi dietro un cespuglio, senza troppi rubinetti e lavandini...» ma l’imperatore fece finta di non sentire e ordinò la costruzione dei servizi, con tanto di doccia e bidet. pare.
quando capitò di vedere, di lontano, una nave a tutte vele galleggiare verso la costa, tutti all’opera per far festa ai nuovi venuti, con doni, danze e cioccolatini. montezuma, per l’emozione, corse in bagno, dimostrando che quella stanza in fondo a destra non era un’idea così balzana. poi si lavò bene le mani e si apprestò ad accogliere gli ospiti.
e che questi fossero conquistatori non lo preoccupava nemmeno un po’. nemmeno esisteva, in lingua azteca, la parola conquistatore, che nel caso sarebbe stata qualcosa come xocquitztatloc e sarebbe stata troppo difficile da pronunciare.
si ballò e si danzò fino al mattino, con i nuovi venuti. e cioccolato a volontà.
«caro monty – disse d’un tratto il capo di quelli – mi piglio il tuo cacao e me lo porto in europa. tutto. tuttissimo!»
l’imperatore rimase perplesso. tutto era una quantità eccessiva, secondo i calcoli suoi e del cioccolataio di corte. non ne sarebbe rimasto per festeggiare alcunché. propose quindi un’alternativa.
«ti posso concedere – disse, sorridendo – mezzo chilo di cacao, con l’aggiunta di un mango, una papaya e un avocado, che sono ottimi davvero.»
il conquistatore ci pensò un po’ su, assaggiò i tre frutti, si leccò per bene i baffoni, si guardò intorno, quindi esclamò:
«d’accordo! mi piglio tutto il cacao, tuttissimo, e in più tutti i mango, papaya e avocado che hai. tuttissimi!»
montezuma forse si era spiegato male:
«facciamo così – propose, sorridendo – tu lasci qui il cacao e la frutta e io ti regalo un chiletto d’oro, che anche di quello ne ho quanto mi basta e per il cioccolato non va bene.»
gli occhi del conquistatore brillarono avidi.
«prendo ogni cosa! cacao, frutta, verdura – pareva spiritato – tutto l’oro del mondo! acchiappo questo e quello! e già che ci sono faccio fuori te e i tuoi compari, e finita la discussione.»
così fu, purtroppo. ci misero un po’ – ma nemmeno chissà quanto – e degli aztechi non restò che il ricordo. al mattino di non so che giorno la nave era stracolma di ogni bene, pronta a salpare per la via del ritorno. mancava solo il capo, che chissà dov’era finito.
era in fondo a destra, quel conquistatore sanguinario, seduto sulla tazza del water con un mal di pancia che non ti dico. succede, a chi gira il mondo senza rispetto per i luoghi e la gente. si chiama maledizione di montezuma – davvero! – imperatore che non portava rancore, mite com’era, al punto da aver fatto costruire un bel bagno dove trascorrere qualche giorno in penitenza.